Si fa presto a dire mostro

Sullo sfondo della geografia esistenziale houellebecqiana, il dramma di un soccombente dei giorni nostri ne Il mostro dell’hinterland di Matteo Ferrario.

 
di Alberto Bergamini

Lib(e)rorum

Una delle massime acquisizioni intellettuali conseguite in tempi recenti penso sia la scoperta operata da Michel Houellebecq circa la distinzione fondamentale attiva all’interno del tessuto sociale occidentale. Se grosso modo fino alla seconda guerra mondiale la scissione più rilevante era fra ricchi e poveri (distinzione di cui era ancora prigioniero, almeno a livello terminologico, Céline), a dispetto di tutte le estetiche della povertà sempre di moda in Italia, il crescente e sempre più diffuso benessere in occidente oggi fa sì che il terreno della lotta (per mantenere l’esattissima reinterpretazione houellebecqiana del vocabolo marxista) non sia più il successo economico ma la riuscita esistenziale tout-court, vale a dire il prestigio sociale: la posizione conquistata nel contesto delle dinamiche sociali. Ora, per una sorta di riduzione all’animalità, inevitabile all’interno di una società in cui è possibile svelare l’illusorietà di qualsiasi superfetazione umanista (certo, se solo si vuole farlo, ma do per scontato il riconoscimento del lapalissiano stadio storico post-umano), il parametro rispetto al quale misurare la suddetta riuscita esistenziale diventa la sessualità: per citare lo stesso Houellebecq, «la sessualità è un sistema di gerarchia sociale»1. Sintetizzando: chi scopa è un vincente e sarà integrato, chi non scopa è un perdente e sarà emarginato. Di conseguenza ciò che viene a crearsi è una doppia polarità, tale per cui la posizione di ogni individuo nella società non è più riassumibile nella posizione rispetto al segmento interposto fra i poli “ricco” e “povero”, ma si fa necessaria l’intersezione di due segmenti tali per cui ciò che si viene a creare è uno spazio cartesiano diviso in quattro quadranti, di questo tipo:

Schema

Ogni essere umano membro alla società occidentale occupa uno di questi quadranti (sì, anche voi), a seconda del quale ogni essere umano membro alla società occidentale ha determinate possibilità e spazi di manovra.
Ovviamente starete pensando che il quadrante peggiore che si possa occupare è quello in basso a destra (perdente-povero), ma non è del tutto corretto, almeno non in Italia dove cinquant’anni di ideologia comunista hanno definitivamente consacrato la povertà come qualità umana, politica e estetica, e la ricchezza come circostanza sempre passibile di sospetto, sempre biasimevole e guai a chi fiata: siamo in democrazia, comanda il popolo.

Si fa presto a dire mostroNe sa qualcosa Riccardo Berio, protagonista de Il mostro dell’hinterland (Fernandel, 2015) secondo romanzo di Matteo Ferrario. Ultimo rampollo (perdonate l’espressione banale, ci ho pensato per venti minuti ma non me ne viene in mente un’altra: “ultimo discendente” mi sembrava un po’ carica) di un’assai benestante famiglia industriale dell’hinterland milanese, a quarant’anni suonati Berio può permettersi di vivere senza lavorare, anzi senza aver mai combinato veramente qualcosa, conducendo una vita ritirata e dedita agli studi, non intrattenendo commercio col mondo esterno, in primo luogo con le donne. E proprio qui iniziano i suoi problemi, perché nel momento in cui i due zii, con i quali condivide la villetta bifamigliare dopo la morte dei genitori, vengono ritrovati assassinati e fatti a pezzi, nessuno ha dubbi che l’assassino sia lui. Soprattutto una volta messa a confronto la sua vita sessuale, inesistente, con quella dei due defunti, notoriamente dediti a vivaci e poco ortodosse pratiche erotiche.

Ora, proprio quella che a partire dagli standard morali convenzionali e pubblicamente riconosciuti dovrebbe costituire piuttosto una nota di biasimo e sospetto per i due attempati sporcaccioni, diviene invece un ulteriore, e schiacciante, indizio a carico di Riccardo, proprio sulla base di quella geografia che ho tentato di abbozzare all’inizio: l’opinione pubblica, dal panettiere al prete, passando per le due piemme, simpatizza immediatamente con le abitudini dei due anziani, scusate e giustificate e perfino bonariamente approvate in virtù di quel vitalismo e felicismo che permeano segretamente (o meno) la nostra società, mentre l’inattività sessuale di Riccardo appare da subito come un qualcosa di irritante ed equivoco, di cui diffidare.
È in questo contesto che emerge tutta la bravura di Ferrario, nell’inscenare un processo che dà l’impressione di seguire binari prestabiliti senza che si riesca mai a dire veramente perché, se non ricorrendo appunto all’analisi esistenziale di cui sopra, la quale essendo sfortunatamente esatta non interessa a nessuno, meno che mai alla Giustizia. Lo stesso Riccardo si difende fin da subito in modo debole e svogliato, già in qualche modo consapevole dell’inevitabilità del suo destino di valvola di sfogo per dinamiche socio-esistenziali in cui ognuno di noi si trova a occupare il suo posto senza possibilità di fuga.
Riccardo sarà condannato all’ergastolo e quello che leggiamo è, nella finzione narrativa, una sorta di memoriale che lui stesso decide di redigere dopo circa sette anni di detenzione, alla notizia che la famosa villetta del massacro sta per essere battuta all’asta. Un po’ apologia, un po’ confessione, un po’ nessuna delle due, quella che Ferrario ci racconta è l’autopsia dell’emarginazione, l’analisi del destino del disadattato in un società fondata sull’adattamento a se stessa; un’analisi in cui la vicenda criminale funge da liquido di contrasto per mettere ancora più in chiaro il gioco di ruoli su cui si basano i rapporti umani nell’epoca dell’informatizzazione assoluta, cioè nell’epoca in cui l’esistenza di ognuno è riducibile alla posizione occupata su un grafico cartesiano.

A meno di cogliere l’unica possibilità realmente a disposizione. Chiamarla amore sarebbe fare un torto all’intelligenza di Ferrario, che mai scade al livello del luogo comune o della soluzione stereotipata; è forse più corretto chiamarla solidarietà. La solidarietà fra chi si trova nel quadrante sbagliato del grafico, la solidarietà fra Riccardo e Mara, ossia fra l’uomo troppo debole per essere riconosciuto come uomo e la donna troppo forte per essere accettata come donna e quindi entrambi etichettati come cosa inquietante. In questo Ferrario riprende la situazione topica intorno alla quale era già incentrato il precedente Buia, suo romanzo di esordio. Ancora una volta è nell’emarginazione dovuta allo stravolgimento dello status socialmente (e quindi esistenzialmente) accettato che si crea la possibilità di comunicazione fra i due personaggi; possibilità che tuttavia non può essere semplicemente “colta”, quasi si trattasse di un freno di emergenza alla portata di chiunque in ogni momento, ma che implica invece tutte le difficoltà dell’essere una possibilità letteralmente non prevista, del tutto interna a quella terra di nessuno che è l’esistenza all’infuori delle possibilità istituzionalizzate dell’esistenza, storicamente previste dalla contemporaneità. E questo a pensarci bene è un ulteriore motivo per leggere il romanzo di Ferrario, che nel panorama attuale costellato da banalità ci offre un’opera intelligente, mai scontata, scritta con perizia e consapevolezza.

 


1Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, Milano: Bompiani, 2001, p. 90.

Lascia un commento