La scomparsa

di Giancarlo Pace

Racconto

Il cinema di Ubaldo era nascosto da una grossa tenda verde e puzzava di sigarette e moquette fradicia. Le poltrone dovevano aver conosciuto tempi migliori e un numero di inquilini minore al milione di tarli, ma a parte questo possedevano quella scomodità indispensabile durante un film d’essai e ininfluente nel caso in cui la proiezione fosse interessante. Ad ogni modo il Morfeo era l’unica sala disponibile nel raggio di quaranta chilometri ed io ero in qualche maniera affezionato a quell’atmosfera verde fumée. I film che passavano non erano mai quelli che di tanto in tanto si vedevano sui paginoni centrali dello Strillone o del Corriere, quelli arrivavano con un anno di ritardo e con somma gioia degli abitanti del vicinato; la programmazione era sempre un’altalenante giostra tra la nouvelle vague, il neorealismo e le commedie italiane più o meno brillanti. I puristi del cinema occupavano la prima fila, volevano che ai loro occhi arrivasse un’immagine perfetta e assolutamente enorme per immergersi nello schermo e non uscirne più. A metà sala si distribuivano la maggior parte dei frequentatori del Morfeo: alcuni avevano la propria poltrona preferita segnalata con il mozzicone di sigaretta nel posacenere lasciato a metà dalla volta prima a mo’ di segnaposto, altri invece cambiavano continuamente sedia, come in un eterna ricerca dell’angolazione perfetta rispetto allo schermo o la giusta distanza dal calorifero che il più delle volte non andava.  Nelle penombra delle ultime file di tanto in tanto si sedeva qualche coppietta per pomiciare, come se in una cittadina di mille anime le ultime poltrone sotto al proiettore fossero il lasciapassare per l’anonimato erotico. Io stavo nel mezzo della nebbia fumereccia che si creava a pochi minuti dai titoli di testa. Non ero un fumatore ed ero consapevole che non fosse il luogo più salutare del mondo, ma il clima caldo di quella nebulosa tropicale di tabacco e nicotina conferiva ai film un’aria indefinita e misteriosa per la quale valeva la pena sopportare la tosse catramosa che ne scaturiva.

Il cinema era il mio rifugio nelle giornate sonnolente e rappresentava una valida alternativa alle quattro ore di greco del mercoledì mattina nelle quali il buon vecchio Odisseo da epico paradigma dell’avventura veniva relegato al ruolo di un marinaio confuso e annoiato in evidente difficoltà con la bussola e col vento. Le prime volte le storie dello schermo in bianco e nero non risvegliavano in me particolare interesse; ero lì solo perché non potevo stare altrove, unico scioperante di una disperata protesta. Poi col tempo iniziai a dedicare una maggiore attenzione alle parole, alla musica, alle particolari inquadrature e agli stili dei diversi registi.  Nella bruma cinematografica iniziavo a comprendere le storie e le battute non dette.

Quando nel 1973 terminai il liceo a differenza dei miei compagni non avevo idea di cosa sarebbe stato del mio futuro. C’era chi sperava di diventare medico, chi di lavorare nell’unica banca del corso, chi invece nella bottega del padre, io sognavo di poter andare al cinema. Lo spettatore non ha mai rappresentato un’occupazione remunerativa e probabilmente non poteva essere definita un mestiere, così per conciliare la mia passione con il ruolo di lavoratore che tutti si aspettavano che ricoprissi decisi di fare l’attore.

Lasciai il paese e i suoi mille volti nei primi giorni del 1974. Salutai Ubaldo con la promessa che prima o poi sarei diventato uno dei personaggi delle storie che ogni giorno proiettava, lui rimandò un sorriso mal celato dai baffi fuligginosi.

Partecipai a decine di provini ed ogni volta il risultato era sempre matematicamente lo stesso: dei cento attori che arrivavano solo un paio riuscivano ad ottenere i ruoli da protagonisti, qualche fortunato poteva recitare una parte minore e infine tutti gli altri costituivano il silenzioso mondo delle comparse. Io ero uno di loro: ero un passante, un carabiniere, un corridore amatoriale o, ancora una volta, uno spettatore in un cinema buio. Ma in realtà non ero niente di tutto questo. Una sagoma qualunque a popolare la scena senza avere la possibilità di essere compresa al di là dei vestiti che il costumista mi consegnava distrattamente. Dunque ero un cappello, una divisa, una goccia di sudore o, ancora una volta, un’ombra tra due poltrone. Il ruolo della comparsa è controverso: nessuno si occupa di descriverne il personaggio o curarne i particolari, nessuno la osserva. Gli spettatori non sanno che volto abbia, non saprebbero nemmeno affermare se si tratti di un uomo o di una donna. La comparsa non esiste. È difficile da credere ma è così. Esiste una sola eccezione a questa ferrea regola: la scomparsa.

Improvvisamente, quando la comparsa subisce l’azione della trama dissolvendo la sua vita silenziosa in un tragico accadimento, lo spettatore prova un sentimento di compassione per l’uomo col cappello, per il gendarme, per l’atleta affaticato o per l’appassionato cultore dei lungometraggi. La comparsa torna ad avere un volto, un carattere, dei sentimenti e probabilmente anche dei familiari ai quali subito corre il cordoglio dello spettatore. Esiste solo nel momento in cui cessa di esistere.

Sono passati sei anni da quando per la prima volta provai ad ottenere un ruolo da protagonista.
Nel cinema di Ubaldo adesso compaio spesso, anche se sullo sfondo.
In questo agosto torrido aspetto un treno che mi porti al cinema Morfeo.
Un po’ per fuggire alla calura estiva di questa stazione, un po’ per comparire tra le poltrone.
Osservo i passanti, le passanti. Li riconosco, del resto siamo molto simili.
In un 2 agosto qualunque sono ancora una comparsa.
Sotto all’orologio della stazione di Bologna sono ancora una comparsa.
Alle ore 10:24 sono per sempre una comparsa.


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