È difficile dire con parole di figlio

IL FUTURO APRILE DI NANNI MORETTI

di Veronica Galli

Ma però (10)

« È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
[…]
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…»
(Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre)

 

È vero, è difficile. Non soltanto perché lo diceva Pasolini, nella supplica a sua madre. È vero, sacro, sacrosanto così come vero, sacro, sacrosanto – e difficilissimo – è il rapporto che tutti noi abbiamo con le nostre madri.

Se poi raccontare la morte è difficile, raccontare quella della propria madre – a pochi anni dalla sua scomparsa nella vita vera – è una prova lodevole, soprattutto se il risultato è quello che Nanni Moretti ha regalato agli schermi italiani il 16 Aprile di questo 2015, con Mia madre.

È difficile dire con parole di figlio

Giovanni (Nanni Moretti) e la sorella Margherita (Margherita Buy) si prendono cura della madre, ex insegnante, Ada (Giulia Lazzarini), ricoverata all’ospedale a causa di un quadro clinico che si fa sempre più grave. Se Giovanni ha deciso di prendersi una aspettativa dal lavoro di ingegnere, Margherita è assorbita dal suo ruolo di regista sul set dell’ultimo film, messo a dura prova dall’arrivo dell’eccentrico attore Barry Huggins, interpretato dall’altrettanto esuberante John Turturro.

Il film è autobiografico. Tra Habemus Papam e questa dodicesima prova, il regista non ha lasciato trascorrere il tempo che è solito aspettare tra un lungometraggio e l’altro. A seguito della scomparsa della madre, Nanni Moretti sembra aver voluto ricercare nella scrittura di questo film – e nel viaggio a ritroso nei suoi vecchi quaderni – una sorta di catarsi. Ma forse la catarsi non c’entra. Il fatto è che questo è il cinema che ti segue quando esci dalla sala, ti perseguita la notte, continua a martellarti nella testa la mattina seguente e la sera del giorno dopo quando continui a ripensare al tenero e affranto sguardo di Margherita Buy. Questo perché chi fa cinema dovrebbe sempre parlare di ciò che sa, di ciò che conosce.

Nanni Moretti non ha mai esitato a parlare di sé, a mettersi al centro della scena, in un egocentrismo che ha indispettito alcuni ed esaltato altri. Anche questa volta parla di sé, ma lo fa spostandosi poco più in là. Ritaglia per sé il ruolo del fratello di Margherita: Giovanni, l’uomo e il figlio che forse lui stesso avrebbe voluto essere. Ma il vero Nanni Moretti è Margherita: assorbita dal lavoro, in preda al senso di colpa, suscettibile sul set e seriamente convinta che «il regista (lei, ndr) è uno stronzo!».

Il Nanni Moretti che ha di certo lasciato un segno nella storia del nostro cinema non è, poi, mai stato reticente alla condivisione del proprio punto di vista sul mondo che, anzi, quasi si imponeva e ricercava un’eco presso il pubblico, specialmente presso quella generazione di splendidi quarantenni che rischiava, voleva o forse desiderava sentirsi come lui, nonostante i dubbi e le incertezze da riversare sui fiori da annaffiare o sui barattoloni di Nutella in cui tuffarsi. Ma quella di Mia madre è un altro genere di condivisione. Come lo stesso Moretti ha affermato lo scorso 26 Aprile al Cinema Anteo di Milano (dopo aver accolto in un imbarazzato ma commosso silenzio cinque minuti di applausi di un pubblico estasiato) non si è trattato di replicare all’infinito il personaggio che si era costruito negli anni, ma di ricercare un tono che fosse, finalmente, diverso.

Mia madre è un film intellettualmente onesto sulla vita, più che sulla morte. Su quello che resta quando qualcuno se ne va, e sulla difficoltà – e in qualche modo l’egoismo – che ci prende in ostaggio se non siamo pronti a lasciar andare via. Da una parte la vita che procede, il lavoro che deve continuare e, dall’altra, l’angoscia di un vecchia casa che andrà presto svuotata, senza sapere dove tutti i libri e le ore di studio che su di essi ha consumato la madre di Giovanni e Margherita – insegnante, come la madre di Moretti – andranno a finire. L’ossessione di quegli scatoloni e il silenzio sacro di un appartamento vuoto e polveroso tramortiscono, sì, lo spettatore, ma con la discrezione e la delicatezza con cui Moretti, da sempre, è solito trattare i sentimenti più complessi.

Ne La stanza del figlio si parlava di un dolore innaturale, quello di un padre e di una madre che a quel figlio sopravvivono, dovendo affrontare il peggiore dei mali. Mia madre parla di un dolore che fa parte della vita. Non soltanto i libri sugli scaffali o gli abiti in un vecchio armadio, ma anche quello che rimane nei racconti degli altri, di chi ha conosciuto le persone che abbiamo amato e che è capace di mostrarci, di loro, quei lati che non eravamo stati in grado di scoprire. Se Margherita è ossessionata da ciò che di tutti quei libri farà, dopo la morte della madre, Ada mal sopporta la visita di un amico che non fa altro che parlare del passato, quando lei – dal suo letto di ospedale – non può che pensare a domani, a quel futuro Aprile.


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