Per l’ultima volta

Tra polvere e terre desolate, l’Ultima favola di Francesco Permunian non è a lieto fine

di Alberto Bergamini

Lib(e)rorum

L’editoria italiana è anche questo: autori validi e di spessore che dopo essere stati rifiutati per una generosa ventina d’anni, finiscono in libreria ben due volte nello stesso mese, per due case editrici differenti. È accaduto giusto lo scorso maggio a Francesco Permunian, di cui a distanza di pochi giorni sono approdati sugli scaffali La polvere dell’infanzia (Nutrimenti) e Ultima favola (il Saggiatore), a due anni dall’ultimo Il gabinetto del dottor Kafka, di cui avevamo già parlato qualche tempo fa.

Per l’ultima volta

Per quanto ci riguarda, non ci lamentiamo senz’altro del bis offertoci, ma anzi cogliamo l’opportunità di avere così tanta carne al fuoco per concludere il discorso iniziato a proposito de Il gabinetto del dottor Kafka, riguardo a uno dei più interessanti e significativi autori contemporanei.

Pensando a ritroso la totalità dell’opera di Permunian, o almeno la parte fin qui scritta e edita, penso salti all’occhio come essa sia caratterizzata da grande compattezza: un nucleo sempre presente di tematiche, aspetti, istanze estetiche, cifre stilistiche e figure, costantemente reinterpretato senza mai essere modificato. A questo Permunian deve certamente la sua peculiarità: la letteratura di Permunian non scende a patti, ha un sapore particolare e tutto suo, o la si prende come è oppure quella è la porta; è senza dubbio unica, nessun altro autore contemporaneo (almeno a me noto) si avvicina al tipo di operazione letteraria da lui compiuta.

Questa assoluta univocità interna conosce però una duplice esplicazione, due differenti percorsi di sviluppo che, pur restando legati e rimandando continuamente l’uno all’altro (al punto che spesso finiscono per confondersi nell’unità originaria), sono comunque riconoscibili nella loro autonomia: da un lato abbiamo una strada più prossima alla finzione romanzesca, inaugurata da Cronaca di un servo felice e proseguita con Camminando nell’aria della sera, Nel paese delle ceneri, La casa del sollievo mentale e giunta ora all’approdo con Ultima favola; dall’altro abbiamo invece opere più fedeli all’autobiografia, quel percorso vicino al memoir partito con Dalla stiva di una nave blasfema e portato avanti con Il gabinetto del dottor Kafka e ora con La polvere dell’infanzia.

Si tratta di una suddivisione interna che va presa, come si dice, “con le pinze”, in quanto che l’unità dell’intenzione originale di Permunian è talmente forte che vedere la sua opera attraversata da scarti sostanziali sarebbe una forzatura: in tutti i romanzi sono presenti chiari riferimenti autobiografici e in tutti i memoir abbondano finzione e autofiction (e infatti va sottolineato che il testo a mio parere fondativo del filone del memoir, cioè Dalla stiva di una nave blasfema, è a tutti gli effetti un romanzo il cui protagonista non è Francesco Permunian). D’altra parte lo stesso Permunian ha rivelato in un’intervista il proprio mutamento di prospettiva a seguito di un incontro (in anni non troppo distanti dalla stesura di Dalla stiva) con Philippe Jaccottet, che lo ha portato a riflettere sull’inutilità di inventare nuove trame avendone già a disposizione una: la propria vita. Per quanto riguarda invece gli elementi di finzione presenti all’interno delle narrazioni autobiografiche, è sempre lo stesso Permunian a darci un indizio, nei ringraziamenti al termine de La polvere dell’infanzia, dove scrive a proposito del Polesine (protagonista unico e indiscusso del libro): «il quale [il Polesine, appunto], visto attraverso le lenti deformanti del ricordo, sta assumendo sempre più i contorni di una mitica Waste Land dove realtà e finzione si mescolano indissolubilmente.»

Sarebbe dunque scorretto separarle del tutto; ma come dicevamo è forse possibile individuare lo stesso questa leggera biforcazione nell’unità dell’opera, cui in un certo senso corrisponde l’uscita così ravvicinata degli ultimi due lavori, a loro modo alfieri dei due filoni.

