“Questo ho pensato, fra le altre cose, durante il mio viaggio solitario”

(o Di un pellegrinaggio quasi vero sulla tomba di Pier Vittorio Tondelli)

 

di Gloria Immovilli

Lib(e)rorum

Una sorta di angoscia, al pensiero di ciò che stai andando a fare.
La prima volta che ti sei imbattuta in lui è stato al liceo, quasi per caso. Ti eri segnata il suo nome su un personalissimo post-it mentale, col tempo affiancato da altri, ma mai sommerso, mai del tutto invisibile.
Dovevi arrivarci pian piano, coi tuoi tempi, senza troppa fretta. Accorgerti che effettivamente sì, nessun errore, era di Correggio, provincia di Reggio Emilia, venti minuti di macchina da casa tua.
Quando hai visto per la prima volta una sua foto, l’hai fissata per bene, cercando nei suoi occhi, scioccamente, un po’ della tua stessa storia. Non hai retto a lungo quello sguardo, però. Chissà perché, c’era qualcosa che ti metteva a disagio.
Pochi secondi dopo, hai saputo che é venuto a mancare molto giovane, a nemmeno quarant’anni, e hai capito cos’era quel disagio: la sensazione di aver mancato un bersaglio per un pelo.
Lo Scrittore era morto un anno prima che tu nascessi.
Sono tanti i suoi seguaci, le generazioni che ha toccato, gli omaggi che gli sono stati resi, più o meno direttamente. Così tante, le cose di cui ha scritto, è stato il cronachista degli anni Ottanta, nientemeno.

Della difficoltà di raggiungere Canolo non c’è bisogno di parlare. Un conto è Correggio vera e propria, la Correggio in cui ha vissuto e di cui ha scritto, l’altro questa frazioncina, uno sputo sulla cartina tra mille altri, tutti uguali.
Finisci per perderti, invocare un minimo di indicazione, fare le rotonde più volte, cincischiando, riprovando.
E nel frattempo, ripensando alla tua, di passione.
Non hai iniziato, come la maggior parte delle persone, dai suoi romanzi. L’hai presa larga, con circospezione. Sei partita da quel Weekend postmoderno che sarebbe diventato il tuo preferito, forse proprio perché primo di tutti.
E dal Weekend, a spizzichi e bocconi, hai consumato tutta la produzione saggistica. Interviste fatte e rilasciate, qualche lettera, recensione, gli interventi nelle scuole.
E i romanzi no, i romanzi non ti decidevi.
C’é un pezzo che ti é piaciuto in modo particolare, si chiama Fenomenologia dell’abbandono. Hai sottolineato le righe che dicono:

“Io racconto tutto questo per dirvi come molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti stessi che vengono a noi in un particolare momento, e quello sarà l’attimo perfetto, facilissimo e inevitabile, sentiremo un richiamo e non potremo fare altro che obbedire. Troppe volte mi capita di rabbuiarmi proprio perché smarrisco questa consapevolezza un po’ orientale che non sia io a cercare le cose, le situazioni, gli amori, ma sono gli eventi -al tempo opportuno- ad arrivare da me”1.

Non hai capito perché fosse stata proprio quella frase a colpirti tra tante, anche più potenti, finché non é comparsa Rimini, nei suoi scritti, e nella tua vicenda.
L’hai frequentata spesso nell’ultimo anno e ti è capitato di essere davvero felice lì, in modo quasi imbarazzante.
E, sempre per questo misterioso reticolo di coincidenze che hanno costellato il rapporto tra te e lo Scrittore, proprio a Rimini é arrivato l’appassionato consiglio di una persona che stimi molto e che, a quanto pare, ama visceralmente lo Scrittore. Tu lo avevi capito, certo, che per le generazioni precedenti alla tua aveva un significato particolare ma quella persona, quando le hai fatto presente che lo conoscevi anche te, ha fatto una faccia che non si dimentica.
Lo Scrittore fa quest’effetto: dirsi che lo si conosce, lo si è letto e apprezzato è come stringere un patto di sangue, il patto segreto dei lettori.
Te lo ricordi bene l’invito, la raccomandazione: “I romanzi. Leggete i romanzi”.
E l’hai fatto.

