Un anno di ordinaria follia

Nota su Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu

 

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Ricorre in questi giorni il centenario dell’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Nonostante non sia da annoverare fra le date più fauste della storia del nostro paese, tuttavia può essere l’occasione per riscoprire quello che a mio parere è davvero un gran bel libro. Parlo di Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu.

Un anno di ordinaria follia

Scritto fra il 1936 e il 1937, negli anni della fuga in Francia (Lussu, antifascista, era evaso dal confino nel 1929), durante un periodo di convalescenza, Un anno sull’altipiano si propone esplicitamente non come romanzo ma come memoriale degli eventi bellici cui aveva preso parte l’autore sul fronte dell’altopiano di Asiago nel periodo giugno 1916 – luglio 1917.

Purtroppo l’intuizione a partire dalla quale vorrei parlare di questo libro lucido e affilato come pochi non è mia. È stato infatti durante una conversazione con una mia conoscente che il professor Paolo Rossi, insegnante di Latino presso il liceo classico Ariosto di Reggio Emilia, nel riferirsi all’opera di Lussu ha parlato di «prosa classica». A sostegno di questa intuizione si può citare inoltre l’introduzione di Mario Rigoni Stern all’edizione Einaudi dell’opera, in cui Lussu è definito «narratore semplice come un classico antico». Può essere che questa cifra stilistica sia stata colta e analizzata più distesamente presso lavori di critica, è anzi molto probabile, tuttavia non avendone io notizia (non ho fatto studi critici sull’opera di Lussu) mi limito a riferire la fonte alla quale ho attinto io.

Emilio Lussu

Ora, dal momento che ho frequentato il liceo classico, e dal momento che temo di averlo capito nelle sue intenzioni più profonde, nutro una sana diffidenza per tutto ciò che è classico, cioè superato senza rendersene neanche conto. Tuttavia, il punto sta nel mettersi d’accordo su cosa si intende per classico.
La prosa di Lusso presenta una forma effettivamente classica: la struttura dei periodi è netta e snella, mai tortuosa; principali, coordinate e subordinate sono rigidamente regolate e separate da abbondante punteggiatura la cui funzione è sempre chiarissima; gli aggettivi sono strettamente funzionali; nessuna concessione viene fatta al patetico o all’esagerazione. Per convincersi di ciò basta aprire a caso il libro e leggere un paragrafo qualsiasi. Per esempio questo:

Io ritornai alla feritoia. Al fuoco della compagnia s’era aggiunto quello delle due mitragliatrici del battaglione. Marrasi continuava ad avanzare, ma con molta difficoltà. Superata la vallata, il terreno era ripido e la neve sempre alta. Io mi stupivo ch’egli non fosse ancora caduto, quando m’accorsi che, dietro di lui, ad una cinquantina di metri, anch’egli sprofondato nella neve, camminava il sergente Cosello. Impugnava il fucile con le due mani e, ad ogni passo, tirava un colpo su Marrasi. Ma questi non cadeva. Con tutta la mia voce, ordinai al sergente di rientrare.

Come si può notare, il momento piuttosto estremo, in cui il battaglione tira su un proprio compagno che tenta di raggiungere la trincea austriaca per arrendersi e disertare, è descritto con una sobrietà e una misura che fanno impallidire. Frasi brevi, paratattiche, asciutte mettono di fronte al lettore la brutalità del nudo fatto, senza alcun patetismo, senza alcuna considerazione, retorica o meno. Un altro esempio, non meno significativo, potrebbe essere questo:

‒ Pronti per l’assalto! – ripeté ancora il capitano.
Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile.
L’assalto! Dove si andava? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.
Le parole del capitano caddero come un colpo di scure. La 9ª era in piedi, ma io non la vedevo tutta, talmente era addossata ai parapetti della trincea. La 10ª stava di fronte, lungo la trincea, e io ne distinguevo tutti i soldati. Due soldati si mossero e io li vidi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e s’accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio, pazzia? Il primo era un veterano del Carso.
‒ Savoia! ‒ gridò il capitano Bravini.
‒ Savoia! ‒ ripeterono i reparti.
E fu un grido urlato come un lamento e un’invocazione disperata. La 9ª, tenente Avellini in testa, superò la breccia e si lanciò all’assalto. Il generale e il colonnello erano alle feritoie.

Come nel caso precedente, anche qui la terribilità del fatto è messa di fronte al lettore nella sua nudità, senza orpelli o barocchismi, senza esagerazioni espressioniste, in modo classico appunto, dove per classico si deve quindi intendere: sobrio, misurato, aderente al fatto. Ma proprio questa è davvero la grande forza dell’opera di Lussu: nel suo evitare ogni iperbole, nella sua aderenza a un’istanza di sobrietà e misura, il racconto del reduce non permette al lettore di rifugiarsi nell’idea che quanto sta leggendo sia arte, trasfigurazione poetica dei fatti. Chi legge è invece obbligato dalla prosa di Lussu a assumere quello che sta leggendo per quello che è: la realtà storica di un vissuto e dunque di una circostanza.

Emerge quindi il ritmo di una quotidianità della guerra che costringe a pensarla non nella sua eccezionalità (che, di nuovo, sarebbe una strategia di fuga dalla coscienza di ciò che la guerra è) ma nella sua terrificante normalità: i soldati si svegliano, prendono il caffè e mentre fumano una sigaretta ridacchiando tra amici parte un colpo di cecchino dalla trincea nemica e uno di loro cade morto, al che gli altri lo seppelliscono e poi si preparano per l’assalto, un paio di loro non regge alla tensione e si suicida prima ancora di attaccare, gli altri assaltano, la metà muoiono, quelli che tornano indietro mangiano, fumano una sigaretta ridacchiando, parte un colpo di cecchino che ne uccide uno, al che gli altri lo seppelliscono e poi vanno a dormire avendo sempre presente che domani potrebbe toccare a loro in qualsiasi momento. E così via chissà ancora per quanto.

Lussu, che la guerra l’ha vissuta, sa bene che l’orrore consisteva proprio in questa assoluta contingenza e precarietà cui era consegnata la vita e proprio per questo sta sempre bene attento a non mettere in scena altro che la vita di trincea nella sua realtà: ci parla anche di quei momenti in cui la guerra non era in fondo diversa dalla vita di un qualsiasi montanaro durante i mesi freddi, ci parla persino dei momenti belli e divertenti che la vita di trincea ha regalato al ricordo, dei periodi di riposo in cui si stava sdraiati al sole a chiacchierare, persino dell’umanità del nemico in certe circostanze… e proprio da questo emerge per contrasto la disumanità dell’assalto, l’intollerabilità di una morte senza logica, casuale, a mosca cieca, sempre raccontata con quello stile asciutto e preciso che si limita a riportare i fatti. E poi ognuno farà le sue riflessioni.


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