Arthur e le fate, ovvero delle ossessioni degli scrittori

di Federica Marelli

Ma però (9)

Si può dire davvero di conoscere qualcuno? La nostra è la “civiltà dello spettacolo”, come è stata definita da Mario Vargas Llosa in un suo libro del 2013, ed è desiderio di tanti diventare famosi, apparire agli occhi altrui, a un pubblico sempre più vasto, grazie a un proprio talento. È poi divenuto più semplice rispetto al passato essere famosi in un campo specifico, e diventare noti grazie al proprio mestiere anche al di fuori della cerchia dei colleghi: oltre ai classici attori e attrici, ci sono famosi astronauti, medici, politici, musicisti e naturalmente scrittori. E per il popolo che osserva tanti famosi personaggi, è naturale chiedersi come saranno queste celebrità nella loro vita privata? Cosa mangeranno, chi frequenteranno, quali saranno i loro hobby?

Arthur e le fate, ovvero delle ossessioni degli scrittoriPer rispondere a queste domande è possibile sfogliare un giornale di gossip, e ce ne sono moltissimi, se l’oggetto della nostra curiosità è un attore o musicista. Ma nel caso di altre professionalità, diventa più complicato scoprirne tutti i “vizi” e i segreti (spesso infatti la curiosità sul personaggio famoso di turno è legata ai suoi scheletri nell’armadio, a un possibile passato sordido, in una ricerca che diventa piuttosto morbosa). Nel 2008 (2014 in Italia) è uscito un libro che si propone di colmare le lacune sulle vite intime e segrete di grandi scrittori: il titolo è appunto Vite segrete dei grandi scrittori. Tutto ciò che non vi hanno mai raccontato sui grandi scrittori, di Robert Schnakenberg. Già dalla copertina si evince che il libro si pone come una sorta di Novella 2000 sugli scrittori: immagini caricaturali e iper-colorate accompagnate da titoli sensazionalistici. Naturalmente su questa associazione l’autore calca un po’ la mano, giocando sulla vera e propria parodia di riviste di settore. Il saggio è diviso in schede che illustrano brevemente la vita di ogni autore, per poi aggiungere una decina di trafiletti, ognuno opportunamente titolato, che mettono in luce un episodio particolare, un mania, un’eccentricità di coloro che sono considerati grandi geni della letteratura.

Tutta l’operazione mi ha lasciata un po’ perplessa e con opinioni contrastanti sul risultato. L’intenzione, annunciata nell’introduzione, è quella di aiutare chi non conoscesse l’opera dei diversi autori ad avvicinarsi ad essi, suscitando l’interesse più per la figura storica che per il valore dell’opera letteraria in sé. Come dire, se a scuola ci raccontassero che Shakespeare era un formidabile tirchio, un adultero e un evasore fiscale, forse anche gli alunni più disinteressati sarebbero invogliati a leggerne le opere. Ma sarà proprio così? O tutto il libro non fa che giocare su quella curiosità morbosa di cui si accennava prima, per fare una mera operazione di gossip più che di diffusione della cultura? Leggendolo il dubbio mi è rimasto, considerato anche che ogni autore è presentato nelle sue più basse manifestazioni (la stessa copertina lo annuncia: assassini, adulteri, drogati…).

Personalmente ritengo che i pensieri che agli occhi altrui, soprattutto dei contemporanei, sono considerati degradanti, spesso possano portare a grandi opere artistiche. Pochi sono gli artisti nella cui mente non si sono agitati fantasmi e idee fortemente contrarie alla morale del tempo. È proprio però la loro capacità di sublimare queste stesse idee, per loro evidentemente difficili da tollerare, in altre forme, che fa nascere capolavori assoluti. La trasformazione del brutto, del degradante, dell’ossessivo, in qualcosa di apprezzabile. L’artista, nella descrizione di Freud, “è in genere un introverso, non molto distante dalla nevrosi. Egli è incalzato da fortissimi bisogni pulsionali, vorrebbe conquistare onore, potenza, ricchezza, gloria e l’amore delle donne: gli mancano però i mezzi per raggiungere queste soddisfazioni” (Voce “Sublimazione” – Atlante illustrato di filosofia, Ubaldo Nicola, 2005).

