Dialogo tra una dama e il suo confidente

Racconto

di Federica Marelli

Le magre dita bianche della mano davano leggeri colpetti all’acqua stagnante, creando dei vortici in miniatura sulla superficie, turbata anche dai minuscoli cerchi creati dalle lacrime che le cadevano dalle ciglia. L’altro braccio, disteso sul bordo di una barca, sosteneva all’altezza del gomito la testa della ragazza; le punte dei suoi lunghi capelli rossi sfioravano il liquido fin quasi a immergersi in esso.
Dalle labbra le uscì un sospiro prolungato ma scarsamente udibile. Tuttavia il barcaiolo che la accompagnava aveva un ottimo udito.
– Mia signora, i vostri occhi sono lucenti di lacrime e vi sento gemere! Che cosa vi turba? Quali angosce vi opprimono? Raccontatemi, vi prego!
La dama si sollevò un poco e volse lo sguardo al fedele servitore che le faceva da scorta da qualche tempo a quella parte. Il peso che portava dentro di sé era grande e rifletté che era giunto il momento di confidarlo.
– Il mio cuore è triste, molto in pena è la mia anima. Io sto soffrendo del dolore che chiamano il più dolce, il dolore d’amore. Ah, ma cosa mai può esserci di dolce in questo turbamento? A che vale l’amore, se deve essere di così breve durata?
L’imbarcazione si muoveva lentamente, accompagnata dai ritmici colpi di remo. Tutto intorno a loro era stranamente immobile, la nebbia calata da poco sembrava rendere apatici animali e piante e sprofondarli in un intimo grigiore simile a quello esterno; infatti non si sentiva il consueto verso dei germani che popolavano il lago né il rumore leggero delle canne sulla sponda.
Non avendo altra occupazione per le lunghe ore davanti a sé che cullare il proprio dolore, la dama decise di narrare la storia che l’aveva portata fin lì.
– Dobbiamo allontanarci da questa cupa giornata e dalla foschia che l’avvolge. Ora è talmente densa intorno a noi che a malapena distinguo la tua sagoma, amico mio. Lascia che io torni con la memoria a quei giorni primaverili in cui gli albicocchi disperdono, un petalo alla volta, la propria chioma fiorita nel vento, quando l’aria è più calda sulla pelle e nel profondo del cuore tutti gli esseri gioiscono per il ritorno della luce. Per quanto ricordare sia doloroso, non mi è rimasto altro, ormai. Io vidi per la prima volta un uomo meraviglioso arrivare dal folto del bosco e dirigersi vicino alla sponda di fronte a noi. Venne a sedersi su quella pietra prominente da me tanto amata, dalla quale si può vedere lo specchio d’acqua perdersi ai piedi delle montagne che lo circondano. Subito egli si mise a scrivere freneticamente su un pezzo di pergamena; solo di rado alzava gli occhi dal proprio lavoro scrutando l’orizzonte, come in cerca di qualcosa. Io stetti tutto quel primo giorno ad osservarlo, nascosta alla sua vista da un albero. Ebbi il tempo di apprezzare ogni suo gesto, l’aggrottare di sopracciglia, lo strappare impaziente di fogli, il movimento che faceva con la mano quando pareva scacciare un’idea che gli era venuta ma che forse giudicava troppo debole. Quando il cielo cominciò a scurirsi e non ci fu più luminosità sufficiente per distinguere le parole, egli si alzò, gettò un ultimo sguardo al paesaggio e si allontanò nella direzione da dove era venuto. Dopo quel primo giorno ne seguirono altri, il giovane (ormai conoscevo tutti i particolari del suo viso e potevo stabilire con sicurezza che lo era) tornò ogni volta alla stessa ora, con in mano i suoi strumenti si sedeva sulla pietra e lavorava finché la vista e il sole glielo consentivano. Io non riuscivo a credere alla mia fortuna! Poter osservare da lontano quel ragazzo era per me una gioia sublime…
A quel punto il servo interruppe la sua padrona: – Ma signora, lo contemplavate soltanto? Non gli avete mai parlato?
