EX MACHINA di Alex Garland

ovvero quanto pesa un robot?

 

Film

di Fabio Quartaroli

ex machina
Titolo: Ex machina
Genere: fantascienza, drammatico
Anno: 2015
Regia: Alex Garland
Sceneggiatura: Alex Garland
Cast: Domhnall Gleeson, Alicia Vikander,
Oscar Isaac, Sonoya Mizuno
Produzione: DNA Films, Film4
Paese: Regno Unito
Durata: 108 min
Data di uscita: 30 luglio 2015

 
C’era una volta, o meglio ci sarà in futuro, un giovane programmatore senza famiglia, che (quasi) casualmente vincerà la partecipazione ad un esperimento top secret nel castello ipertecnologico del presidente del principale motore di ricerca internet, scienziato pazzerello ed ubriacone alla ricerca della perfetta intelligenza artificiale.

Abbiamo tutti gli elementi di un romanzo gotico di Mary Shelley in questo primo lungometraggio di Alex Garland, già affermato sceneggiatore spesso associato a Danny Boyle (The beach, 28 giorni dopo, Sunshine).
ex machina 2Il cast è ridottissimo: il tipico nerd in camicia e New Balance, incapace di nascondere qualsiasi moto interiore; il meno tipico genio dell’informatica, un orso palestrato (“Pensa a quando non andrà più di moda la barba da hipster, come rideremo nel rivedere questo film”, cit.); infine, l’automa dalle sembianze femminili (perché la sessualità è alla base dell’interazione a qualsiasi livello naturale, teoria che alla fine si rivelerà ovviamente plausibile) che incede con ronzii di mosca, poco di nuovo rispetto a Metropolis, forse nemmeno lo striptease alla Loren in Ieri, oggi, domani. I nomi sono riferimenti biblici intrisi di un simbolismo un po’ scontato, basti pensare che la macchina si chiama Ava (da pronunciarsi Eva).Ma ne manca ancora uno, la cameriera orientale, Kyoko, ascoltatrice muta, quella che più si avvicina alla Caterina di Sordi, oggetto del maschilismo di cui si fa virilmente carico il barbuto Caleb (“Sputerò sulla mia stessa tomba!”), l’evoluzione della bambola gonfiabile (è un aspetto così prevedibile che non pare proprio di spoilerare).

La breve sequenza iniziale, unica “in società”, potrebbe benissimo essere presa da Her di Spike Jonze: un mondo luminoso e asettico, ovattato perché si comunica ormai solo per messaggini su schermi di ogni dimensione, e così anche una certa inclinazione per i dettagli, i primissimi piani, come manifestazioni dell’interiorità del personaggio, il tutto in linea coi gusti estetici di questo decennio.
ex machina 1Tutta la vicenda, però, si svolge nella casa dello scienziato, raggiunta dopo ore di elicottero (probabilmente il Jurassic park sarebbe stato più vicino, allusione non casuale, perché ci si aspetta di vedere quel gigantesco portale comparire da un momento all’altro), ma i cavalli non vogliono avvicinarsi al luogo maledetto, quindi bisogna procedere a piedi seguendo il fiume, fino ad un’abitazione che potrebbe essere progettata da Frank Lloyd Wright. Una zona living da rivista di arredamento, patinata e in continuità con la natura verdeggiante (meravigliose sono le panoramiche girate in Norvegia), piena di tranquillità anche grazie alla diffusione della musica di Schubert e di Bach, in contrasto con il claustrofobico sotterraneo, privo di finestre, con corridoi da Kubrick illuminati artificialmente, che ad ogni blackout esplodono in un rosso acceso, inquietante gioco cromatico accompagnato da suoni minimali, qualcosa come il rumore dell’universo; qui si trova anche il laboratorio, liberato da alambicchi fumanti e grovigli di cavi, anzi quasi non vi sono attrezzi da lavoro, ma di che vogliamo parlare nel 2015?
ex machina 3Ben più interessante l’aspetto della coscienza di sé che può sviluppare un computer: ed ecco il test di Turing (l’esaminatore si accorgerà di dialogare con una macchina e non con una persona reale?), qui totalmente stravolto nelle premesse, fino al paradosso dell’uomo che dubita della sua stessa natura, “non so più cosa son, cosa faccio”, e all’autolesionismo da body horror alla Cronenberg.
Lo stesso film sembra avere qualche disturbo dell’identità di genere, con un inizio leggerino e ricco di gag, passando per il fantascientifico filosofeggiante (quindi ritroviamo alcuni riferimenti a Wittgenstein, dal nome dell’azienda, “Bluebook”, al quadro di Klimt nella camera da letto, ritratto della sorella del filosofo, ma purtroppo mi mancano le competenze per trattare questo argomento), per approdare ad una transizione “sci-fi to spy story”, tra segreti e riprese video: un vero e proprio espediente narrativo in questa partita a scacchi, perché l’importante è non affaticare troppo il pubblico, giusto qualche spunto meditativo affascinante, come un apocalittico futuro in cui del genere umano non resteranno che ossa in un museo.

Alla fine questo è un film senza pretese innovative, efficace nello scopo primo del cinema, ovvero quello di fare intrattenimento, anche con scene assolutamente folli, quale quella del balletto funky con coreografia alla Tony Manero, che tiene lo spettatore concentrato per quasi due ore in una climax di tensione che si esaurisce nell’ipnotico finale, dove tutto è un po’ rallentato, anche i processi mentali; ma va bene così, in fondo in estate chi non ha bisogno di rilassarsi?


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