Migrazioni e immigrazioni: il volto (umano) di un fenomeno

di Federica Marelli

La Matta

Mentre scrivo i telegiornali aprono l’edizione di mezzogiorno con la notizia di cinquanta migranti (ormai si usa e si abusa di questa parola) trovati morti in un tir in Austria. Qualcuno tra chi sta ascoltando questa notizia potrebbe registrarla come l’ennesima (altra parola largamente utilizzata), l’ultima della serie, notizie così ne arrivano ormai ogni giorno, forse più volte al giorno; tanti barconi, tanti (troppi!) migranti, tante inquadrature di facce spaventate da non contarle. Si può quasi dire che non fanno più notizia.

Utilizzo come pietra di paragone un evento recente: dalla tremenda strage dell’ottobre del 2013, in cui morirono più di 300 persone, ad oggi, sta rapidamente cambiando il modo in cui viene raccontato il fenomeno della migrazione. In quei giorni ho avvertito nei telegiornali e in genere tra i mezzi di informazione una forte solidarietà, una sensazione di orrore nel trovarsi di fronte a una strage terribile; si sono azzardati persino paragoni con l’11 settembre (eresia!), non tanto per il numero di vittime, quanto come accostamento a un evento di proporzioni enormi. Tale comune sentire di essere di fronte a un evento tragico e insolito è andato via via affievolendosi. In occasione della morte in un solo viaggio di 800 persone nel Mediterraneo ci sono stati ignobili commenti sui vari social network, c’è stato chi ha espresso sollievo per la morte di tanti poveri innocenti. Perché? Perché “così non vengono ad invadere casa nostra”.

Quando esattamente e soprattutto perché abbiamo perso la capacità, non solo in pochi mesi naturalmente, ma a livello di fenomeno sociale, di provare empatia per queste persone? Perché di fronte alle facce spaventate, agli occhi arrossati di pianto, ai vestiti laceri, ci sentiamo come di fronte ad un nemico da combattere?

Questo tema così pressante e così ampiamente discusso non può essere esaurito nello spazio di un breve articolo. Tuttavia cercherò di trovare possibili risposte ma in particolare di fornire ulteriori domande esaminando i concetti di “migrazione e razzismo”, soprattutto dal punto di vista antropologico.

La parola immigrazione innanzitutto: è sempre più presente tra i media e nei discorsi superficiali tra conoscenti, e diventa spesso sinonimo di invasione. Quel piccolo prefisso di due lettere spaventa, fa sentire attaccati, ci fa arroccare sul noi contrapposto all’altro, chiunque altro. Due lettere hanno davvero un gran potere! Il resto della parola invece è più neutro, la radice del termine deriva dall’antico slavo mig-livŭ, che significa “mobile”. Lo stesso concetto rimanda anche agli stormi di uccelli che migrano da una zona all’altra della terra ogni anno, periodicamente, naturalmente. Ecco, la migrazione di uomini (e animali) non è una cosa contro natura, anzi, è connaturata all’esistenza stessa di specie viventi che sono in grado di muoversi. Il motivo per cui scelgono di farlo è legato soprattutto a fattori ambientali e sociali: ad esempio nella preistoria la mancanza di risorse (cibo, acqua, legname) in alcune zone e la loro presenza in altre obbligarono i gruppi umani a spostarsi. E ciò fu perfettamente logico e necessario. Dai tempi delle prime migrazioni di Homo Sapiens fuori dall’Africa ne abbiamo fatta di strada (letteralmente e figurativamente)! E se ciò non fosse successo la nostra specie non si sarebbe espansa su tutto il pianeta. Forse è questa la grossa differenza, l’allarmismo che fa dire “è un’invasione senza precedenti”: il problema è la proporzionalità del fenomeno, che è maggiore rispetto al passato poiché il numero di persone sul pianeta è il più alto mai raggiunto. La vera invasione l’ha realizzata l’uomo sull’intero pianeta.

Il problema degli spostamenti che erano e sono necessari si scontra con elementi sociali e politici attuali (di cui non entrerò nel merito) e si intreccia anche col tema del razzismo. A mio parere è paradossale che la mobilità, che abbiamo visto essere l’originario significato di migrazione, sia contemporaneamente elogiata e disprezzata. Da un lato si incita alla velocità, all’essere mobili quindi flessibili, non ancorati, esploratori e viaggiatori, scopritori di nuove conoscenze, pronti a fare esperienze all’estero. Dall’altro guardiamo con sdegno chi si muove per necessità, gli diciamo “Torna al tuo paese!”. Tutto pare dipendere da chi si muove.

Secondo l’autorevole pensiero di Luigi Cavalli Sforza, genetista famoso a livello internazionale, il razzismo così come lo definiamo oggi è caratteristico degli ultimi due secoli ed è fondato sulla credenza nell’esistenza di una diversità fisica, biologica ed innata tra diverse “razze” di uomini. Secondo il pensiero razzista chi è più scuro di pelle è di conseguenza più stupido, più sporco, perché remota è l’associazione tra il bianco con il pulito e il nero con lo sporco e il cattivo. Le estreme conseguenze di un pensiero razzista, oltre a classificare le persone sulla base di razze che nemmeno esistono scientificamente (in circa due secoli le ipotesi sul numero di razze esistenti sono variate da tre a sessanta, in base ai criteri di classificazione) portano a considerare immancabilmente sé stessi come la razza superiore e a non riconoscere in tutti gli uomini lo stesso grado di umanità.

Le motivazioni di una credenza di questo tipo risiedono in una considerazione genetica (come sostenuto sopra: bianco uguale pulito, quindi le persone di pelle bianca hanno geni “migliori”) da cui se ne fa discendere una culturale: le persone geneticamente peggiori avranno di conseguenza abitudini, comportamenti e modi di vivere peggiori. Tali concetti non sono nuovi: presero particolarmente piede nell’Europa dell’Ottocento, agli albori dell’impresa coloniale, dove giustificazioni biologiche servirono anche come strumento per l’oppressione di popoli non occidentali.

Ma questa storia la conosciamo e sappiamo che non ha portato a molto di buono. Nel fenomeno delle migrazioni tuttavia si stanno riproponendo categorie e schemi di pensiero razzisti. Vogliamo davvero ancora oggi classificare le vite umane ed ergerci a giudici della maggiore o minore umanità dell’altro, della persona che emigra? Da cosa partire poi per giudicare? Non solo in base a quali parametri, ma chi andiamo giudicando? La persona in sé costretta a fuggire (quindi una discriminazione su base genetica, biologica) o l’organizzazione statale e sociopolitica che l’ha posta in tale situazione? E se la risposta dovesse risiedere nel giudizio negativo verso le condizioni sociopolitiche di partenza, perché giudicare la persona – forse sulla base di azioni che ha commesso o (forse) commetterà in futuro?

Parafrasando una delle ultime scene del film Il momento di uccidere del 1996: e se una delle facce dei disperati che scendono dai barconi, infreddoliti, spaventati, affamati e provati dal viaggio, fosse quella di nostro figlio?
 


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