Questa volta il sospiro della fanciulla sarebbe stato udibile anche da chi avesse l’orecchio meno fino del suo ascoltatore. – Gli parlai sì, ma non subito. Molte ragioni, non da ultima la mia naturale ritrosia, mi impedivano di avvicinarmi a lui. Fosse stato chiunque altro, io credo che in accordo al mio modo di essere mi sarei limitata ad una muta ammirazione. Ma più passavano i giorni, più il mio sentimento per lui cresceva. I movimenti che compiva pensando di essere solo rivelavano ai miei occhi gran parte della sua anima. Come potevo ancora vivere senza sapere come sarebbe potuto suonare alle mie orecchie il sussurro delle sue parole d’amore? Fu il Destino, infine, a darmi la spinta che mi occorreva. Ah, il Fato! Ti lancia in una direzione, ti fa provare immensi piaceri, per poi portarti via tutto quello che ti ha fatto amare con la crudeltà di un soffio di vento.
La dama si asciugò una lacrima con la mano rimasta asciutta. Poi riprese a parlare.
– Una sera se ne stava andando come di consueto quando un foglio scivolò fuori dalla cartellina di pelle che portava sotto il braccio. Quando fui sicura che si fosse allontanato uscii dal mio nascondiglio e corsi a vedere di cosa si trattava. Scoprii che egli era anche pittore, oltre che scrittore: sulla pagina c’era una veduta del lago e sullo sfondo si intravedeva una figura dietro gli alberi, nella quale fui certa di riconoscere le mie fattezze. In quel momento il cuore batté a una velocità inaudita nel mio petto. Lui mi aveva vista, dunque! Non lo avevo notato affatto. Quello era un inequivocabile segno del fatto che avremmo dovuto stabilire un legame, che avrei dovuto gettare la prudenza alle ortiche e osare. Il mio animo impaziente dovette aspettare fino al giorno seguente per parlargli.
Tutto fu come al solito, lui venne e sedette sulla roccia. Io aspettai ancora qualche minuto, per dare il tempo al mio cuore di calmare i battiti. Poi uscii dal folto degli alberi e lasciai che la luce del sole mi svelasse ai suoi occhi.
– E come reagì il ragazzo alla vostra apparizione?
– Spalancò la bocca e posò la piuma. Poi esclamò: “Mia signora, siete voi reale, o siete frutto del sogno? È forse Satana che vi manda a me, nella forma della fanciulla più bella e leggiadra che io abbia mai visto, per corrompermi? Perché se è così, che io sia dannato, dal momento che ben difficilmente sarò capace di non indulgere in simile tentazione”.
“Sono reale così come mi vedete, mio caro. E non conosco nessun Satana” gli risposi.
Parve studiarmi per un attimo, poi proseguì, parlando velocemente, come tra sé: “Appena vi ho vista ho capito…un sesto senso di cui non conosco la fonte mi diceva che non ero solo quand’ero qui a scrivere. Ho provato a ritrarre la presenza che avvertivo, ma ieri sera, tornando a casa, mi sono accorto di avere perso il disegno. Ho pensato di rifarlo in base a quel che ricordavo, ma il vostro aspetto sfuggiva alla mia memoria, come se potessi dipingervi solo in questo luogo, mentre allontanandomi l’immagine spariva. Siete dunque voi la dama di cui parlo?”
Il mistero mi era stato svelato. Pur non avendomi mai realmente osservata, lui aveva percepito la mia esistenza. Risposi perciò con gioia “Sì, sono io.”
Allora lui mi chiese con molta enfasi: “Ditemi perché non vi ho vista prima, per quale motivo vi nascondevate da me sì che solo con gli occhi della mente ho potuto accorgermi di voi!”
Ah, dolce amico! La mia sofferenza si acuisce man mano che rievoco le sue parole. Ecco alfine, egli aveva posto la fatidica domanda! Come spiegargli le ragioni che mi avevano portato a celarmi davanti all’amore della mia vita? Decisi di parlare con lui con quanta più franchezza mi fosse possibile. “Mio bel giovane”, cominciai pertanto a spiegare, “c’è un ben valido motivo per questo. Vedete, io sono figlia di un uomo potentissimo e forte, che rigidi limiti ha da sempre imposto sulla scelta del mio futuro marito. Egli ritiene che dovrei sposare qualcuno approvato da lui, una persona che sia del mio rango. Si suppone che io non debba avere contatti con persone che tali non sono. Ecco perché avevo timore di comparire davanti a voi: se il sentimento era in me tanto forte quando mi limitavo ad osservarvi da lontano, sapevo che dal momento in cui avessimo cominciato a dialogare, mai più sarei stata capace di lasciarvi senza che il mio cuore si spezzasse per il dolore. Questo infatti potrebbe succedere se egli venisse a sapere del nostro legame. Dopo aver lungamente riflettuto, ho stabilito che sarebbe valso maggiormente parlare con voi anche solo per un’ora, passando tutte le altre della mia vita nel dolore, che non conoscere mai il suono della vostra voce. Ma è stato quel vostro disegno a farmi supporre che il Destino voleva che vi parlassi! Se pur mi sono ignote le vie del Fato io spero che esso non desideri la nostra separazione”.
