Una serata al drive in

di Fabio Quartaroli

Ma però (10)

Scena finale: il malefico scienziato Rotwang agguanta la fanciulla indifesa e tenendola sulla spalla come un sacco di patate si arrampica sul tetto della cattedrale di Metropolis.

Il pensiero vola ad un’altra biondina maltrattata, questa volta dalle braccia di un gorilla gigante, anche se il primato rimane di Fritz Lang, regista che ha fatto scuola nella settima arte anche per aver messo su pellicola il primo mostro gigante nel 1924: il drago Fafnir ne I Nibelunghi, lo stesso che ha ispirato Tolkien per il suo Smaug ne Lo hobbit.
Come un bambino mi avventuro in questo mondo di esseri soprannaturali, di un’epoca del cinema in cui non si aveva paura di sperimentare né di esagerare con la fantasia: alle origini del genere sci-fi, un po’ film d’avventura un po’ dell’orrore, ma sempre destinato al più puro intrattenimento.
E allora immaginiamoci seduti sulla nostra vettura in un tipico drive-in americano con un cesto maxi di pop corn e Coca Cola, poiché proprio gli USA hanno prodotto la quasi totalità dei film che ho selezionato, breve elenco sicuramente non esaustivo.

Chiediamo subito al regista di farsi da parte e lasciare il posto al vero creatore, il supervisore agli effetti visivi, colui che mostra l’irrealizzabile con mezzi che ora appaiono grossolani, soprattutto se paragonati alla computer grafica, ma sicuramente ingegnosi; la tecnica prediletta è lo stop-motion, in italiano chiamato “passo a uno”, nient’altro che l’utilizzo di pupazzetti mossi a mano di fotogramma in fotogramma, ora ritornati in auge grazie ai film d’animazione di Tim Burton.
In ordine cronologico, il primo è Il mondo perduto, del 1925, trasposizione di un racconto di sir Arthur Conan Doyle; è ancora l’epoca del muto e del fascino dell’esotico e dell’ignoto: una spedizione scientifica nel cuore dell’Amazzonia alla ricerca di dinosauri vivi. Allo spettatore moderno appare incredibile come un pubblico si sia potuto impressionare davanti a quelle immagini del tutto prive di proporzione (mi riferisco soprattutto alle riprese a distanza di quello strano sperone montuoso, su cui i disegnatori della Pixar hanno in seguito ambientato Up) e ad una trama che si abbandona spesso al nonsenso e ad elementi pacchiani da romanzetto d’appendice; tuttavia da ammirare sono gli scontri tra lucertoloni e l’incredibile finale, con un dinosauro libero per le strade di Londra, precursore del filone degli animali preistorici in città (come omaggio il titolo verrà ripreso dal romanzo di Michael Crichton e dal secondo capitolo della saga di Jurassic park, in cui un tirannosauro crea scompiglio in una cittadina americana).
Gli effetti speciali sono di Willis O’Brien, che rincontriamo nel secondo film, il meritatamente famosissimo King Kong del 1933, in cui l’integrazione tra attori e mostri raggiunge livelli di altissimo realismo. Dopo un inizio da “metacinema”, in cui un regista senza scrupoli si imbarca con la sua troupe in direzione della misteriosa Isola del Teschio, la trama diventa quella nota del rapimento della bella attrice da parte della tribù di indigeni locali per offrirla in sacrificio alla bestia, la quale però si innamora perdutamente della fanciulla; durante la spedizione di salvataggio nella giungla compaiono diverse specie di dinosauri, anche inventate, coinvolte in combattimenti mozzafiato (in particolare quello tra il gorilla e un tirannosauro, indubbiamente una delle scene più belle della storia del cinema) e finalmente il ritorno a New York e la scalata dell’Empire State Building.

