Il Pixel e la Zolla

Riflessioni su Fotografia Europea 2015

 

di Gloria Immovilli e Elena Fantuzzi

di pARTE

NATURA: Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo.
Io sono quella che tu fuggi.
ISLANDESE: La natura?
NATURA: Non altri.”
(G. Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese, Operette morali)

 

Tanto per cambiare, piove. Non che avessimo dubbi, vista anche l’edizione precedente. Natura Matrigna di leopardiana memoria o semplice perturbazione?
Come che sia, il pubblico radunato ai Chiostri di san Pietro per l’inaugurazione della decima edizione di Fotografia Europea non si lascia intimidire e affolla il percorso che si snoda per il centro cittadino.
I curatori hanno parlato chiaro: l’obiettivo di quest’anno è lasciarsi alle spalle quanto é già stato detto sul trinomio uomo-natura-tecnologia, invitando lo spettatore a gettare uno sguardo nuovo sul paesaggio. Sono proprio le varie combinazioni di questi tre elementi il fil rouge che collega il lavoro degli artisti provenienti da tutta Europa, più o meno drastici nell’affrontare un discorso di tale portata e attualità.

“Effetto Terra”, dunque. Una Terra non sempre ospitale, un locus poco amoenus, spesso proprio a causa dell’uomo stesso. Questo suggeriscono i fotografi dell’agenzia olandese NOOR nel loro “Journal on the changing planet 2009-2015“, manifesto-denuncia dei drammatici effetti dei cambiamenti climatici su intere aree e popolazioni. Qui il rapporto tra le due parti non é per nulla rassicurante. Si può quasi toccare con mano la muta inquietudine che pervade questi scatti, foto dopo foto, sala dopo sala. Resta addosso mentre si esce ed è così che un interrogativo sorge spontaneo: non sarebbe forse meglio auspicare una natura senza uomo? Insomma, una “No Man Nature”?
Tentano una risposta gli artisti esposti nella sede di Palazzo da Mosto, impegnati a restituirne nelle loro opere la tragica bellezza. Valgano per tutti le foreste siberiane di Darren Almond (serie “Night+fog“) e gli scorci postbellici di Richard Mosse (“Nomads“), dominati dalla desolazione e dal silenzio. A questi fanno da ideale contraltare serie come quelle di Enrico Bedolo (“Life in file”) e Mishka Henner (“Beef and oil”), che prendono invece le distanze dal paesaggio fisicamente inteso per restituire la dimensione astratta dei luoghi preposti allo sviluppo. Così, per esempio, i feedlots americani per il nutrimento del bestiame si tramutano in schede elettroniche del Sistema Terra, oppure le foto dimostrative apposte fuori dai cantieri di case in costruzione diventano sorprendentemente vitali, cariche delle speranze dei futuri occupanti.

St()ma, Bruno PuliciSono proprio i mezzi informatici e tecnologici a prendere ad un tratto il sopravvento e a rivelare l’ossatura dell’immagine paesaggistica, smaterializzandola e talvolta ridisegnandola in reticoli di pixel, presenti in buona parte dei lavori proposti (Thomas Ruff, Bruno Pulici, Àkos Czigány). Paesaggi talmente leggeri e così familiari, come se i muri e i pannelli fossero enormi schermi di pc. Sono le immagini che ci sfilano davanti agli occhi quando digitiamo le nostre keywords sui motori di ricerca, le icone, i jpeg ormai così prepotentemente parte del nostro bagaglio visivo che non possiamo fare altro che sorridere e annuire, quando Daniele Lisi ci chiede di “googolare” le sue coordinate geografiche e far parte del “cluster”.

Cluster

Altro intervento tecnologico é quello della luce artificiale, fulcro della riflessione di Olivo Barbieri in “Ersatz Lights“. É lo stesso fotografo a rivelare:

Ho sempre interpretato la luce artificiale come possibile macchina di visione che aprisse squarci di rappresentazione e allo stesso tempo fornisse nuove chiavi di lettura.

 
Nuovamente è un surrogato della natura a riplasmare ciò che siamo abituati a vedere, scorci notturni della penisola e non, e a confondere i riferimenti conducendoci in una dimensione atemporale e metafisica- é anche il caso di Luca Gilli con “Blank“.

E cos’è più atemporale e metafisico del ricordo?
La proverbiale dualità tra assenza e presenza che lo contraddistingue chiude idealmente la nostra panoramica, a partire da “Found photos in Detroit” (Arianna Arcara e Luca Santese), reportage di immagini e parole su una città fantasma e i suoi inquietanti abitanti e “A drop in the ocean“, omaggio di Alessandro Calabrese e Milo Montelli al naturalista Sergio Romagnoli, scomparso in circostanze mai del tutto chiarite.
Ma è la toccante installazione di Erik Kessels nella Sinagoga cittadina, dove i rottami di un vecchio maggiolino si fanno rimpianto di un padre che proprio la natura ha inghiottito per sempre, a chiudere definitivamente il cerchio e a farci sentire, come generalmente accade quando l’arte tocca da vicino, un po’ più piccole.

Unfinished father

Si è fatto tardi.
Si spengono le prime luci, si ripongono dvd e volantini per l’indomani.
Sì, è ora di andare.
Fuori pare abbia smesso di piovere.

Fotografia Europea 2015, Reggio Emilia

Dal 22 maggio al 26 luglio:
venerdì ore 16-23
sabato ore 10-23
domenica ore 10-20

http://www.fotografiaeuropea.it/


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