La “modernità liquida” di Tiziano Scarpa

Breve recensione di Occhi sulla graticola

 
Critica

di Gloria Immovilli

“E fuori nel blu
Si rotolano, nuotano i pianeti
Se soltanto sapessero
Ciò che ci rende umani”

(Lamb, “What makes us human”, Backspace Unwind, 2014)

 
Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l’artigianato e la lingua italiana in generale, sa sicuramente che cos’è una graticola. In cucina, è lo strumento che griglia le pietanze; in arte, è il reticolato che, teso sopra a una qualunque immagine, permette di ingrandirla o rimpicciolirla a seconda del desiderio dell’utente; storicamente, è anche la superficie su cui venivano bruciati i condannati al supplizio del rogo; ma la Graticola di Tiziano Scarpa no: è una “timida disegnatrice di fumetti porno”.

Italia, anno 1996. L’editoria è scossa dall’avvento del fenomeno pulp.
La carica della Gioventù Cannibale mette a ferro e fuoco la terrificante provincia dello Stivale, con i suoi racconti osceni, violenti, assurdi, nonsense, eppure sfacciatamente divertenti.
Nessuna pretesa di veridicità; individualismo sfrenato; scrittura allucinata e straniante. E un interesse a metà tra l’agghiacciante e il tenero per i dettagli più truculenti:

Che differenza esiste tra un uomo immaturo e un caco troppo maturo? Nessuna, se l’uomo si getta da un cavalcavia e si spetascia su un suolo accogliente. Dicesi suicidio. Suona male. Meglio “farsi fuori”, “chiamarsi fuori”. Qualsiasi cosa fuori piuttosto che tenersi tutto dentro. E se ti butti da un ponte sull’asfalto, dentro, resta ben poco. La materia cerebrale per prima schizza fuori, finalmente libera di essere inutile: è primavera, il letargo è finito. È il momento di uscire dal cranio di una testa di cazzo.1

Sebbene non rientri all’interno della raccolta (di cui invece fanno parte, tra gli altri, il primo Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Isabella Santacroce e Stefano Massaron), il lavoro di Tiziano Scarpa dello stesso anno, Occhi sulla graticola appunto, presenta diverse affinità con quello degli undici Cavalieri dell’Apocalisse.
In perenne oscillazione tra serio e faceto, in una Venezia ben lontana dallo scenario da cartolina tanto amato dai turisti, si dipana la vicenda di Alfredo, alle prese con una tesi sulle brutte figure in Dostoevskij, e della sconosciuta con cui si scontra durante un piovoso pomeriggio a bordo di un vaporetto, Carolina Groppo.
L’incontro tra i due diventa l’occasione per Scarpa (e conseguentemente, per la voce narrante del suo Alfredo) per costruire un “Breve saggio sulla penultima storia d’amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo”. In altre parole, le cento pagine che compongono il romanzo, indagine invasiva e morbosa su vita, morte e miracoli dell’ignara Carolina.
Toccando diversi registri, a partire ovviamente da quello della trattazione accademica fino ad arrivare all’esilarante parentesi della commedia greca di cui sono protagonisti l’attuale fidanzato della giovane, Fabrizio Rumegotto, e il coinquilino Giampaolo Devitis (alle prese con una padrona di casa dalle bizzarre abitudini cosmetiche), veniamo a conoscenza della doppia identità di Carolina, che, per mantenersi agli studi presso l’Accademia di Belle Arti, disegna per la rivista “KissManga”: in particolare, si occupa di decriptare le censure dei fumetti porno giapponesi importati dal caporedattore della rivista, l’insopportabile Tullio Parmesàn, ricostruendo le parti anatomiche sapientemente oscurate dagli autori originali.