Gli anni ’40 segnarono una svolta anche nel cinema, soprattutto il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, da cui originano principalmente due filoni.
Al primo appartiene Il risveglio del dinosauro (in inglese The beast from 20,000 fathoms), film del 1953, nel quale un’équipe di scienziati, studiando gli effetti della bomba atomica sull’ambiente artico, risveglia in seguito ad un’esplosione un dinosauro ibernato; il cuore della narrazione è la sequenza di distruzione che il mostro porta in città, un ritorno all’infanzia per Ray Harryhausen, che muove il rhedosauro attraverso le strade della Grande Mela (chissà quale fascino esercita sui mostri), fino al lunapark di Coney Island. Due aspetti mi hanno colpito: innanzitutto il cambiamento del carattere femminile, non più damigella indifesa e ingenua ma esperta scienziata (qui paleontologa), sempre impeccabile nei suoi cappotti da haute-couture e fondamentale nel sostenere l’eroe contro gli increduli; in secondo luogo la leggerezza nel maneggiare materiale radioattivo, forse dovuta ad una incomprensione della gravità del gesto compiuto dall’esercito americano.
Paradossalmente è molto più conosciuta la versione giapponese, quel Godzilla del 1954, che ancora oggi viene riportato sul grande schermo sebbene la qualità della pellicola originale sia piuttosto scadente; questo mostro ha subìto molti cambiamenti nel corso degli anni, ma soprattutto ha iniziato la saga dei “kaiju”, le “strane bestie”, una mania tutta nipponica per questi scontri tra titani (altri famosi sono Mothra, comparso per la prima volta nel 1961, e Gamera, del 1964), che ciclicamente vengono uccisi e ritornano in vita per soddisfare tutti i gusti, sono riusciti anche ad inscenare un combattimento tra King Kong e Godzilla; da notare che per questi film abbiamo l’utilizzo di una tecnica differente, a volte chiamata “stile Godzilla”, in cui i modelli animati sono sostituiti da attori in costume, un metodo per ridurre le spese di produzione con una resa dei movimenti sicuramente più fluida, anche se maggiormente stereotipata.

Tuttavia molto più affascinante è la seconda corrente dell’era atomica: le mutazioni genetiche da radiazioni che hanno portato all’ingrandimento di animaletti, tanto più piccoli nella realtà quanto maggiore è il contrasto, contro ogni legge fisica. Uno per tutti è Assalto alla Terra!, anche se il titolo originale (Them!) mi sembra più ad effetto; in questo film del ’54 formiche di circa tre metri attaccano gli americani partendo da Alamogordo, una località del Nuovo Messico famosa per i primi esperimenti con la bomba atomica; interessanti sono gli aspetti documentaristici, mentre in fatto di edifici demoliti è sicuramente insoddisfacente, a favore di una maggior introspezione dei vari personaggi (ebbene sì, bisogna riconoscere che questo è un prodotto un po’ più impegnato, anche se ha aperto la strada ad innumerevoli b-movies).

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Un altro evento del 1947 ha lasciato il segno nel cinema di fantascienza, ossia il caso di Roswell e degli avvistamenti alieni; lo stesso Harryhausen si è prestato nel 1956 a curare gli effetti speciali del film La Terra contro i dischi volanti, qui svolazzanti in manovre folli, sebbene il film non sia particolarmente coinvolgente; un sorrisino, però, scappa ogni volta che nel doppiaggio italiano si sente pronunciare “missìle”, parola nuovissima all’epoca, e per quegli assurdi alieni legnosi, non certo i primi in pellicola, imbacuccati in armature metalliche senza giunzioni articolari (MAH!). Ciononostante questo film è diventato un punto di riferimento per successive rappresentazioni di invasioni aliene, come in Indipendence day del 1996.

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Con gli UFO termina questa mia piccola rassegna, eppure questo è un genere in continuo mutamento, che parli di creature gigantesche o di virus invisibili, di animali primitivi o esseri del futuro, spesso specchio di paure e desideri degli uomini (citando liberamente Kubrick) con cui possiamo riempire molte altre serate; per il momento, però, accendiamo il motore e ritorniamo a casa.


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