Il Primo Quartiere Operaio di Milano

di Lara Aleotti

Ma però (3)

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Quando esco nelle mie camminate solitarie percorro sempre la stessa ellisse. Supero il parco Don Giussani, mi infilo in Via Valparaiso ( dove una targa di marmo denuncia l’assenza della storica Officina Castagna, “La fabbrica dei sogni”) e percorro Via Cola di Rienzo fino a Piazza Napoli, tornando poi indietro per Via Solari. Milano mostra in questa mezz’ora il suo volto più autentico nella sua lotta per rendere il posto dove si abita casa propria: i balconi come negozi di fiori e i negozi firmati coi nomi delle famiglie; fuori ogni centimetro di strada è un posteggio da occupare, prima che sia troppo tardi.

Esempio più commovente di questo tentativo di addomesticare la città sono i giardini pubblici: fazzoletti di erba chiusi da palazzi di sei piani, dove il sabato pomeriggio i bambini festeggiano i compleanni e i ragazzi giocano a basket. In questo percorso se ne incontrano due: il sopracitato Parco Don Giussani (universalmente noto come Parco Solari) e il Giardino Vincenzo Muccioli. Il secondo mi piacque sin dalla prima volta, con la sua aria sofisticamente artificiale, a tratti quasi irriverente. Ci si può trovare un campo in cemento con due canestri, una trentina di panchine verdi, una fontana e un parco giochi recintato; si contano più o meno cinquanta alberi. A me piace perché è sincero, nella sua placida modestia.

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Ogni volta che percorrendo Via Cola di Rienzo arrivo all’altezza del Giardino Vincenzo Muccioli, lo taglio in trasversale e indugio nel costeggiare gli edifici che lo delimitano sul lato sinistro. La prima volta che notai questo complesso di palazzi ho pensato che, se è dato avere una qualche giustizia su questa terra, tra quei palazzi qualcuno avrebbe dovuto girare un film triste e dolcissimo (di quelli dove lui la ama tantissimo ma in realtà è un’illusione).

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Il plesso si mostra da dietro un muro di cinta, che lo percorre interamente: è bello camminare lungo il marciapiede con il naso all’insù, scorrendo a una a una le strette finestre dissestate che si susseguono oltre la recinzione. Ogni tanto si incontra un balcone con una qualche complessa geometria di piante e vasi di fiori: le ringhiere di giorno sono chiuse e gli scuri dietro a esse.

Un giorno, l’epifania: in Via Solari riconosco gli stessi palazzi. Quello che di primo acchito avevo pensato essere il retro del plesso è in realtà il suo ingresso. Orgogliosamente si presenta: “Primo quartiere popolare della Società Umanitaria”.

Sarà che a me i quartieri popolari m’hanno sempre suscitato un certo timore reverenziale, sarà che a quei palazzi m’ero davvero affezionata, fatto sta che presa da una sorta di balbettio mentale non riesco a spingermi oltre l’ingresso e mi metto a studiare le bacheche esterne. In una di queste si affastellano gli avvisi di un partito politico che ha un nome importante: il Partito dei Comunisti Italiani. È il secondo colpo di fulmine.

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Il complesso di Via Solari 40 fu voluto dalla Società Umanitaria per migliorare la qualità di vita delle decine di migliaia di operai che abitavano a Milano nei primi del Novecento, ritenendo “l’abitazione strumento e stimolo di miglioramento fisico, morale e quindi economico”(qui per il documento originario). Inaugurato il 28 aprile 1906, dopo poco più di un anno di lavoro il Primo Quartiere Operaio della Società Umanitaria accolse oltre mille persone distinte in duecentoquaranta appartamenti. La lungimiranza dell’Umanitaria portò non solo alla costruzione di appartamenti moderni e di alta qualità, ma alla creazione di spazi di condivisione (la biblioteca, la bocciofila, sale di ritrovo), di esercizi commerciali e alla responsabilizzazione e coinvolgimento degli abitanti nella sua gestione.

Oggi il complesso di Via Solari 40 è uno splendido quartiere nel quartiere, un’isola capace di crescere nonostante la rovina dei suoi spazi; lo si capisce leggendo qualche articolo online o scorrendo la pagina Facebook da esso gestita (Primo Quartiere Operaio Umanitaria). Molti degli appartamenti sfitti e degli spazi comuni che hanno fatto di questo posto forse il primo SAMSUNGesperimento di housing sociale d’Italia sono in dissesto. Eppure l’impressione è quella di un luogo capace di inclusione, di condivisione e di dibattito; l’impressione è che si tratti di un luogo dove coabitano memorie e storie molto diverse, diverse generazioni, molti interessi; l’impressione è che questa sincresia funzioni davvero bene, perché non si può che rimanerne affascinati e volerne sapere di più.

Il Comune di Milano ne deve essere ben conscio: assieme al Ministero delle Infrastrutture e a Regione Lombardia ha stanziato 12,6 milioni di euro per la ristrutturazione e riqualificazione del complesso. Il progetto prevede infatti non soltanto la ristrutturazione degli spazi abitabili ma anche un’importante opera di ripensamento e riqualificazione degli spazi non residenziali attualmente in disuso – interessanti sono le forme di progettazione dal basso attuate per la loro ideazione. Così ci sarà posto per nuove famiglie e per nuovi spazi da abitare e condividere; sarà tutto più bello e accogliente, perché un quartiere è fatto di persone e non di palazzi.

Ma quando si ha di fronte uno dei due edifici già ristrutturati – alto, ordinato, giallo – il cuore non può che farsi un po’ più piccolo. Per questo ho temuto di non poter attendere la prossima vita per rinascere regista e girare da me il mio bel film triste sul ragazzo che si è innamorato della ragazza del palazzo di fronte, scambiando il suo sorriso per una promessa d’amore, nel Primo quartiere operaio di Milano; per questo la mia intenzione era quella di rivolgere un appello a tutti i registi, sceneggiatori, produttori e intitolare queste poche righe “Lettera aperta ai cineasti d’Italia che vogliano girare un film dolce e triste in un’immagine di Milano che proprio non se ne può andare”. Ma poi ci ho ripensato.

Se questo film proprio non s’ha da fare, propongo allora di andarlo a conoscere di persona questo posto meraviglioso: ora, prima dell’avvio della ristrutturazione, magari in una giornata di sole tiepido; se i suoi palazzi un po’ decadenti un po’ fiabeschi sono l’immagine più autentica di un luogo che sembra non avere età, magari avremo modo di incontrare i suoi abitanti e farci raccontare qualche storia bella e vera (anche non triste). In fondo, che sarà mai una mano di vernice gialla?


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