Larve di carta: i fantasmi nella letteratura

Storie di libri

di Federica Marelli

Se vi chiedessi cos’è un fantasma, penso che tutti voi sapreste rispondere, fornendo indicazioni più o meno simili tra loro. Ho sempre reputato degno di nota il fatto che tutte le culture, in ogni parte del mondo e nelle più svariate epoche, abbiano generato al loro interno la figura del fantasma, dello spettro, dell’impronta di un defunto sul mondo dei vivi, dimostrando quindi che il legame tra le persone viventi e chi invece non lo è più è qualcosa di concreto e di intellegibile per chiunque.
Pur non essendo mai stato osservato realmente (o, meglio, pur non essendoci mai stata una prova scientifica della sua esistenza) il fantasma è qualcosa che coinvolge tutti gli uomini, a prescindere dallo spazio, dal tempo e dalla cultura di provenienza; credo dunque che si debba riconoscere al fenomeno una certa importanza, anche solo per il fatto di essere così unificante.

Ma com’è nato il concetto di fantasma, o di spettro (saranno sinonimi?). Come e anche dove, in quale punto del globo? Impossibile rispondere – di nuovo – in modo scientifico a questa domanda, che suona molto simile a “Chi inventò la ruota, e dove?”. Come la ruota, anche “inventare” i fantasmi (e quindi tutto il corredo di credenze diverse legate a una vita dopo la morte) ha riposto a suo tempo ad esigenze specifiche dell’essere umano: la necessità di muoversi e trasportare merci nel primo caso, nel secondo la necessità di esternare in qualche modo l’angoscia derivante dall’essere consapevoli dell’esistenza della morte, della fine della vita propria o dei propri simili.
Ma a differenza della ruota, per la quale è impossibile stabilire un dove e un quando, possiamo cercare di ricostruire una sorta di genesi del concetto di fantasma nei documenti attraverso un mezzo che è proprio dell’essere umano, tanto quanto lo è il rapporto con la morte e la (eventuale) vita dopo di essa: la scrittura, la narrativa e quindi la letteratura.
Sicuramente ci sarà stato un momento in cui nella produzione letteraria è entrato il concetto di fantasma, cosi come quello della ruota (o di qualsiasi altra invenzione di carattere pratico). La differenza però mi sembra fondamentale: la ruota, o altri strumenti, sono legati al mondo materiale, non tanto a quello leggendario: il fantasma invece appartiene proprio a questo campo, che è poi quello che fornisce le fonti primarie per la stesura di testi letterari (che prima di essere scritti erano in forma orale, ma non per questo erano meno letterari, anzi).
Posto quindi che la vita dopo la morte e i fantasmi appartengono alla leggenda, al mito e alle credenze religiose e spirituali, e di conseguenza entrano di prepotenza nel mondo della letteratura, si può stabilire quando questo sia avvenuto, o almeno stabilire un’epoca in particolare rispetto alla quale si hanno più testimonianze?

Il sociologo francese Jean-Bruno Renard, autore fra gli altri del libro Légendes urbaines. Rumeurs d’aujourd’hui (1992) si domanda: è l’esperienza all’origine di una leggenda o è la leggenda che induce, per suggestione, l’esperienza? Questa è la classica domanda senza risposta, ma una cosa è sicura, almeno lo è rispetto alle fonti antiche che ci sono pervenute: alcune storie sui fantasmi sono rimaste uguali per 1400 anni. Per esempio, nel II secolo d. C., Plinio il Giovane in una lettera scritta all’amico Sura racconta:

Ad Atene c’era una villa spaziosa e ampia, ma screditata ed insalubre. Da là, attraverso il silenzio della notte, risuonava uno stridore di ferro e di catene. Poi appariva uno spettro: un vecchio sudicio, dalla barba disordinata, e dalla chioma spaventosa; con le gambe scuoteva le catene. Gli inquilini restavano svegli tutte le notti, tristi e sinistre. Dopo la veglia, inoltre, molti incappavano in una grave malattia e venivano colpiti dalla morte. Quindi il padrone cercava di vendere o di affittare la villa screditata. Il filosofo Atenodoro giunse ad Atene, lesse l’annuncio, sentì il prezzo e comprò la villa. Quando fu sera, congedò tutti i suoi schiavi, e si dedicò alla scrittura nella sala da pranzo. Apparve l’orribile figura e con il dito fece cenno ad Atenodoro, il quale non mostrava nessun segno di timore, e lo chiamò dalla sala da pranzo. Il filosofo seguì l’ombra ma, dopo che svoltò nell’aia della villa, lo spettro scomparve. Atenodoro pose in quel punto un segno di erbe e foglie, il giorno dopo scavò il luogo e trovò ossa gravate da catene. Le ossa furono raccolte e sepolte pubblicamente. Poi l’orribile figura non fu più vista.
(Plinio il giovane, Lettere, libro VII, lettera 27. A Sura)