Naturalmente, essendo pensieri e idee sublimati, non è detto che i lettori risalgano alla fonte dell’ispirazione creativa, anzi. Spesso la sublimazione prende vie estremamente tortuose, e sarebbe impossibile riconoscere una specifica ossessione dell’autore in un’opera. Con queste premesse, è dunque giusto giudicare l’opera letteraria di autori universalmente considerati dei maestri dalla loro vita intima, dalle loro ossessioni e manie? Non è proprio grazie a queste che hanno scritto opere fondamentali? Il dubbio che ci si discosti molto dall’opera in sé per valutare le bassezze dell’uomo rimane nel libro, soprattutto perché in ogni scheda sugli autori è indicata una voce sul loro stile: questo è quasi sempre liquidato in tre o quattro parole. Se quindi l’obiettivo del libro sia il giudizio, il mero fare gossip, o il demitizzare l’autore per avvicinarlo a un pubblico più vasto, rimane tutto da stabilire.

Oltre a presentare gli scrittori come personaggi poco raccomandabili e dalla vita dissoluta, preda delle proprie passioni, il libro si sofferma su diverse figure la cui vita non rispecchiò pienamente ciò che essi scrivevano. Sono questi i casi di autori che indirizzarono la propria vena creativa non verso le ossessioni di cui erano schiavi, o non solo quanto meno, ma che, forzati dal dover mantenere una certa immagine pubblica, si orientarono a scrivere qualcosa in cui non credevano, o non del tutto.

Arthur Conan Doyle

Il caso più lampante trattato nel libro è quello di Arthur Conan Doyle, presentato come molto diverso dall’immagine di scrittore positivista che si ha di lui, persino un po’ folle. Durante la prima guerra mondiale, il figlio e il fratello dello scrittore morirono e questo fu un colpo devastante per il creatore di Sherlock Holmes, che iniziò a cercare vie alternative alla razionalità positivista e, forse per superare il dolore, si interessò di spiritismo e contatti con l’aldilà. Pur continuando a scrivere storie dove è l’indagine scientifica a farla da padrone, l’autore si concentrò nel privato su aspetti più spirituali, e la sua corrispondenza ci dice che era convinto del fatto che Houdini fosse un vero mago dotato di poteri paranormali e non un abile prestigiatore. Nel 1920 poi diede ampio credito a una vicenda riguardante due ragazzine, Elsie Wrights e Frances Griffiths, che sostenevano di avere scattato delle foto che ritraevano delle autentiche fate. Le due ragazze, due cugine, abitavano nel villaggio di Cottingley, vicino a Bradford, in Inghilterra. La prima a vedere apparizioni fatate fu Frances, nel 1917. In seguito anche sua cugina Elsie affermò di averle viste e le due si fecero prestare la macchina fotografica dal padre. Le foto scattate, che ritraggono le due ragazze vicino ad esseri chiaramente distinguibili come fate in senso tradizionale, approdarono presso la Società Teosofica e così anche Conan Doyle ne venne a conoscenza. Lo scrittore fu tra i sostenitori della veridicità delle foto e non fu il solo: esse superarono diversi controlli rigorosi per l’epoca. Lo scrittore scrisse un lungo articolo sulla rivista The Strand (la stessa dove pubblicò anche il primo racconto di Sherlock Holmes) e il dibattito divenne ampio nell’opinione pubblica. Doyle pubblicò anche un libro sull’avvenimento, The coming of the Fairies. Naturalmente gli scettici rimasero tali e una prova irrefutabile dell’autenticità delle foto non venne mai fuori, anzi nel 1983 Frances ammise che le foto erano state create da loro ed erano perciò false.

Conan Doyle perse parte della sua credibilità in seguito all’avvenimento. Probabilmente egli credeva davvero nell’esistenza di spiriti e fate, e quello che Vite segrete vuole farci credere è che forse aveva perso il lume della ragione. Ma chi siamo noi per giudicare? Chi può dire davvero di conoscere una persona, o da quali convinzioni, desideri e istinti sia mossa? Rimestare nel torbido delle vite di scrittori famosi può forse farci conoscere l’origine delle loro opere? Forse potremmo anche apprezzarle semplicemente per quello che sono, senza necessariamente dover essere a conoscenza di piccoli fatti scabrosi delle loro vite.


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