La Joconde est disparue!

di Elena Fantuzzi

La Matta

Dicono che la mattina del 22 agosto Parigi fosse tutta un mormorio. Pare che il giorno prima, al Louvre, un vecchio custode avesse perso la voce gridando “La Joconde est disparue! La Joconde est disparue!”.

Ma come disparue, la Joconde?Oui, oui disparue!”confermò col cuore in gola al primo collega che incontrò, sottolineando il tutto con ampi gesti delle mani, simili a quelli utilizzati dai maghi nei loro numeri ai teatri di varietà. Il collega lo squadrò da capo a piedi. “Macché scomparsa! L’avrà sicuramente presa il fotografo!”. Invitò il vecchio a sedersi e a bere un bicchier d’acqua, rimuginando fra sé che il caldo d’agosto ai più anziani gioca proprio brutti scherzi. Per celia disse che non c’era da stupirsi: sono tipi strani quei fotografi, si credono artisti con quei loro ammennicoli moderni ma sapessi che ladri! Chiedono fior di franchi per cosa? Neanche dipingessero quadri…

Quadri, ladri. Quadri, ladri… non sarà che…

Dicono che a quel punto il collega scoppiò in una gran risata. “Rubare la Gioconda? Ma andiamo, sarebbe come rubare il sole dal cielo!” sentenziò allontanandosi. Pare che in quella estate del 1911 affermazioni che ponevano tale furto o la sua sola possibilità come pietra di paragone dell’ impossibile, fossero -per qualche strano motivo- particolarmente in voga. Il giorno prima, lo stesso sottosegretario alle Belle Arti in partenza per le ferie ammonì i propri collaboratori di non chiamarlo “a meno che il Louvre non prenda fuoco o venga rubata la Gioconda”.

Come che sia, quella mattina la Gioconda nessuno seppe ritrovarla. Di lei restava soltanto un chiodo alla parete che sconcertava chiunque passasse per il Salon Carrè. Come il povero Louis Béroud, di professione pittore, che da giorni pregustava il momento in cui avrebbe potuto sedersi di fronte alla dama italiana e ritrarla nei suoi schizzi. Arrivò puntualissimo all’appuntamento ma lei non c’era: un classico.

Nel giro di un’ora c’erano tutti: il direttore, il capo della sicurezza,il prefetto di Parigi, il capo della polizia e il suddetto sottosegretario alle Belle Arti. Evitavano di guardarsi l’un l’altro negli occhi: poco prima un agente aveva rinvenuto vetro e cornice abbandonati su una scaletta. Qualcuno aveva davvero rubato la Gioconda. Ecco, il punto era: chi?
Si passarono in rassegna tutte le ipotesi (un tedesco, una spia – tedesca-, un pazzo), si bloccarono le uscite e fortuna che oggi è giorno di chiusura! Si interrogarono gli operai e si perquisirono le loro abitazioni. Pare che tra questi ci fosse un gran numero di italiani e si sa come sono, les Italiens: scaltri, disonesti arrivano qui e ti rubano portafogli, documenti e magari pure la donna con quelle loro chiacchiere da quattro soldi, che tanto piacciono alle signore. Eppure niente, nulla di nulla. “La Joconde est disparue”.

Dicono che nelle settimane che seguirono Parigi precipitò nel caos. Lo scandalo rimbalzava di giornale in giornale e le indagini brancolavano nel buio. Alla fine, esasperato, il prefetto ordinò l’arresto di Guillaume Apollinaire, quel poeta anarchico che se ne andava in giro a dire che bisognava distruggere le opere di tutti i musei per fare spazio all’arte nuova. Più chiaro di così e c’era pure una soffiata! Di un amante che mal digeriva l’abbandono e cercava vendetta con la galera. Niente, si dovette liberare l’ anarchico. Si accusò allora un amico del suddetto, uno spagnolo, Pablo Picasso, che non aveva certo speso buone parole nei confronti della dama italiana e “si sa, quelli sono artisti…”. Ma ancora nulla.

Al finire dell’ estate, Parigi si chiuse in un livido silenzio e si vestì a lutto.

Nessuno sospettò mai di un uomo piccolo e baffuto, un italiano di nome Vincenzo. Alibi di ferro, aria dimessa. Faceva l’imbianchino al Musée e quella mattina d’agosto portò via con sé la dama italiana. Uscendo dal Louvre la tenne sempre all’ altezza del cuore, sotto la blusa, e la sera nella sua stanza cenava con Lisa a lume di candela, sussurrandole che l’avrebbe riportata a casa. Così fece e sorrideva orgoglioso quando la mostrò, due anni più tardi, a un noto collezionista fiorentino. Non capì perché il giorno seguente i carabinieri bussarono alla sua stanza d’albergo e un commissario lo chiamò “ladro e sconsiderato”. “E non fu ladro e sconsiderato Napoleone? Se la prese e pure in camera da letto se la portò! In camera da letto, capisce commissario?”. A poco servì ricordare che la Gioconda di italiano ormai aveva solo i natali, essendo francese da ben prima di Napoleone. Vincenzo questo non lo sapeva.

Un anno dopo, il processo: anni uno e giorni quindici di reclusione per l’imputato. No, facciamo meno che comincia la guerra e il Peruggia vuole partire. A Caporetto lo presero gli austriaci poi la guerra finalmente finì e Vincenzo partì. Tornò da Lisa. Con una moglie e un passaporto falso si trasferì alla periferia di Parigi. Morì qualche anno più tardi, dopo aver visto nascere la piccola Celestina. Al paese tutti la chiamavano Giocondina.


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