 
Già in questo esempio si possono trovare codificati moltissimi elementi che ancora oggi caratterizzano le storie di fantasmi: la villa solitaria, lugubre e malfamata, le catene che accompagnano una presenza sconosciuta, il fatto che il fantasma sia presagio di morte e infine il leit motiv secondo il quale lo spettro rimane sulla terra e appare ai viventi poiché non ha ricevuto degna sepoltura (questo tema era ovviamente molto rilevante nel mondo antico). Importante è anche il riferimento che Plinio fa poco oltre nella stessa lettera: “Certo, io credo a queste vicende sulla base di coloro che le dichiarano; questo fatto invece posso dichiararlo io agli altri”. Infatti il primitivo racconto di fantasmi non nasce per spaventare (molte culture antiche – quella greca e latina in primis – non avevano con la morte e i defunti un rapporto di terrore, ribrezzo o negazione) ma per informare i lettori su fatti curiosi, suscitando il dubbio che possano essere realmente avvenuti anche quando sono palesemente frutto dell’invenzione dell’autore. Più quest’ultimo è abile più il lettore si sentirà coinvolto e di fronte a fatti difficilmente spiegabili con il solo strumento della ragione; così si favorisce la riflessione sui rapporti tra il mondo visibile e quello invisibile, e sulla verità o meno di quest’ultimo.
Risalendo ancora più indietro nel tempo, si ritrova il fantasma in alcuni racconti della tradizione greca antica: per esempio il mito di Orfeo e Euridice offre uno dei più importanti riferimenti al tema del viaggio nell’Oltretomba con conseguente incontro di anime dei morti. Così lo elabora Platone nel Simposio:

Orfeo invece lo rimandarono [gli dèi] a mani vuote dall’Ade dopo avergli mostrato un fantasma della donna per la quale era venuto, ma senza restituirgli lei in persona, dal momento che si era dimostrato imbelle, citaredo qual era, e non aveva osato morire per amore al pari di Alcesti, quanto piuttosto aveva cercato il modo per scendere vivo all’Ade (traduzione di F. Ferrari).

 
Qui si sottolinea un altro aspetto del fantasma, quello legato al tema del doppio, del gemello spirituale, della distanza che c’è fra l’essere umano e la sua immagine non corporea.
Dopo le apparizioni fatte nella letteratura del mondo greco e romano, dove dunque il fantasma e in generale il defunto aveva dei tratti specifici, questa figura continua a peregrinare senza sosta attraverso le culture e i secoli.
A partire dall’XI secolo, con l’avvento di una cultura “dotta” legata ai monaci e alle università, si iniziarono a diversificare i tipi di racconti sui fantasmi: non più narrazioni stereotipate e codificate fatte per suscitare stupore (modellati sul tipo degli exempla) ma maggiori ricchezze di contenuto: gli spettri cominciano a infestare i sogni, le chiese e altri luoghi specifici, e assumono sempre di più un carattere diabolico, maligno, che prima non avevano. Iniziano a tramandarsi narrazioni terrificanti di cortei spettrali, monaci neri, cacce selvagge in cui un’orda di anime dannate cavalca furiosamente su cavalli neri con occhi di brace, accompagnati da cani altrettanto neri che col loro latrato creano una visione infernale, rumorosa, terribile e portatrice di sciagura.

Nasce in questo periodo, tramandandosi poi successivamente, il concetto di persecuzione subìta da un fantasma: il giureconsulto napoletano Alessandro Alessandri, morto nel 1523, scrisse un libretto intitolato Genialum Dierum in cui narra di un fantasma che lo perseguita. Gli spettri inoltre infestano i luoghi dove sono vissuti o morti, e continuano a importunare i vivi finché non è fatta giustizia rispetto alla loro morte (questo tema era già presente nell’antichità, come detto a proposito del racconto di Plinio il Giovane).
Da questo ricchissimo humus medievale e rinascimentale germoglia l’epoca d’elezione rispetto ai racconti di fantasmi: la prima modernità, la fine del Settecento, che vede la nascita del romanzo gotico con autori quali Horace Walpole (Il castello di Otranto, primo romanzo gotico propriamente detto) e Anne Radcliffe (I misteri di Udolpho). Qui le atmosfere sono lugubri e paurose, gli stilemi si delineano con precisione (castelli, rovine, eroine in pericolo, ambientazioni notturne) in quello che diventa un vero e proprio genere letterario, che riguardi o meno i fantasmi: il romanzo dell’orrore, che sfrutta appunto questo universale sentimento umano legato in primo luogo alla morte.
Più avanti nell’Ottocento il fantasma rimane protagonista nei racconti di Henry James (Giro di vite) e Montague Rhodes James (Ghost stories of an Antiquary).

In questo periodo si ha la massima fioritura di una figura che non ha però mai perso il proprio fascino sulla psiche umana (e per questo motivo è entrata a più riprese lungo tutto il corso della letteratura). Qui ho preso in esame esclusivamente quella occidentale, ma mi preme ricordare di nuovo che gli spettri sono presenti in tutte le culture e tutti i paesi del mondo. Non ho dunque pretesa di essere esaustiva, e sottolineo anche i limiti di un’indagine del genere, che ovviamente non può tenere conto della potenza ed importanza del legame con la morte e i defunti delle culture preistoriche, appunto non dotate di scrittura. Certamente sono stati proprio i primi uomini a rendersi conto che i loro simili morivano, in certe circostanze ed inevitabilmente, e ad avere perciò sviluppato dei concetti che li aiutassero ad elaborare questo fatto; ma non entrerò nel merito delle vastissime ricerche esistenti sui vari rituali funebri preistorici che testimoniano come uomini già della cultura di Neanderthal seppellissero i morti con degli oggetti a loro cari – quasi che potessero essere utili alle anime nell’aldilà…
 


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