– E quale fu la reazione, di fronte a tali rivelazioni?- chiese il barcaiolo, che ora aveva smesso di condurre la barca e stava appoggiato al remo ascoltando rapito la padrona.
– Egli mi spiegò come, dal momento in cui la mia immagine aveva fatto capolino nella sua testa, aveva intuito che io potessi essere una fanciulla speciale. Dopo aver completato il ritratto era stato sicuro che non ci fosse al mondo donna più bella. L’unico dubbio che aveva era se essa potesse corrispondere a realtà. Ora che ne aveva la conferma, proclamò: “Io non temo vostro padre, per quanto potente possa essere! Tutta la forza di questo mondo non può impedire il sentimento che ci avvicina quali spiriti affini! Vi sposerò seduta stante, non mi importa che egli dia o meno il suo consenso; provvederò a voi al massimo delle mie capacità! Il mio lavoro mi rende a sufficienza, non ho bisogno della dote che certamente il vostro genitore ha predisposto per voi.”
– Mi pare che costui sia un uomo dall’animo nobile e onesto – osservò il servitore
– Ah, egli mi apparve come il più onesto degli uomini! Comprenderai dunque con quale esultanza accolsi l’annuncio che saremmo potuti scappare insieme!
– Non avevate paura di lasciare casa vostra e tutto quello che fino a quel momento avevate conosciuto?
– Ero consapevole che mio padre voleva solo il mio bene; ma allora, forse scioccamente, pensai che sarebbe stato meglio vivere con l’uomo che amavo di più ogni minuto che passava piuttosto che sotto il dominio di qualcuno che era molto simile ad un padrone. Perciò gli dissi che per lui avrei abbandonato la mia vita, le persone che avevo avuto intorno e tutti i benefici derivati dall’essere figlia di un uomo così potente. A tutto io avrei rinunciato… se lui avesse rispettato un patto.
L’accompagnatore parve stupito. – Quale patto?
– Una condizione che, ahimè, ho dovuto pensare di imporgli quando il nostro futuro cominciò a delinearsi. Gli dissi che mai, nel corso della nostra vita, per nessun motivo avrebbe dovuto guardarmi i piedi.
Lo stupore aumentò. –I piedi?
– Esatto. Tu mi vedi come sono ora, con questa lunga veste bianca che mi copre fino a terra. E così avrei dovuto rimanere ai suoi occhi, una parte di me sempre celata. Perché nei piedi è nascosto il segno della mia vera identità. Era quella che lui non avrebbe dovuto scoprire mai.
– Immagino che lui abbia accettato la richiesta.
– Sulle prime rimase sorpreso come te un momento fa; capì dal mio sguardo che era una questione della massima importanza e mi chiese il motivo di una richiesta tanto strana.
“Mio caro”, gli risposi “ti chiedo di darmi un piccolo segno del fatto che sei innamorato di me rispettando questo accordo e non chiedendomi mai nulla al riguardo; non potrei, anche volendo, spiegartene la ragione. Sappi solo che se mai dovessi cedere, io sarei obbligata da leggi a te ignote a non rivederti mai più. Per cui ti domando, acconsenti a non cercare mai di vedere i miei piedi così che possiamo rimanere uniti per sempre?”
Egli annuì con vigore, prendendomi le mani nelle sue e giurando solennemente.
Mi auguravo che col tempo avrebbe dimenticato questo dettaglio e avrebbe smesso di domandarsi cosa potesse significare.
Con la speranza come testimone, ci sposammo quella sera stessa, in una piccola cappella posta a lato di un sentiero che si inoltrava nel bosco.
La dama smise per un attimo di parlare e guardò il cielo, rievocando quei momenti felici. Non tentava ormai nemmeno più di frenare le lacrime che le bagnavo le guance e il mento fino a scendere sulla veste. Poi riprese a parlare.
– Passarono le stagioni, cambiò il tempo. Ci fu un’estate caldissima, il sole arroventava la pietra dove mio marito sedeva meno assiduamente di prima: in quel tempo la sua occupazione principale era quella di costruire per noi due una casetta di assi di legno vicino al lago, che era diventato ai nostri occhi un luogo sacro quale punto del primo incontro.
