Interviste musicali estive: Paola Fernandez Dell’Erba, an argentine woman in Milan.

di Ivano Segheloni

TEatro

Cari lettori di Ma però, dopo la breve pausa della rivista siamo tornati più in forma che mai, pronti come sempre a raccontarvi angoli di cultura che riusciamo a scovare per voi. E quale modo migliore se non quello di intervistare una talentuosa e affascinante cantante, artista ed insegnante, nonché piacevole persona dal sorriso contagioso? Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Paola Fernandez Dell’Erba, argentina di nascita e milanese di adozione, curiosando un po’ nella sua vita, tra percorsi musicali e culturali, pensieri ed emozioni: perché dietro la musica c’è sempre qualcosa di intrigante da scoprire, qualche storia da raccontare, idee da condividere.

Ciao Paola, grazie per la tua disponibilità. La prima domanda è doverosa: come è nato il tuo amore per la musica? È stato un colpo di fulmine o una lenta progressione?

Il mio amore per la musica è nato in un modo direi inconscio. Da sempre la musica ha avuto un ruolo importantissimo nella mia vita, ho sempre cantato, e sono sempre stata attratta dalla produzione dei suoni in armonia, dalla magia che scaturisce dal fare musica, dall’appropriarmi anche per un attimo della sua essenza…

Hai qualche aneddoto o storia carina da raccontare, magari durante l’infanzia, che ti ha fatto avvicinare alla musica?

Forse i lunghissimi viaggi in macchina con la mia famiglia, dove spesso per ore e ore cantavamo vecchi brani mentre scorrevano i paesaggi mozzafiato dell’Argentina. Poi ci fermavamo in qualche peña (i ritrovi di folklore) e io mi addormentavo così, su qualche sedia, mentre i musicisti suonavano fino a tarda notte. Ho passato l’infanzia così, fino all’adolescenza, dove insieme a mio fratello batterista abbiamo fatto diventare casa nostra la sala prove della città! Si suonava tutto il giorno!

Parlaci un po’ della tua formazione musicale. Cosa ti ha spinto a intraprendere certi percorsi?

Ho iniziato da piccola a cantare rock argentino, reggae (sono di una città di mare, quindi era tutto molto “surfer”), mentre in casa c’era un paesaggio sonoro abbastanza folk. Poi un giorno ho conosciuto da vicino il tango e ho cominciato a cantarlo. È stato un colpo di fulmine, come se in quel momento avessi scoperto il mio cammino. È iniziato come un gioco: all’epoca non esistevano ragazzini un po’ freakettoni che suonassero tango, invece noi abbiamo messo su un complesso dove si suonava tango e candombe ed era più rivoluzionario che suonare rock! Immediatamente sono andata a vivere a Buenos Aires, decisa a studiare musica davvero, e lì è cominciato tutto…

C’è stato un momento particolare della tua vita in cui hai capito che la musica sarebbe potuta diventare il tuo lavoro?

A Buenos Aires, mentre ero all’università abbiamo cominciato a fare delle serate, a volte a cappello, a volte con un cachet. Mi sembrava meraviglioso che qualcuno ci pagasse per fare la cosa più bella del mondo. È stato così che ho pensato : beh, in effetti si può vivere delle proprie passioni!

Ricordi durante le tue prime esperienze lavorative particolari emozioni e sensazioni?

Le prime volte sul palco avevo sempre abbastanza paura, ma riusciva a sciogliersi in una specie di euforia che mi collegava con qualcos’altro, una sensazione mai sentita fuori dalla scena, ed è qualcosa che continua a succedermi. È magia pura.

Ad un certo punto della tua formazione e carriera argentina, ti sei trasferita a Milano. Come è stato l’impatto con una città e un ambiente nuovo per te, sia umanamente che culturalmente?