Con La polvere dell’infanzia Permunian ci porta a ciò che sta prima e dietro la scrittura, ossia al momento in cui la vocazione dello scrittore sorge dall’attrito dell’esistenza sulle cose, dall’impossibilità di fare del mondo casa propria. In questa ispirazione, nel sentimento del mondo come una casa che non sarà mai la propria, ispirazione anch’essa costante al pari della altre nell’opera di Permunian, si potrebbe notare qualche affinità con la prospettiva di fondo di Silvio D’Arzo e del suo Casa d’altri, scrittore noto a Permunian che ne Il gabinetto non a caso si confessa attratto da «simili autori carichi di polvere» (pag. 36). È la predilezione per la voce di chi scrive proprio perché nel ritmo del senso quotidiano non ha cittadinanza, essendo da sempre estraneo a quel ritmo, cacciato fuori in una landa deserta e attraversata da ogni angoscia. Di tutto ciò si fa metafora il Polesine, la terra natale di Permunian, terra che proprio nel 1951, anno di nascita dello scrittore, fu devastata dall’alluvione. È questo il momento che segna l’esistenza della voce narrante, nata nel segno del disastro e costitutivamente portatrice di quel segno nel suo cammino attraverso i giorni.

Cammino che sembra concludersi, almeno provvisoriamente, nel romanzo Ultima favola. Il cammino dello scrittore è compiuto, e dalla memoria deformata dalla finzione siamo ora giunti alla finzione tormentata dalla memoria, in quell’eterno circolo, vizioso come pochi, in cui si inseguono all’infinito le due lingue di fuoco dell’opera di Permunian cui facevo riferimento più sopra: allucinazione romanzesca e ricordo personale. Il ricordo del protagonista, Ottavio Dentamaro, per la compagna di una vita, irrimediabilmente perduta, e l’allucinazione di un Trentino-Alto Adige impiastricciato di ogni melma immaginabile, la melma di una piccolezza marcia che si è giocata la carta dell’autoimbalsamazione allo scopo di durare in eterno, la grettezza culturale delle frustrazioni provinciali, il cattolicesimo da rosario profumato all’incenso in edicola che non ha però rinunciato al piacere delle persecuzione inquisitoria, i falsi pudori sotto cui prospera la micosi di ogni sfacelo e stortura possibile. È la metafora di un mondo in cui ogni cosa è destinata a ridursi a caricatura, in cui non può esserci speranza di salvezza perché ogni intenzione deve marcire prima ancora di incarnarsi nel suo gesto.

Chi avesse già familiarità con l’opera di Permunian non faticherebbe a riconoscere in tutto ciò le cifre e le circostanze che attraversano tutta la sua scrittura: il grottesco, l’allucinazione, la risata gettata sul laidume dei giorni, lo sfascio endemico della provincia, che, nella prospettiva di Permunian, significa lo sfascio del mondo perché in fin dei conti il mondo è solo una smisurata provincia di se stesso. È questa la compattezza interna dell’opera cui accennavo all’inizio, la volontà reiterativa che a ogni passaggio ripassa i medesimi tratti, calca la mano, buca la tela fino a quel parossismo di deformazione in cui l’apparenza placida delle cose viene progressivamente sbugiardata; un tratto che finisce per ricordare i colpi di machete, o d’ascia, dell’espressionismo tedesco (altro bel paragone potrebbe essere quello con Kubin e il suo L’altra parte) e della Nuova Oggettività.

È un lavoro che ha richiesto una lunga gestazione, circa una decina d’anni, nel cantiere sempre aperto di una vita consacrata alla letteratura; un lavoro che si è sviluppato in parallelo alle altre opere e che tira le somme di tutto quanto: è il punto di arrivo e di partenza a un tempo, punto culminante da cui abbracciare in un unico sguardo il percorso tormentato e rabbioso che, partito con Cronaca di un servo felice, è sbarcato appunto sulle pendici delle Alpi di Ultima favola per ribadire una volta di più, in modo definitivo, come la vita sia, al di là di chiacchiere e storielle, una favola essenzialmente “ultima” e comunque senza lieto fine.


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