Rosso come il sangue, nero come l’inchiostro

Appunti su Sangue nero di Stéphanie Hochet

 
Critica

di Elena Fantuzzi

“Siamo tutti uguali: abbiamo paura di un dramma; qualche volta, siamo tanto romanzeschi da desiderare che avvenga e non ci rendiamo conto che è già cominciato”. Così scrive Alexis, nell’omonimo romanzo di Marguerite Yourcenar. Per uno strano caso, queste parole sembrano adattarsi alla perfezione al protagonista senza nome di Sangue nero di Stéphanie Hochet. Lui, però, da tutta la vita desidera un tatuaggio, offrire la propria pelle all’ago, dopo i tanti disegni preparati per l’amico tatuatore Dimitri… forse, inconsciamente, un dramma. Non sa decidersi, finché un giorno, durante un viaggio in Italia, si trova davanti un’antica meridiana latina su cui è incisa un’iscrizione: Vulnerant omnes, ultima necat (Feriscono tutte, l’ultima uccide). Ogni remora si dissipa: qualche giorno più tardi si fa tatuare da Dimitri questo memento mori sul plesso solare. Presto, però, la prima parte del tatuaggio inizia a sbiadire, un passato dimenticato riemerge dall’oblio e un misterioso malessere si impossessa dell’uomo.

Rosso come il sangue, nero come l'inchiostro

Questa la trama scelta dalla Hochet per questo curioso romanzo breve, che arriva sugli scaffali italiani grazie a Voland e alla traduzione di Monica Capuani. Romancière (ma anche saggista e giornalista) parisienne classe 1975, la Hochet è un’autrice ancora –purtroppo- poco nota al pubblico italiano, se si esclude l’ esordio (en Italie) del 2013 con “Le effemeridi” (edito da La Linea), brillante esperimento di romanzo pre-apocalittico: come reagire a una fine del mondo programmata? Ciò che maggiormente colpisce di lei è la scrittura colta, piacevolmente ricca di rimandi letterari e pittorici, fisica, precisa e vigorosa nella sua essenzialità. C’è una grande attenzione alla tematica del corpo, per lo più ferito, lacerato dalla malattia, in pratiche di piacere o, come in questo caso, nell’ incisione chirurgica della pelle per iniettarvi inchiostro. Non stupisce che, per la varietà dei temi proposti nelle sue opere, Le Monde l’abbia definita “exploratrice1. Così come non stupisce che una scrittrice exploratrice e di solide basi letterarie con Sangue nero si sia cimentata in una sapiente pratica di uno dei modi letterari più complessi di sempre: il fantastico. Modo sul quale (e sulla cui complessità) è forse bene spendere qualche parola.

Parlo di “modo letterario”, modalità narrativa, e non di “genere/sottogenere”, prendendo posizione nella lunga querelle che accompagna gli studi sulla letteratura fantastica a partire dal 1970, anno di pubblicazione di Introduction à la littérature fantastique di Tzvetan Todorov. Senza dubbio ancora oggi è difficile fornire una definizione incontrovertibile di “fantastico” in ambito letterario, ma possiamo affermare che non è mero opposto del realistico e, soprattutto, sinonimo di fantasy. A differenza di quest’ultimo, in cui il lettore accetta per convenzione un mondo guidato da leggi altre rispetto a quelle del mondo reale, il fantastico parte, invece, da una base realistica. In una vicenda “di tutti i giorni” fa improvvisamente capolino un dettaglio inspiegabile: all’inizio quasi insignificante, esso passa in secondo piano, ma nel corso della narrazione assume sempre più rilievo generando un senso di inquietudine. Alla base ci sono, per esempio, gli studi di Freud su “Das Uneimlich”, il perturbante, termine già noto alla letteratura psicanalitica per la definizione di Jentsch: lo stato di angoscia generato dal dubbio fra la effettiva animazione di un essere vivente e, al contrario, l’animazione di oggetti inanimati2 (es. automi). Spingendosi oltre, può essere definito come un senso di profondo turbamento generato dall’ inquietante ambiguità di un evento che sembra, con la sua esistenza, sovvertire l’intero ordine naturale e razionale a cui siamo abituati. Grande rilievo in questo modo letterario estremamente ragionato è la potenza creatrice della parola: basti pensare a quale potere essa ha nel Der Sandmann di E.T.A. Hoffmann, “capostipite” del fantastico.

E grande, performativo potere ha la parola nel romanzo della Hochet. Il tatuaggio non è soltanto scrittura su pelle, ma Verbo che sembra influenzare le vicende umane: non soltanto oggetto mediatore, ma vero e proprio personaggio e presenza sempre più ingombrante (e perturbante) nella vita del protagonista. Nodo centrale dello sviluppo della trama è la percezione di sé e del mondo. Potrebbe non essere causale in questo senso la scelta del plesso solare (già evidente richiamo alla meridiana): in alcune filosofie orientali, esso corrisponde al Chakra Manipura, sede di quello che comunemente chiamiamo ego, auto definizione. Qui viene squarciato, insidiato da sangue d’inchiostro: non è quindi un caso che il quadro complessivo risulti anche a noi lettori fortemente compromesso. Largo ai dubbi: dietro al Vulnerant potrebbero muoversi forze oscure magari guidate da quel personaggio sfuggente e sinistro che è Dimitri. Perché quella misteriosa malattia è comparsa proprio dopo quel tatuaggio? Perché proprio ora il protagonista si innamora, cambia, ripensa a un’amante abbandonata? Perché il tatuaggio sbiadisce, lasciando soltanto “l’ultima uccide”? Chi o cosa è “l’ultima”? Possiamo, siamo invitati a dubitare. Eppure possiamo anche pensare che ci sia una spiegazione ben più razionale: per esempio, chi ci dice che il protagonista sia affidabile e non ossessionato dal tatuaggio o affetto da manie di persecuzione? E se c’entrasse la malattia? Dimitri in fondo potrebbe essere soltanto un tipo schivo e i ricordi, chi sa come funzionano! Però, ci resterà sempre il dubbio. In ogni caso, perché il fantastico è esattamente questo: se chiudessimo il libro con una certezza, saremmo stati ingannati.


1Vedi al link qui.
2Ernst Jentsch, Sulla psicologia del perturbante, 1906.

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