L’impatto è stato molto forte. Io avevo un progetto molto chiaro: volevo a qualunque costo e in qualunque posto del mondo dedicarmi alla musica. In Italia volevo studiare musica, perfezionarmi e soprattutto studiare musicologia all’università che a Buenos Aires non c’era ancora. Ho resistito alla solitudine e al freddo milanese per un anno, anche se piangevo ogni sera. Ma sentivo che questo era il mio posto in quel momento, non so bene perché. Ma poco dopo la malinconia è passata e mi sono abituata al freddo. E oggi sono contenta di aver portato a termine i miei progetti e di essere rimasta qui. Milano per me è casa.

Quali sono le differenze culturali e musicali principali che hai notato tra Argentina e Italia? Ci sono aspetti in comune?

Di aspetti comuni tantissimi, l’Italia è, per noi argentini, una madrepatria culturale (nel bene e nel male), e un modello di valori, amicizia, famiglia. A livello culturale, e specificamente musicale, forse trovo più differenze. In Argentina la musica si vive molto più da vicino, abbiamo un forte legame con il nostro folklore, con la nostra poesia popolare ed è una cosa che in tutte le classi sociali si sente. In Argentina molte serate si concludono ballando o suonando. La musica è presente in tutti i momenti della nostra giornata. E si ascolta di tutto! In Italia ho notato che la musica popolare spesso è un po’ di cattivo gusto e il folklore non si è rinnovato, è un folklore morto. Di rock e pop ho trovato veramente poche cose valide. Poi ovviamente ci sono le eccellenze, e nella musica classica l’Italia è molto superiore (giustamente!); spesso con i miei colleghi ce ne accorgiamo a chilometri di distanza quando suona un violinista o contrabbassista italiano o argentino. La differenza nella tecnica è veramente tanta.

Descrivi tre cose che ami della tua cara Buenos Aires, e tre cose che ami della tua nuova “casa” milanese.

La notte. A Buenos Aires la notte ha un velo di magia sensuale, che secondo me non c’è in nessun’altra città al mondo. Anche a mezzanotte tu puoi trovare un concerto bellissimo o le librerie aperte. Puoi passare l’intera serata in un bar a leggere o a parlare con qualcuno come se non ci fossero convenzioni riguardanti gli orari in cui si fanno queste cose.
Il cielo. Il cielo in Argentina è immenso, di un azzurro che fa male. Tu guardi in alto e capisci che esiste l’infinito, e questo ti fa sentire piccolo, ma anche illimitato.
Gli incontri. A Buenos Aires se tu esci a fare due passi, ti possono succedere tante di quelle cose in cento metri che in Europa ti capitano in un anno. C’è un’umanità folle ma piena di cose da raccontare, e con una spontaneità di vivere in cui tutto può succedere. Ti senti eterno!
A Milano invece amo le certezze. Adoro sapere che non tutto cambierà se mi giro, adoro sapere che i progetti iniziano e finiscono. Mi dà sicurezza.
La gente. Da quando sono arrivata e appena varcata la soglia dei primi freddi, ho sentito di poter confidare nei miei amici milanesi. Mi sono accorta che c’è una solidarietà vera. Forse non immediata come può essere in altri posti, ma vera. Ho incontrato persone delle quali so di potermi fidare per sempre, persone con veri valori umani. Non tutte certo, ma guarda caso, quelle che mi hanno dato questa sensazione sono milanesi doc.
Amo girare Milano in bicicletta, scopro sempre nuovi angoli nascosti che mi sorprendono ogni giorno. È come se la città avesse sempre qualche carta in più da farmi vedere per ricordarmi la sua bellezza.

Interviste musicali estive: Paola Fernandez Dell’Erba, an argentine woman in Milan.

Parliamo un po’ di tango. Perché hai deciso di concentrare la tua carriera proprio su questo genere? Cosa ti ha conquistato?

Il tango parla di Buenos Aires, ma in fondo in fondo parla di problemi universali. Spesso è cupo (soprattutto dagli anni ’40) ma non è un lamento: il tango è cinico, ci ride sopra, ti dice cose che fanno male, ma poi ti dice “bevici su! Chissenefrega! “. E poi è super riflessivo, non a caso noi argentini siamo il popolo più psicanalizzato al mondo… È molto viscerale, è fatto di amori finiti male, di alcool, di malavita, di emigrazione. Sono tutti temi universali, ma il tango riesce ad essere così con una sensualità irresistibile. Io semplicemente mi sono sentita identificata in questo, perché anche io sono un po’ così.