La cosa è successa d’inverno.
Adesso è una torrida mattina di luglio, e finalmente ci sei, deo gratias. Hai trovato il cimitero. Finalmente, sei venuta a trovarlo.
Ti accorgi di essere nervosa, quasi che tu debba parlare con qualcuno che la morte non può aver sfiorato.
Perché se c’è un’impressione che hai ricavato, leggendo lo Scrittore, è la sorprendente vita del suo stile. Come di chi se ne sta seduto accanto a te sul divano, birra alla mano, e ti racconta di un viaggio che ha fatto, e tu lo ascolti, annuisci nel sentire delle sue gioie e dei suoi dolori.
Spingi la robusta cancellata, varchi la soglia. Sai che non ha una lapide, ma un loculo, nascosto da qualche parte, non immediatamente visibile. Percorri il corridoio sulla destra, finché non lo trovi. Eccolo lì. É proprio lui.

Lo shock di vedere il nome sulla parete lascia spazio a uno strano sentimento che inizialmente scambi per commozione, ma poi ti accorgi che é altro. Non sai bene come chiamarlo, se si può chiamare in qualche modo. Una specie di gelo che ha molto poco a che fare con l’idea che avevi di questa visita.
E dopo un po’ che rimani lì impalata a incassare per bene il cazzotto del “mai più” dritto dritto allo stomaco, te lo chiedi davvero, finalmente.
Cosa, cosa diavolo sei venuta a fare, qui?
Se volevi guardare una sua foto tanto valeva che lo facessi a casa tua. Speravi forse in una qualche illuminazione? Provi a formulare qualche profondo pensiero per lui, un paternoster, un orapronobis qualunque, e ti sembra soltanto di essere ridicola.

Vorresti dirgli: ho poi letto i tuoi romanzi, non tutti, eh, mi manca Pao Pao, un po’ ho paura a farlo, perché sarebbe come dirti addio sul serio, poi. Grazie per la fine di “Camere separate”, anche se mi ha fatto stare malissimo. Ho pensato a te che sapevi di stare morendo e scrivevi quelle parole… É davvero così, morire? Scrivere così, con quella consapevolezza, quella lucidità, che mi sembrava quasi che stessi sorridendo, che alzassi le spalle come a dire: Pazienza, è andata così.
“Altri libertini”, in un certo senso é stato ancora peggio, perché lì la speranza c’era ancora, perché quell’invito a lanciare Ronzinante a quattro ruote lungo l’autobahn era quello che mi ci voleva in quel momento, perché era bello leggere tutti quei periodi ricolmi di virgole, come un flusso di pensieri. E Rimini? Di Rimini è meglio che non ne parli, guarda. Perché a Rimini…

E allora ti fermi. Tutto nella tua testa tace.
Fissi la foto, e non é altro che una foto. E lo Scrittore, lo Scrittore non é lì, affatto. C’è solo un’immagine incastrata nella cornice.
E allora dov’è lui? C’é mai veramente stato, qui?
Le lettere in rilievo parlano chiaro, ma chi se ne importa.
Hai sbagliato. Non è questo il luogo per rendergli omaggio. Non sono i piagnistei tutto quello che hai da offrirgli. Non è qui che lo senti.
Se sei tu a cercarlo, non lo troverai mai.

Se ricordo dev’essere, sia ricordo vivo. Sia una sola, bella foto, scattata per caso, una mattina in cui sulla strada per un appuntamento hai fatto una deviazione, e te lo sei trovato davanti senza averlo chiamato, come accade solo con quello che ti cambia davvero e profondamente.
Com’è sempre accaduto con le cose degne di essere raccontate.

“Questo ho pensato, fra le altre cose, durante il mio viaggio solitario”

“Come ha fatto a sapere che la tanka che lei cercava era qui?” […]
L’uomo allora distaccò la mano, gliela prese tra le sue e la strinse amichevolmente come una carezza.
Le sue parole furono: -Je ne cherchais guère cette tanka, Madame. C’est elle qui a cherché moi”
2

 


La citazione del titolo viene da P.V. Tondelli, “Viaggiatore solitario” in Un weekend postmoderno, 1990.

1Un weekend postmoderno, 1990.
2P.V. Tondelli, Rimini, 1985.

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