“Perché io, senza libri, non sono io”: incontro con Meri Gorni

di Linda Taietti

Ma però (5)

Vincere le distanze tra linguaggi diversi, quasi a richiamare il Montale di Ascoltare era il tuo solo modo di vedere1, è frutto di una sfida difficile e delicata, connotata dalla raffinatezza e dalla fragilità proprie delle più autentiche prove di traduzione.

È un lavoro sinestetico-sensoriale prima che intellettivo, una ricerca per colmare la distanza e l’assenza creando trame sottili ed ostinate nella loro profondità, indagando con pazienza il possibile legame tra segni appartenenti a mondi disuguali.

Il cammino è faticoso, la pazienza e la perseveranza sono compagne di strada.

Alcuni fra i percorrenti le intricate foreste di simboli di baudelairiana reminiscenza donano una traccia, e permettono ad altri viandanti di poter pensare come ad una via quella che poco prima era solo una qualche strada.

Meri Gorni è la voce d’importanti rivelazioni.

Ha studiato Filosofia all’Università degli Studi di Milano, vive e lavora a Palazzolo Milanese. Le sue opere, che spaziano dal video ai libri, dalla fotografia al disegno, dall’installazione alla performance, sono legate al mondo della parola, al rapporto tra scrittura, lettura ed immagini; ha esposto in importanti gallerie e musei in Italia e all’estero, numerose sono le sue pubblicazioni.

Recente è Versioni, la sua Project Room presso la Nuova Galleria Morone a Milano (qui), in cui il linguaggio verbale e il linguaggio visivo si sono caricati di ulteriori valenze: l’artista da sempre collabora con i più importanti poeti contemporanei italiani e stranieri, ai quali ha chiesto la parola chiave delle loro poesie. Un’immagine ideata dall’artista stessa è stata accostata alla poesia letta, poesia che Meri Gorni ha stampato a mano in piccoli libri (le edizioni En Plein Officina), che a loro volta contengono un disegno o una poesia di un altro artista. L’intera raccolta dei libri stampati a mano sono raccolti in Colonne.
Una ricerca continua è quella della Gorni, che afferma di non avere mai smesso d’inventare libri, in ogni sua immagine (disegni o fotografie) c’è un libro.
Il legame tra parola ed immagine è imprescindibile, connaturato alla nostra forma mentis, basti pensare alla necessità umana di dare un nome alla realtà circostante.
Sia la parola che l’immagine possono essere considerate indipendentemente l’una dall’altra, ma, se unite, la loro esistenza è più alta, unico è il valore instaurantesi nel dialogo, come forse anche De Chirico volle mostrare ne Il poeta e il pittore.

Ho incontrato Meri Gorni a Milano, un mattino di gennaio.
Mi ha raccontato del suo incanto per il libro anche come forma, come contenitore, del suo amore per la poesia e della collaborazione con i poeti (Sanguineti, Rossi, De Angelis, Majorino, Lamarque, Loi, Gardini, Heaney…) e letture di versi insieme a loro, performances sempre nel segno dell’importanza della parola – in cui c’è sempre un poeta – delle Cinquantanove ricette d’autore, raccolta delle ricette culinarie preferite di artisti, poeti, galleristi e critici, poi invitati anche a cucinare personalmente il piatto descritto.
Il lavoro di Meri Gorni ha sempre coinvolto molte persone, incontri, esperienze.
E poi mi ha parlato di Amore corro da te, documentazione fotografica di un immaginario viaggio di un motociclista per raggiungere l’amata, e di Autobiografia di tutti, che accosta citazioni da libri letti in luogo e data indicati e una fotografia presa da album di famiglia di seconda mano per interpretare il racconto e sancire l’intreccio tra vita e romanzi, un intreccio complesso che, per dirla con Vittorio Spinazzola, si istituisce a causa di una mancanza: leggiamo perché sentiamo manchi qualcosa.

In che modo la letteratura e l’arte riescono a colmare il vuoto della mancanza, il vuoto a cui la vita non sopperisce, in relazione al sottile e saldo rapporto fra la lettura, il disegno e la scrittura? Si tratta di una mancanza condivisa fin dall’inizio oppure è l’accostamento di solitudini dialoganti che aspirano a una condivisione?