In quali modi riesci a trasmettere questo tipico genere musicale argentino in Italia, e in generale in paesi dove magari il tango non fa parte della cultura di origine?

È abbastanza difficile, ma credo che proprio perché il tango sviscera il sentimento di tematiche universali, riesce ad essere sentito e vissuto anche negli angoli più sperduti della terra. Non a caso è la musica degli immigrati europei e degli schiavi africani arrivati li, alla fine del mondo. E poi, diciamolo, musicalmente è una bomba…

Quali sono le tue altre influenze musicali? Hai qualche artista di riferimento a cui ti ispiri o prendi spunto per la tua carriera?

Influenze musicali ne ho tante, sono sempre stata una spugna, dalla musica popolare dei paesi più svariati, alla musica brasiliana, peruviana, dall’afrobeat al Jazz, dal rock anni 70 e 90 alla musica elettronica, per poi soffrire il fascino della musica da camera e farmi trasportare da certi corali di musica sacra rinascimentale…

Parlaci della fusione del tango con altri generi e stili musicali, anche in rapporto con le moderne tecnologie che hanno cambiato sotto vari aspetti la musica attuale.

Il tango, come il Jazz, è nato da varie fusioni, al suo interno ci sono melodie europee, ritmi africani, cadenze indigene. È stato da sempre in continua evoluzione. Piazzolla e altri compositori lo hanno fatto avvicinare alla musica contemporanea, e oggi le generazioni più giovani lo mescolano al rock, ma non tanto a livello musicale, più come atteggiamento, quasi come a ridargli quella patina ribelle e di periferia che aveva alla nascita. Ci sono anche vari esperimenti con la musica elettronica, a mio avviso, ancora piuttosto superficiali, direi quasi banali. Io spero che un giorno ci sia una ricerca elettronica seria sul tango, di un sound originale, e non ho dubbi che sarà bellissimo.

Sappiamo inoltre che sei un’ottima insegnante di canto. Quali rapporti e connessioni si instaurano con gli allievi? Esiste uno scambio di emozioni e sensazioni reciproche che nasce e si sviluppa grazie alla musica?

Io amo insegnare. C’è un mio lato molto empatico che nell’insegnamento del canto viene fuori naturalmente. E riesco ad avere una connessione molto intensa con i miei allievi, una sorta di amore fraterno, che passa magicamente attraverso la musica, che io amo e che credo di insegnare ad amare. La voce poi è un veicolo potentissimo per esprimere emozioni… Spesso quando sento che un mio allievo finalmente canta davvero con il cuore (dimenticandosi, avendo acquisito, finalmente tutto il lavoro tecnico che spesso è lungo e noioso) mi emoziono. È quasi come stare sul palco a cantare, è bellissimo.

Cosa pensi dei tanti ragazzi che oggi scelgono di intraprendere una strada musicale, sognando magari un giorno di poter essere protagonisti della musica?

Penso che sia meraviglioso. Credo che chi non insegue i propri sogni è nato sconfitto. Ma credo anche che questi ragazzi vadano guidati. La chimera dei talent show e tutte quelle storie di cattivo gusto deviano dalla vera musica. Un musicista vero deve farsi strada da solo, dal basso. Deve suonare tanto e in svariate situazioni, impegnarsi sempre nello studio e diventare unico. E poi deve sapere anche cambiare strada se capisce che non ha la tempra per rimanere, senza drammi. Non è una strada facile, anzi… ma se senti che quando sei sul palco sei a casa, allora sei perduto!

Ultima domanda: se dovessi sinteticamente descrivere la musica in tre parole, quali sarebbero?

Equilibrio, poesia, e madreterra.

Paola Fernandez Dell'Erba

 


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