Quel pasticciaccio brutto del quartiere Isola

di Lara Aleotti

Ma però (3)

In questi mesi abbiamo imparato a familiarizzare con un termine nuovo, un termine che è ormai un piccolo protagonista dei nostri discorsi quotidiani: Expo è un po’ come il clima, se ne parla così, senza impegno, quando il dialogo langue. Nessuno di noi ha ancora ben capito cosa sia, però sappiamo tutti che c’è, che sta arrivando e che rappresenta, senza ombra di dubbio, un’opportunità senza precedenti.

Per avere la prova che Expo è alle porte basta sostare davanti al cantiere di Piazza XXIV Maggio alle otto di mattina. Ai milanesi, è risaputo, i rallentamenti non piacciono, così i clacson, le scenate, le lamentele in colonna o alla fermata soppressa del tram rappresentano l’altra faccia del cambiamento, una faccia in fondo accettabile, in parte divertente. Per nulla divertenti e accettabili sono invece le notizie che ci parlano di appalti truccati, di tangenti e dei relativi arresti.

Milano è diventata in questi mesi un cantiere mobile: Piazza XXIV Maggio, la Darsena, Piazza Castello, poi Porta Vittoria, Quarto Oggiaro, sono solo alcuni degli esempi più evidenti di questa riqualificazione diffusa. La città sta cambiando. La città si sta alzando.

SAMSUNGQuando la terra non ci basta più, si sa, ci rivolgiamo al cielo: e allora via con palazzi sempre più alti. Un caso sicuramente interessante è Piazza Gae Aulenti. Questa nuova piazza convoglia in sé due novità: mette d’accordo tutti (“è una meraviglia!”) e, cosa più importante, è una vera piazza: tutti i giorni, a qualsiasi ora, ci si possono trovare persone che passeggiano, chiacchierano, si intrattengono. In inverno è una gioia, con la piccola pista da pattinaggio, e poi i biliardini e le iniziative organizzate il sabato e la domenica pomeriggio. In quante altre piazze di Milano l’avete visto?SAMSUNG

Piazza Gae Aulenti però ha un’altra peculiarità: è una piazza sollevata. Ci si arriva superando Brera e attraversando le stradine interne di Moscova: senza soluzione di continuità si sale fino a trovarsi tra i palazzi alti, altissimi e ancora sfitti della nuova Garibaldi; tra questi spicca appunto lui, l’Unicredit Tower, l’edificio più alto della città, la torre che avvolge Piazza Gae Aulenti e che con la sua unica guglia rappresenta una sfida bella e buona (omaggio o beffa?) alla nostra amata Madonnina.

SAMSUNGA un particolare però non avevo mai pensato, se non qualche giorno fa: questi palazzoni fanno ombra e l’ombra necessariamente si proietta su qualcosa. Esattamente dietro ai Boschi Verticali dello Studio Boeri c’è infatti un quartiere storico dal nome insolito. Isola deve questo nome a ragioni territoriali: originariamente chiusa a ovest dalla ferrovia e ad est dal Naviglio della Martesana, si è vista definitivamente escludere dal resto della città dalle macerie e dai prati in seguito ai bombardamenti del ’43; la vicinanza con lo scalo merci e con le storiche imprese milanesi poi ha fatto il resto, rendendo il piccolo incrocio di strade un orgoglioso e resistente quartiere operaio (la prima sezione milanese del Partito Socialista fu fondata qui nel 1911, cinquantatré anni prima della storica sede del PCI di Via Volturno).

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La storia di Isola e degli Isolani è una storia di resistenza, che passa dal comitato partigiano di Via Dal Verme e dalla parrocchia antifascista di Don Eugenio Bussa per arrivare alla lotta contro mezzo secolo di piani urbanistici invasivi e fallimentari. Ricordate “Parco Sempione”, la canzone di Elio e le Storie Tese? Parla proprio di questo.

L’offensiva perpetuata ai danni di Isola risale però a molti anni fa, ben prima dell’arrivo di Expo. È nel dopoguerra infatti che il Comune progetta di trasformare il quartiere in una zona amministrativa, predisponendo l’abbattimento di interi isolati e la costruzione di due assi autostradali che l’avrebbero tagliato a metà; questi, come i successivi progetti degli anni novanta, vennero bloccati anche grazie alle resistenze dei residenti e a una serie di vittorie che la magistratura riconobbe alla cittadinanza a fronte di diversi ricorsi amministrativi. Negli anni duemila viene poi stabilita l’edificazione di un milione di metri cubi di cemento per trasformare la zona in una Città della Moda (obiettivo che poi si perse): dall’abbattimento di numerosi edifici storici e spazi verdi e dalla modificazione dell’assetto del quartiere sarebbe così nata Porta Nuova, uno tra i progetti di riqualificazione urbana più importanti mai realizzati in città, con il coinvolgimento delle tre aree di Garibaldi, Isola e delle Varesine e un giro di affari di molti milioni.

Anche in questo caso la comunità si alza e a suon di occupazioni, assemblee pubbliche, ricorsi amministrativi riesce a ottenere il blocco di alcuni cantieri e a costringere l’amministrazione al dialogo e alla riformulazione del progetto. Gli edifici storici vengono comunque abbattuti in favore di nuovi spazi comunitari, l’altezza dei palazzi viene ridimensionata in certi punti, un po’ di verde viene risparmiato, ma nulla cambia in termini di metri quadri di cemento. Intanto viene abbattuto il vicino Parco di Gioia per far spazio al nuovo palazzo della Regione, durante le vacanze invernali del 2005, “mentre la gente era via per il ponte” – dice Elio.

Quel che è stato dopo è riassumibile in mezz’ora di passeggiata all’ombra dell’Unicredit Tower: impalcature, polvere, caschetti bianchi con su scritto Expo; poi uffici sfitti, appartamenti sfitti, palazzi sfitti. I disegni dei progetti ci parlano di un quartiere diverso: bello, bellissimo. Eppure l’Isola attuale, coi suoi cantieri nuovi e le sue vecchie case di ringhiera, ci parla di un’altra storia.

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Expo è alle porte e sarà un’opportunità senza precedenti, su questo pare che nessuno di noi nutra dubbi. Però a passeggiare per questa Isola a me qualche dubbio è venuto: ad esempio su quelli che saranno i reali beneficiari di questa incredibile opportunità.

 

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2 thoughts on “Quel pasticciaccio brutto del quartiere Isola

  1. Mi sono piaciuti tutti i tuoi articoli, ma trovo questo particolarmente bello, scritto bene e dentro ci leggo anche tanto affetto per questa Milano e mi commuove anche che tu, emiliana, chiami “nostra” la nostra Madonnina.

  2. Pingback: Milano e l’architettura: fragole e funghi. | Ma però

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