In Between Days

Intervista a Elena Chiara Mitrani, autrice di Aeroporti

 
Domande & Risposte

di Elena Fantuzzi

“And I know I was wrong
when I said it was true
that it couldn’t be me and be her
in between without you”
The Cure, In Between Days

Aeroporti, ovvero dove tutti vanno di fretta. Un turbinio di carrelli, valigie, annunci, hostess sorridenti e persone, colte nell’attimo sospeso di un arrivo o una partenza. In Between DaysProprio in un aeroporto, a dire il vero in tanti, resta impigliata la storia, anzi le storie di un gruppo di amici, ragazzi come tanti, pieni di sogni e speranze alla fine del liceo. Poi, a seguito di una partenza e una tragica notte, gli inseparabili Martino, Davide, Irene e Ginevra prendono strade diverse, perdendosi di vista e trovandosi soli ad affrontare il passare degli anni, dei sogni e delle illusioni. Questa, in breve, la trama dell’ interessante romanzo d’esordio di Elena Chiara Mitrani, che da una decina di anni si occupa di libri (e non solo) sul suo blog personale La stanza bianca e nelle collaborazioni a diverse riviste e blog del settore, tra cui ricordiamo Finzioni Magazine, di cui è attualmente redattrice. Ed è proprio con lei che oggi parliamo di Aeroporti.

Partiamo da una curiosità: da dove nasce l’ispirazione per Aeroporti?

L’ispirazione per Aeroporti è nata dalla mia realtà quotidiana e dalle vicende legate al gruppo di amici stretti che ho fin dal liceo (senz’altro enfatizzate, con più di una licenza poetica). L’importanza dell’amicizia, soprattutto durante il periodo dell’adolescenza, è infatti una delle tematiche chiave, e per me portare avanti nel corso degli anni un legame di amicizia solido con un determinato gruppo di persone (miei ex-compagni di scuola, principalmente) è stato molto importante. Man mano che i protagonisti crescono, entrano in gioco una serie di interrogativi legati alla crescita personale, professionale, al modificarsi della relazioni. Penso che, in questo, ci sia molto dei ventenni-trentenni di oggi.
L’aspetto legato ai viaggi e agli spostamenti è legato al modo in cui vedevo la mia vita futura nel periodo in cui ho steso gran parte del romanzo (nel 2006, a 21 anni). All’epoca iniziava a diffondersi il programma Erasmus, adesso molti giovani Italiani hanno scelto di vivere all’estero. Il mercato del lavoro è diventato globale, è una realtà con cui ci troviamo a fare i conti. Per questo la vera ispirazione per me è rappresentata dalla vita di tutti i giorni, mia e di quelli che mi circondano.

Nel romanzo troviamo diversi richiami letterari: Salinger in apertura con Il giovane Holden, poi Jonathan Safran Foer (Ogni cosa è illuminata), Beckett (Aspettando Godot), Buzzati. Hai dei modelli letterari a cui ti sei ispirata per questo romanzo?

Questi richiami fanno riferimento a immagini e frasi che mi hanno colpito molto, nell’opera dei sopracitati autori. Non ho un modello preciso nello stile, il mio obiettivo è quello di evocare immagini e sensazioni nelle quali i lettori possano riconoscersi. Ma non potrei mai scrivere come Safran Foer, per esempio, dal punto di vista dello stile. Forse l’unico tra questi a cui mi piacerebbe assomigliare stilisticamente è Buzzati. Per il resto, i miei esercizi di scrittura possono riflettere l’influenza di ciò che sto leggendo in un determinato periodo, ma ovviamente l’obiettivo di ogni aspirante scrittore è confrontarsi con diversi modelli per poi trovare uno stile personale.

Martino, Davide, Irene e Ginevra sono in un certo senso personaggi definibili per negazione: “propensi all’errore”, si trovano a fare i conti con i compromessi di un lavoro che non è quello che sognavano e la fine dell’illusione di essere speciali. Non hanno al presente amicizie e/o relazioni soddisfacenti e non riescono a eliminare un malinconico ricordo dei compagni di un tempo. Quanto realismo e quanto pessimismo c’è in questi ritratti?

