“Vi ho amato tutti”

di Elena Fantuzzi

“Però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice.”

B. B. Ryžyj, Non ho camminato nei tuoi sogni

 
Settembre è un rosario di vite interrotte. 14 settembre 1955: in un piccolo paese dell’ Emilia nasceva Pier Vittorio Tondelli. Due settimane più tardi la stella nascente James Dean si spegneva ai bordi della Route 466, Cholame, California.
18 settembre 1970: il corpo senza vita di Jimi Hendrix veniva trovato in una suite d’albergo di Kensington.
14 settembre 1983: in un sobborgo di Londra nasceva Amy Winehouse, jazz singer moderna dall’ anima antica e i testi sinceri, una rarità.

Anche il poeta era nato in settembre, l’8 settembre 1974.
Era russo, si chiamava Boris, Boris Ryžyj.

Boris è un ragazzo di provincia. Nato a Čeljabinsk, si trasferisce presto con la famiglia a Ekaterinburg (allora ancora Sverdlovsk), città industriale degli Urali, grigia come il metallo delle miniere che la circondano. Il padre è ingegnere minerario, lo stesso Boris scenderà nelle viscere della terra per lavoro. Il padre a casa non c’è quasi mai e dicono che il ragazzo frequenti giovani della mala ed ex galeotti, imparando la dura legge della strada. Forse non è un caso che diventi campione di pugilato della propria città. Ma Boris non è un teppista di quartiere o un ribelle senza causa. A quattordici anni inizia a scrivere poesie, di nascosto, a diciotto finiti gli studi sposa Irina, compagna di liceo, si iscrive alla facoltà di geofisica e nel giro di pochi anni diventa un ricercatore brillante con un radioso futuro all’Accademia delle Scienze. A venti, un figlio, Artem, e il debutto da poeta sulle pagine della rivista “Ural’”.

“Tutte le mie poesie parlano di amore e morte: non ci sono altri temi.”

Così dichiarò in un’ intervista del 2000. Amore e morte, nulla più. Una dualità continua, disperata e irrisolvibile nei suoi versi. Si potrebbero quasi intravedere in lui le antitesi kunderiane che scandiscono il celebre L’insostenibile leggerezza dell’ essere: anima (“Più caldo, più umanità, più cielo. /Più nero dolore, poeta. / Non servono parole sull’eternità,/ o meglio su ciò che non esiste”) e corpo (“Magro, con la barba lunga. Sei tu!/ Lo specchio di fronte, un labbro rotto, i nervi a pezzi […]”) ; leggerezza (“Portami lungo viali vuoti,/ parlami di qualche sciocchezza,/ pronuncia vagamente un nome”) e pesantezza (“Non ti salverà più né l’onda del mare/ né il cielo stellato”). Ruvidezza (“Bob è morto, Vadim bruciato, / adesso sono del tutto solo,/ come l’ultima merda in natura”) e tenerezza:

“Manca tenerezza nei miei versi,
ma voglio raggiungerla quella tenerezza,
come se fosse inevitabile o per sbadataggine,
e ti bacio in tutta fretta.

O mia confusa Musa!
Tu mi volti le spalle e nascondi le lacrime,
mentre io ruggisco questa misera prosa
senza nascondere né il viso né il cuore.

Ragazza mia, mi appoggio alla tua guancia.
Come vecchi, angeli o bambini,
noi vivremo soli in questo mondo.
Tu piangi, io metto in versi i tuoi singhiozzi.1

Ryžyj ricerca dichiaratamente e disperatamente l’essenza: priva i suoi versi di qualsiasi eccesso o esotismo, li cesella per arrivare là dove le parole non servono. Sceglie uno stile diretto, senza filtri (nel bene e nel male), traendo ispirazione e cercando di raccontare la generazione perduta della perestrojka. Boris e i suoi compagni finirono gli studi nel 1991, mentre cadeva l’Unione Sovietica e ciò che essa aveva rappresentato. Catapultati fuori dal comunismo ma senza raggiungere quel modello di società occidentale capitalista, si ritrovarono tra le mani una libertà di cui non sapevano che fare. Molti entrarono al servizio dei gangster locali, tanti finirono presto nel cimitero senza nome di Ekaterinburg. Un’ecatombe senza guerra quella dei “soldati della perestrojka”. Li definisce così il poeta, quasi con affetto per gli amici perduti. Da allora iniziò a contare molte croci e – forse (non si intende fornire qui risposte né certezze) – iniziò ad acuirsi una dolorosa empatia per chi si ritrova costretto a vivere senza privilegi e gioia nella desolazione della provincia dell’impero che fu. Forse avvertì l’angoscia della lotta quotidiana per sopravvivere “in quel paese mite che da mille anni si divide in sbirri e criminali” e quella bruciante della resa. Gli amici dicono che si fece strada in lui un senso di colpa senza nome.

“Cosa ti ucciderà, ragazzo? La colpa.
Ma custodiscila, questa tua colpa.
Colpa verso chi? Verso te stesso: tu vivi.2

Nel frattempo Boris diventa un poeta di successo: è il 2000 quando gli viene conferito il prestigioso premio Anti-booker a Mosca. Lo invitano al Festival Internazionale di poesia a Rotterdam. Ha 25 anni e i critici iniziano a vedere in lui la promessa di un grande talento: potrebbe essere lui il Puškin del nuovo millenio? Quello che non vedono è la dura, devastante lotta contro la depressione e l’alcolismo, gli occhi sempre più spenti.
Nessuno sa perché un uomo si suicida, forse nemmeno chi lo fa. E noi non vogliamo cercare la ragione, cosa spinse Ryžyj a porre fine anzitempo alla propria vita quella notte di maggio del 2001. Sappiamo solo che lasciò un’ultima poesia, poco prima di andarsene. Gli ultimi versi recitano soltanto “Vi ho amato tutti, ragazzi. E non è una sciocchezza”.

 
Chi volesse approfondire la produzione di Boris Ryžyj può consultare le seguenti antologie di poesia russa contemporanea:

La nuovissima poesia russa, a cura di Mauro Martini, Einaudi, 2005.
Poeti russi oggi, a cura di Annelisa Alleva, Libri Scheiwiller, 2008.
O il sito (in inglese): http://www.borisryzhy.com/

Dove non diversamente indicato, le traduzioni utilizzate sono tratte dal volume La nuovissima poesia russa, a cura di Mario Martini (trad. Valeria Ferraro).

1Traduzione propria (orig. “Мне не хватает нежности в стихах”)
2Traduzione propria (orig. “Погадай мне, цыганка, на медный грош”)

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