Noi, a Santiago, arrivammo in aereo

di Giancarlo Pace

Ma però (8)

Noi, a Santiago, arrivammo in aereo. Un po’ perché non avevamo voglia di camminare, un po’ perché non ne avevamo il tempo, ma in fondo perché non sapevamo nemmeno da dove cominciare.

Così il nostro viaggio iniziò sul divano dell’appartamento al 54 di carrer de Muntaner. Le tre di notte a Barcellona sono come il mezzogiorno in una qualsiasi altra città, così, dopo aver cenato con un kebab dall’amico afgano, stavamo ancora terminando la nostra partita a scacchi. Le partite tra me e Giampiero erano incredibilmente lunghe, o perché avevamo imparato il reciproco modo di giocare o semplicemente perché eravamo due irrimediabili incapaci, ad ogni modo non stavamo perennemente concentrati sulla partita, spesso si parlava o si ascoltava musica, ma quella sera guardavamo i voli più economici in partenza da Barcellona. Le condizioni erano due: che l’andata e il ritorno costassero meno di un taxi per arrivare in fondo al Raval e che partissero entro le successive due settimane. Così incappammo in Santiago de Compostela, senza nemmeno pensarci. Mentre leggevo il prezzo del volo, il mio coinquilino aveva già prenotato, non lasciando spazio ai se o ai ma. Scacco al re. Due settimane dopo correvamo in piena notte verso l’autobus che ci avrebbe condotto all’aeroporto e, una volta lì, ancora di corsa per raggiungere il gate e la sua ultima chiamata.

Quando atterrammo, la mattina iniziava ad avvertire che a breve sarebbe arrivata anche sulla pista, così con il primo autobus di linea e una colazione improvvisata raggiungemmo la stazione alle prime luci del giorno. Arrivare all’alba ha i suoi vantaggi e permette di sfruttare al massimo la giornata, ma sicuramente si deve tener conto che esaurita l’adrenalina in corpo per la curiosità verso un nuovo luogo, il sonno, infaticabile creditore, cerca di riscuotere ciò che gli è dovuto. Del nostro ingresso alla città antica ricordo solo qualche colore e le conchiglie scolpite nella pietra di ogni casa, poi un parco su una collina e il muretto a secco dove mi addormentai. Al mio risveglio dormivano quasi tutti (due amici si erano accodati qualche giorno prima della partenza), ma con le energie ricaricate da un sano riposo sulla valigia eravamo pronti a scoprire la città, stavolta con la fame di scoperta dei viaggiatori.

Santiago è uno strano luogo, una perenne meta nella quale arrivano viaggiatori di ogni foggia, animati da spiriti completamente diversi. Eppure sta lì, in perfetto equilibrio tra il silenzio e il rumore dei passi che la affollano. Pellegrini curvi, provati dal lungo viaggio si mescolano a viaggiatori seriali o casuali come eravamo noi. Tutto in perfetta armonia, in un’atmosfera che in un modo o nell’altro risulta carica di qualcosa di inafferrabile. Storia, arte, religione ed epica del viaggio si ritrovano fusi all’interno delle antiche pietre della città. Ho visto persone che arrivavano in città dopo ottocento chilometri di passi. Immaginavo che per affrontare uno sforzo tale fossero tutti dotati di una fede rara, una di quelle che ti solleva da terra e non ti fa sentire il peso del corpo e dello zaino, e invece no, o almeno non tutti. Tante persone erano in viaggio per i più svariati motivi: chi per dare un taglio con i giorni passati, chi semplicemente per passare un’estate diversa, chi per mettersi alla prova. A prescindere dalle motivazioni, Santiago è un punto di arrivo. Qualcuno potrebbe chiedere da cosa, e alcuni risponderebbero con sicurezza “ da St Jean Pied de Port” il luogo di partenza del cammino francese, o “da Irùn”, il Camino del Norte, ma per quanto mi riguarda non penso che si possa essere così certi di una risposta. Il Cammino, fondamentalmente, ha inizio dai viaggiatori, dalle loro vite. Il luogo di partenza non è un luogo fisico, è più un luogo della mente perduto tra pensieri che vagano senza trovare una destinazione; quella destinazione è Santiago, una meta, a prescindere da tutto.

Noi camminavamo leggeri e curiosi sotto gli antichi portici in pietra e legno che caratterizzano le strade della città vecchia. Spesso abbandonavamo volontariamente le indicazioni della mappa per scoprire se si respirasse la stessa atmosfera nelle strade meno battute dove, nella cornice di una finestra, era possibile scorgere uno stralcio di vita quotidiana: gli sguardi che incrociavamo erano sempre gli stessi, occhi rassicuranti scolpiti da un’accoglienza millenaria.

La cattedrale di Santiago è la chiave di volta della città stessa, la facciata color sabbia e le piante che a tratti crescono tra le sue ferite ne rafforzano l’impatto visivo. Ogni elemento architettonico si sovrappone ad altri di epoche passate, come una stessa storia tramandata di generazione in generazione raccontata con parole diverse.

Noi eravamo al centro della piazza senza dire una parola, c’era chi tra noi si era costruito un’idea da libri e foto e in quel momento la guardava per comprendere quanto differisse dalla propria fantasia; qualcun altro l’aveva idealizzata e la ammirava pensando a ciò che per lui rappresentava; poi c’ero io che mi riempivo i sensi di quel momento.

L’unico modo per mettere fine a un viaggio è terminarlo intraprendendone un altro, così qualche tempo dopo abbiamo salutato Santiago, la sua cattedrale, le sue storie e abbiamo scelto ancora una volta un’altra meta.

Abbiamo raggiunto l’oceano Atlantico e l’ultimo tramonto d’Europa e poi ancora Oporto con i suoi riflessi e i vicoli che sembrano progettati da Dedalo su per la collina. Poi è arrivato il momento di salutare anche quei luoghi, perché da eterni viaggiatori abbiamo sempre bisogno di una meta.

A prescindere da tutto, una meta.

Noi, a Santiago, arrivammo in aereo.


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