Direi più realismo che pessimismo, nel senso che ciò che accade a loro non è necessariamente qualcosa di tragico, ma un semplice, sebbene amaro, rendersi conto che non sempre è facile realizzare i propri desideri, siano essi rappresentati da un’ambizione lavorativa o dal coronamento di una storia sentimentale. Crescendo, si diventa più disillusi, ma non è detto che sia un male. Essere realisti significa anche avere sufficiente razionalità per trovare un “piano B”, mentre da adolescenti è più facile lasciarsi affogare nel pessimismo.

Nel romanzo in parte per scongiurare la paura di “vivere una vita in cui i giorni sono l’uno uguale all’altro”, in parte (forse) per convinzione si affida la propria felicità a un obiettivo da realizzare. Eppure questo atteggiamento è inserito dal sociologo e psicologo australiano Paul Watzlawick (cfr. Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli) fra le trappole mentali che finiscono per risolversi –quasi profezie auto avveranti- nell’esatto contrario di ciò che speriamo: infelicità e la temuta sequenza di giorni uguali a sé stessi. Fuor di romanzo, credi che questo sia applicabile anche alla generazione di venti-trentenni cui si fa riferimento?

È normale che una situazione di “felicità” sia riconducibile al raggiungimento di determinati obiettivi. Sono come le caselle da sbarrare per sentirsi bene con se stessi. Il problema è che spesso questi obiettivi sono determinati da convinzioni sociali, o dal paragone con gli altri, non da quello che veramente i ventenni-trentenni sentono giusto per sé. Per esempio, c’è la pressione di doversi laureare a tutti i costi, o l’idea di doversi per forza sposare tra i 25 e i 35. È più la paura di non sentirsi conformi a questi dettami, secondo me, a far cadere le persone nell’infelicità o nella famigerata sequenza di giorni tutti uguali. Insomma, non credo che sia una questione di raggiungimento o meno dell’obiettivo, ma di identificazione dell’obiettivo giusto per ciascuno.

Nei ringraziamenti citi, fra gli altri, -riporto fedelmente- “il fatto che un tempo non esistessero i social network e fosse possibile pensare di perdersi di vista davvero”. Sei sicura che oggi, pur nell’era social, perdersi di vista sia davvero impossibile?

Se non cancelliamo una persona dai social network, sebbene ci fosse indifferente quando la frequentavamo nel quotidiano, siamo potenzialmente esposti agli avvenimenti salienti della sua vita per sempre.
Se la cancelliamo, per eccesso di indifferenza o per l’esatto contrario, prima o poi l’iscrizione all’ennesimo nuovo social ci suggerirà, grazie agli algoritmi sugli amici in comune, l’amicizia con questa persona, inducendoci a sbirciarne il profilo.
Quindi sì, secondo me è impossibile perdere del tutto di vista qualcuno, a meno che non abbiamo a che fare con gli ormai rarissimi casi di persone che hanno rinunciato del tutto ad avere un’identità digitale. Certo, “vedere” una persona sui social è molto diverso dallo starle vicino veramente. Ma sappiamo tutti che basta una frase o una foto su Facebook per suscitare, anche a distanza di anni, emozioni o gelosie.

Data la tua esperienza nel settore, concluderei l’intervista chiedendoti un consiglio letterario. Qual è il prossimo libro da mettere sul comodino?

È raro che legga libri appena usciti, anche a me piace farmi consigliare dagli amici o lasciarmi ispirare dai blog letterari che leggo.
I libri che ho letto quest’anno che mi hanno particolarmente colpita sono Il Cerchio di Eggers (storia che suscita inevitabilmente una riflessione interessante anche sul punto evocato nella domanda precedente) e Atti Osceni in Luogo Privato di Missiroli (il protagonista vive tra Milano e Parigi, come me).
Un libro che metterò sul comodino a botta sicura, appena uscirà la traduzione in italiano, sarà Purity di Franzen. Questo autore mi piace molto, quindi vado sulla fiducia.

Grazie a Elena Chiara Mitrani per la disponibilità!


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