Doris Lessing, L’abitudine di amare

Critica

di Elisa Saporiti

«Al mattino, lei lo guardò in maniera strana, con un rispetto strano, malinconico, e disse: “Sai, George? Hai proprio preso l’abitudine di amare.”
“Che cosa vuoi dire cara?”
Bobby sgusciò dal letto e vi rimase accanto in piedi, un’orfanella in pigiama bianco, i capelli neri tutti scompigliati. Lo abbracciò con uno sguardo, e sorrise. “Tu vuoi qualcosa da tenere tra le braccia, ecco tutto. Che cosa fai quando sei solo? Ti stringi a un cuscino?”
Egli non disse nulla; era ferito fin nel profondo del cuore.
[…] Quella frase, “l’abitudine di amare”, causò una rivoluzione in George. Era vero, pensava.»

Abitudine. È strano come questo termine assuma un significato positivo e negativo allo stesso tempo: può rappresentare una condizione di stabilità e di certezza, ma è anche sinonimo di noia, routine e, quindi, apatia. È proprio quest’ultima l’accezione con cui Doris Lessing ha connotato una delle sue più belle raccolte di racconti, L’abitudine di amare, pubblicata nel 1957.

Nonostante questa condizione di vita sia il filo conduttore del libro, non viene mai palesata esplicitamente nei diciassette racconti che lo costituiscono: è il lettore, infatti, che deve sforzarsi di coglierne l’essenza, anche rileggendo le diverse storie alla luce dei titoli volutamente contraddittori. L’unico racconto che esprime in modo chiaro e distinto l’abitudine all’amore è – direi, non a caso – proprio il primo, quello che dà il titolo all’intera raccolta e di cui ho voluto riportare uno stralcio sopra. Attraverso la figura di George, sessantenne divorziato con un passato da libertino, ma ancora piacevole, che si risposa pensando di amare e di essere amato, l’autrice presenta al lettore quello che sarà il leit motiv del libro: il sentimento d’amore vissuto come un bisogno, come una necessità abitudinaria che, però, perde di valore, perché finalizzato unicamente alla compensazione di un vuoto individuale; dunque, si tratta di una farsa, una banale finzione, proprio come le rappresentazioni teatrali che lo stesso George è solito mettere in scena con la sua compagnia.

Nei racconti della Lessing emergono più sfaccettature del sentimento amoroso: c’è l’amore coniugale, vissuto con sofferenza e sottomissione in Via dall’altopiano; c’è l’amore di una madre verso il proprio figlio come in Sottacqua; c’è l’amore nei confronti della patria lontana, di cui si cerca di far riaffiorare il ricordo innaffiando e curando piantine che purtroppo non riescono a germogliare come in Sapori dell’esilio; c’è l’amore per il proprio passato, che i protagonisti del racconto Svago provano a rivivere recandosi in vacanza in Francia, dove avevano trascorso il loro viaggio di nozze. In ognuna di queste storie affiora la triste consapevolezza di come l’essere umano, che sia uomo o donna, è portato inevitabilmente alla routine, all’incapacità di fare proprio il nuovo. Dunque, quella di cui parla l’autrice non è semplice abitudine all’amore, ma abitudine alla vita, condizione che soffoca i personaggi, li rende incapaci di agire e di scollarsi dalla situazione di stasi che li affligge. Una fissità che si percepisce anche dai loro nomi, tutti molto simili, se non addirittura uguali, e dalle ambientazioni, aride e indistinte, quasi a voler fondere i diciassette racconti in uno solo. Non si tratta di storie semplici: sembra di trovarsi di fronte a vite irrisolte, enigmatiche, che non sempre si riesce a comprendere fino in fondo. Allo stesso tempo, è come se l’autrice volesse invitare il lettore a riscoprirsi continuamente, a interrogarsi sul proprio modo di vivere, per non lasciare che gli automatismi della quotidianità prendano il sopravvento, anche nel vivere i sentimenti.

Doris Lessing

Leggendo la biografia della Lessing e alcune sue interviste mi è sembrato che in ciascuna di queste storie l’autrice avesse voluto inserire un pezzetto della propria: nata in Iran nel 1919, si trasferì con la famiglia nella Rhodesia meridionale, l’attuale Zimbabwe, per coltivare mais. Vi rimase fino all’età di trent’anni, per poi recarsi a vivere definitivamente in Inghilterra nel 1949. Lasciò la scuola a quindici anni e proseguì la sua formazione da autodidatta. Sperimentò le guerre e le discriminazioni, e proprio per questo sviluppò un profondo impegno politico volto a combattere soprattutto il razzismo. Si sposò due volte ed ebbe tre figli. Parallelamente a questo, si dedicò alla sua vocazione letteraria, che la portò a scrivere più di cinquanta opere, tra romanzi, racconti e raccolte poetiche, e a ottenere nel 2007 il Premio Nobel per la letteratura1.
Non è un caso, dunque, se ne L’abitudine di amare, compaiono l’Africa, la realtà contadina, la guerra, difficili situazioni coniugali e, soprattutto, le donne. Già in altre sue opere, basti pensare a Il taccuino d’oro, Doris Lessing dedica un’attenzione privilegiata al genere femminile, tanto da essere considerata da molti critici una sostenitrice del movimento femminista, cosa che, invece, l’autrice ha sempre negato; il suo riguardo per la figura della donna nasce dal fatto di volerla rappresentare in tutte le sue sfaccettature, anche quelle meno convenzionali: “It’s a way of looking at things from all different angles and not just from the straight and narrow” aveva dichiarato in una sua intervista al Washington Post.2 Anche in questa raccolta, la maggior parte delle protagoniste sono donne, mogli e madri, personaggi complicati, in cui c’è riluttanza per la vita, per il cambiamento: preferiscono l’abitudine e la sicurezza di una casa.

Devo ammetterlo, questo libro non è stata una lettura semplice: non solo presenta alcuni tratti enigmatici nelle storie che racconta, ma è anche capace di far crollare quel filtro che solitamente porta a tenere ben distinte realtà e finzione; perché questi diciassette racconti parlano della vita, della sua tragica e disarmante verità, l’abitudine. Dunque, non si può fare altro che calare le difese e riconoscersi, anche solo in minima parte, in ognuno dei singoli racconti, brevi e struggenti brandelli di realtà.


1Cfr. il sito qui.
2Cit. Intervista al Washington Post, 7 Ottobre 2006.

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