“[…] Dissolvenze, astrazioni, scontornamenti, palette, sagome, cuoricini, ortaggi, verdure, animaletti, minerali, esplosioni, raggi, disintegrazioni, sbriciolature, pixellizzazioni, mosaicizzazioni […] E poi ancora smerigliature, pollini, polarizzazioni, filtri, inquadrature sbilenche, punti di vista ingegnosi, impallamenti di altri personaggi che guardacaso si mettono di mezzo fra la pupilla del lettore e il dettaglio porno. E poi di nuovo eclissi, depilazioni, assenze, mancanze, sostituzioni, simulacri, metafore e innumerevoli altre forme di castrazioni ed eczemi grafici. Insomma: tutto l’universo, tutto il linguaggio, tutte le metafore del mondo sciamano a stormo e nidificano sull’inguine dei fumetti erotici giapponesi. Per i giapponesi tutto è possibile nell’area mutande”.

Con lavoro certosino, Carolina, avvalendosi dello pseudonimo di Maria Grazia Graticola, riproduce il più fedelmente possibile il tratto originario, e tanto basta.
Nel corso della sua ricerca, Alfredo ha modo di frugare negli appunti della ragazza e accorgersi dell’inesauribile flusso di idee che costellano la sua mente di aspirante artista. Sculture di ghiacciolo lasciate liquefare, altre di chewingum masticato: tuttavia, queste opere non vedono mai la luce del giorno, rimangono semplici progetti strappati dalle pagine di un diario e appallottolati, se ne stanno nascosti in qualche sgabuzzino, forse consapevoli dell’impossibilità di poter dire qualcosa di davvero nuovo.
E consapevole di ciò è anche lo stesso Scarpa, coi suoi furti alla letteratura “alta”, dall’iniziale riferimento a Dostoevskij fino alle citazioni fittizie da “Geopolitica dell’oltraggio” con l’immortale “Ta sbòro” (“Non ci risulta che in tutta la penisola si pronunzi un’offesa altrettanto greve”), dal significato facilmente intuibile.
Comunque la si rigiri, è sempre sull’amore che si finisce a parare. E allora che sia il linguaggio a nascondere e difendere (come ammetterà Carolina stessa) la banalità dei sentimenti.

La "modernità liquida" di Tiziano Scarpa

Il carattere dominante dell’intero lavoro è la liquidità.
Non solo intesa come liquidità organica fatta di sperma, diarrea, sudore, lacrime, ma come carattere dominante della vita moderna.
È liquida per eccellenza la laguna veneziana, in cui Alfredo e Carolina si trovano accidentalmente immersi all’inizio della vicenda. È liquida l’intera città, definita a un certo punto “vagina d’Europa”. Sono liquide le Sculture nascoste della ragazza.
È liquido lo sguardo che si scambiano i due, mentre lui è sotto la doccia e lei seduta sul water, situazione molto poco ortodossamente romantica ma autentica al massimo grado. E laddove quello di Alfredo risulterà, in ultima istanza, torbido, inquinato dalla melma delle supposizioni e delle dotte dissertazioni, lo sguardo di Carolina, in grado di prendersi la propria rivincita, è disarmante, pacato, limpido.

“[…] Nonostante queste circostanze estreme, ridicole se vuoi, lo sguardo che c’è stato fra me e lei è stato qualcosa di minerale, oggettivo, crudo, te lo ripeto, Alfredo futuro, c’è stato un attimo di azzeramento totale delle emozioni, forse per sopportare quel sovraccarico di imbarazzo, ma anche perché in quel momento mi sono sentito portare fino alle fondamenta creaturali dei nostri corpi, sta di fatto che in due parole, improvvisando lì per lì, lei è stata molto più brava e definitiva di me che trottolo intorno al nocciolo della questione con tutti questi giri di frase”.

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Nota

Consiglio da amica: se riuscite, procuratevi l’edizione originale del 1996.
In copertina campeggia nientemeno che Hipotron di Takashi Murakami, uno dei massimi artisti giapponesi della contemporaneità. E poi divertitevi.


1Pinketts, Andrea G., Diamonds are for never, in A.a.V.v., Gioventù Cannibale, Milano, Einaudi, 1996.

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