Le ultime foglie si staccavano dagli alberi finendo nell’acqua quando la casa fu pronta. Il mio dolce amore si trasferì all’interno dove riprese a ricoprire la pagina con parole sempre più fitte, guardando il paesaggio fuori da una finestra.
In quei giorni fui felice; ma non sapevo che un tarlo rodeva la mente del mio sposo. Egli non aveva mai smesso di chiedersi quale fosse il mio segreto, stava diventando per lui un’ossessione. Il suo modo di esprimere una qualunque inquietudine era quello di scrivere più furiosamente del solito, con gli occhi che sbattevano a una velocità folle, mormorando parole a mezza voce. Credo che mai potrò perdonarmi per non essermi accorta, allora, di quanto stava per accadere.
Ora, dopo tanto tempo speso a ripensare a quegli eventi, immagino di sapere come si autoconvinse di essere nel giusto. Egli pensò che se nessuno, inclusa me, avesse saputo che non aveva rispettato la parola data non ci sarebbe stato pericolo che io fossi costretta ad abbandonarlo. Perciò decise di agire di notte, mentre io dormivo e non potevo accorgermi di nulla.
Ma, ahimè, egli aveva sottovalutato il potere che hanno gli accordi nel nostro mondo; niente e nessuno avrebbe potuto modificare le conseguenze della rottura di uno di essi. E fu quello che accadde.
Una notte, non visto, venne nella mia stanza. L’ho immaginato nella mia mente mille volte, in piedi vicino alla porta, con le pupille che corrono dalla mia testa ai miei piedi, come se fossi un libro di cui desiderava ardentemente leggere il finale ma qualcuno glielo impediva. E così, lo fece. Si avvicinò a me e scostò la veste lunga che sempre mi aveva visto indosso. In quel momento mi svegliai e potei sentire distintamente il rumore del mio cuore che andava in frantumi davanti all’espressione sul suo viso…Vidi sparire dai suoi occhi la fiamma d’amore che si era accesa quel giorno al lago, sostituita dall’orrore, dalla repulsione per me.
– Ma cosa aveva visto nei vostri piedi?- chiese il servo con voce angosciosa.
– Il segno di ciò che sono, ciò che mi lega al mondo a cui appartengo. Il segno che io sono una fata, e come tutte le appartenenti alla mia razza ho l’aspetto di una donna dalla testa fino alle gambe, ma i miei piedi sono muniti di zoccoli come quelli di una capra.
Il barcaiolo, compassionevole, sospirò udendo questo dettaglio. Lui sapeva chi era la sua padrona, ma, essendo un servo, non l’aveva mai vista senza l’abito lungo fino a terra.
– In quel momento l’uomo della mia vita fece un balzo indietro, allontanandosi da me, poi mi puntò addosso un dito accusatore ed esclamò: “Ecco cosa sei! La prima volta che ti ho vista ho avuto il sospetto che tu potessi essere mandata da Lucifero. E questa ne è la prova! Cosa puoi essere se non un diavolo, dato che hai i piedi caprini?”
A nulla valsero le mie assicurazioni che non avevo nulla a che fare con Satana o con i demoni. Non volle sentire che la mia dimora non è l’inferno ma i boschi… Mi afferrò per i capelli e stava per buttarmi fuori di casa quando, accompagnato da bagliori improvvisi nel cielo, comparve mio padre, il Re delle Fate, che con la sua apparizione improvvisa terrorizzò mio marito, il quale mi lasciò andare. Fu il mio genitore a prendermi per portarmi via da quella casa, dal mio uomo, da tutto ciò che mi aveva reso felice.
Da allora io sono tornata come prima, una protettrice della natura, ovvero uno spirito immortale. Il legame stabilito con mio marito aveva permesso che io vivessi con lui e che con lui un giorno morissi. Sciolto questo, anche la mia mortalità svanisce. Non ci sono più mura intorno a me. Mio padre ha stabilito una punizione esemplare per quel tentativo di fuga con un essere umano: dovrò rimanere per sempre vincolata a questo lago, proprio il luogo che fu teatro di avvenimenti lieti e da dove posso ancora scorgere la roccia dove il mio bel giovane era solito sedersi a scrivere. La barca navigherà in eterno sulle acque e io con lei. Ma di ciò non mi importa. Il ricordo del nostro sentimento passato e la consapevolezza che il mio sposo ancora mi ama, anche se mai in terra potremo più stare insieme, mi sarebbe potuto essere sufficiente. Ma a che vale l’eternità al prezzo della consapevolezza che l’amore è cessato?

 


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