Pietà 2.0

di Lara Aleotti

Ma però (5)

Milano, 1956. Sono passati più di dieci anni da quell’estate del ’43 nella quale i bombardamenti aerei colpirono la città col preciso intento di raderla al suolo. Se qualcosa rimase in piedi (l’armistizio in fondo era vicino), gli attacchi riuscirono nell’intento di danneggiare o distruggere i simboli della città. É cronaca recente quella che ci mostra come le metafore siano importanti nelle guerre tra i popoli e tra le persone: settant’anni prima degli jihadisti, eguale violenza abbatteva i teatri, i musei, le gallerie, i luoghi della memoria e della cultura della nostra città.

Dieci anni dopo quell’estate, il Comune affidava allo studio BBPR la ristrutturazione del Castello Sforzesco e il riordino dei suoi musei. Qualcuno aveva deciso, infatti, che la storia di Milano del dopoguerra dovesse essere una storia non più solo di azioni fisiche ma di metafore.

Forse fu per questo che, nel luglio del 1945, il Sindaco Greppi indisse una serata di musica e balli che dai parchi cittadini si doveva estendere alle periferie grazie a orchestre montate su autocarri e grammofoni che riempivano le piazze. Quella fu la prima metafora bella e banale scelta dall’amministrazione per riunire le persone, riportarle per le strade e cancellare i fantasmi di una guerra civile durata quasi due anni e protrattasi ben oltre il 25 aprile.

E ancora fu per quello che, a conflitto appena concluso, il Comune ordinò l’immediata ricostruzione del Teatro alla Scala e, due anni dopo, costituì il Piccolo Teatro di Milano, primo vero teatro d’arte per tutti, negli stessi locali di Via Rovello che durante la guerra erano stati luogo di torture e isolamento.

Quando agli inizi degli anni Cinquanta il glorioso studio degli architetti Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers (BBPR, per l’appunto) ebbe in mano il progetto del Castello, scelse ancora una volta per un’operazione ad alto significato metaforico. Milano in quei dieci anni aveva profondamente cambiato la sua identità: i vuoti fisici lasciati dalla guerra avevano permesso una ricostruzione più funzionale degli spazi urbani; su altri vuoti la città aveva invece edificato la sua fortuna futura, diventando uno dei motori propulsori del boom economico del Paese.

La Pietà Rondanini, posta dagli architetti a conclusione del nuovo percorso museale, costituiva cuore e sublimazione del progetto: un monito a una città in preda all’euforia del benessere e della crescita felice. Con pudore e genialità, i BBPR furono capaci di isolare un momento di raccoglimento e riflessione, di fermare la corsa, indugiare per un attimo.

Pensarono per lei un allestimento che ha fatto scuola: una grande nicchia in pietra serena che divideva fisicamente e, metaforicamente, l’opera da tutte le precedenti; un abbraccio che chiudeva la Pietà su se stessa, accogliendo il visitatore e al tempo stesso isolandolo da quanto era venuto prima, costringendolo a uno spazio stretto, scomodo, raccolto e individuale.

Milano, 2015. Entrando nella nuova sala, a gruppi di non più di trenta persone, ci si imbatte subito nelle spalle della Pietà: la schiena della madre si mostra nuda per la prima volta. Mi colpisce prima la corposità di questa massa bianchissima; subito dopo, questo movimento verso l’avanti, di caduta. Continuando, compaiono le gambe scarnificate e levigatissime del figlio e, più su, i due volti appena accennati. La sala è bellissima, pare quasi che Michelangelo l’abbia scolpita assieme al marmo. Ancora una volta mi pietrifica l’affermazione di questo gesto ultimo di una madre che, incapace di salvare il figlio, cade su di lui andando a formare un’unica massa.

Ultima opera a cui lavorò Michelangelo fino a pochi giorni prima della morte, la Pietà è infatti un meraviglioso documento umano prima ancora che artistico. Alla versione che ci è pervenuta, composta da questa donna che regge per le spalle il figlio ormai senza vita, si affiancano tangibili le tracce di una versione precedente (le gambe levigate del cristo, un braccio destro che si erge in posizione avanzata rispetto al gruppo): questa modificazione in fieri, assieme alla celebre resa del non-finito, ci restituiscono i dubbi e il vigore dell’indefessa ricerca di una sintesi e di una risposta, la ricerca di un disperato atto di pietà e di ascolto, di un abbraccio vitale, di un ultimo gesto di comprensione. La Pietà rappresenta un’opera bellissima e immortale nella sua capacità di interrogare e interrogarci da secoli, con inalterata urgenza e forza.
Come le più grandi opere d’arte, la Pietà si nutre di significati immortali, capaci di essere contemporanei in tutte le epoche, e di significati contingenti, declinazioni attuali dei concetti di pietà e ascolto e comprensione.

La Pietà, liberata dalla nicchia di pietra serena dei BBPR, ha aperto la riflessione, che da intima è diventata, giocoforza, collettiva e comunitaria. D’altronde i tempi sono cambiati, altri sono gli incubi e le questioni che premono agli uomini del 2015. D’altronde questi sono gli anni della condivisione 2.0, dei tweet e dell’opinione pubblica virtuale, del confine sottile tra pubblico e privato.

Resta allora da chiedersi cosa rappresenterà questa nuova Pietà, cosa ci racconterà. Che significato hanno parole come pietà, comprensione, accoglienza in questi anni dove si raccolgono i morti per mare, si abbattono le frontiere virtuali per costruirne di nuove fisiche e la violenza è ormai pornografia visuale?

Sessanta, settanta anni fa Milano vedeva nell’arte, nella musica, nel teatro le metafore (ciò che porta oltre) per uscire dall’incubo della guerra e dell’isolamento e tornare a una dimensione sì comunitaria ma pudica, riflessiva, inclusiva. Cosa ci dice, oggi e qui, questa Pietà?

Pietà 2.0

Museo Pietà Rondanini
Castello Sforzesco, Milano – Cortile delle Armi
da martedì a domenica 9.00 -19.30 – ultimo ingresso ore 19.00
lunedì chiuso


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