Lo chiedo a Meri Gorni, la quale in Nel sogno parlavo con Dostoevskij, una fra le sue pubblicazioni, ricorda la citazione di Pessoa secondo cui la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta.

Mi risponde:

«Leggere è prima di tutto VEDERE.
La lettura, credo, ci addestra alla vita e al suo mistero.
Io leggo perché non posso farne a meno.
Ogni libro che leggiamo aggiunge qualcosa alla conoscenza di noi stessi. Non si è mai uguali a prima dopo aver letto un libro.
Chi scrive sa bene che l’enigma che ciascuno di noi è nella scrittura trova le parole per dirlo.
Scrivere è unire le parole come fa il pastore quando, a sera, raccoglie le sue pecore sparse.»

Approfondisce, facendo riferimento alla propria ricerca artistica:

«Il mio esercizio: leggere, scrivere, fotografare (fotografare è come dire vado a leggere).
Da quindici anni e più sono impegnata a costruire un vocabolario visivo dove ad ogni parola faccio corrispondere un video. Ho intitolato questo progetto
Vocabolario alla voce: …
Scrivere un vocabolario visivo comporta il piacere di entrare in ogni parola, esplorarla, indagare il suo significato e significante. È entrare a piene mani nella parola.
Vocabolario alla voce: …, risponde al desiderio di ricoprire di parole le immagini e di immagini le parole. A tutto oggi sono una quarantina le parole che ho ‘visto’: sogno, libro, gioia, parola, voce, ricetta, inconscio, viaggio… per fare qualche esempio. In ogni video cerco di restituire alla parola quella immagine affettiva che le appartiene e che la mente razionale ha separato: infatti ciò che muove la mia immaginazione e che mi spinge verso una parola non è solo la conoscenza, ma prima di tutto una emozione.
La lettura per me oltre un immenso piacere è una fonte inesauribile di idee, di visioni, di emozioni. Per questo credo che, come dice Fernando Pessoa, “la letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta”.
Credo che la letteratura come tutta l’arte ha a che fare con la solitudine. Credo che il lettore e lo scrittore siano uniti dallo stesso bisogno: colmare un incolmabile vuoto, lo stesso vuoto che sente l’artista nell’atto della sua azione.
Tuttavia, per paradosso, è il rimanere nella mancanza che ci porta a sentire e a VEDERE.
La parola ci umanizza, argina, in parte, quel senso di frantumazione e di solitudine che la nostra società apatica e indifferente porta con sé.»

Le parole prima ci portano emozioni, in un attimo successivo ci permettono di conoscere.
Racchiudono in sé la possibilità di rivolgerci a qualcuno o a qualcosa di altro da noi, affidando all’esterno l’interiorità del nostro pensiero. Possono passare, come effimere emissioni di voce, sbiadendo antiche sulla carta, andare perdute, insomma, ma la loro eco permane nel ricordo dei secoli, nelle infinite ed imprevedibili comunicazioni che potranno accadere. Pensare a questo, a quanto mai è stato espresso, è il germe della creazione del non-vissuto. Hanno valore diverso, ma non ne esiste una che non valga alcunché: una parola può essere insignificante all’apparenza, tuttavia è rivestita del potere del cambiamento all’interno del contesto in cui si colloca.
È possibile confrontarsi con le parole in molti modi, ma restare apatici ed indifferenti di fronte ad esse, così come ad altri sistemi di segni, sarebbe oltrepassare con noncurante superficialità uno dei più grandi tesori che l’umanità ha avuto in dono.


1E. Montale, Xenia I, in E. Montale, Tutte le poesie, p.297, Milano, Mondadori, 1984.

La citazione del titolo è tratta dall’opera di M.Gorni, Nel sogno, 2008 – Grafite e carta (cm14 x 14) in M. Gorni, Nel sogno parlavo con Dostoevskij, pubblicato in occasione della mostra “Con il libro” alla Galleria Martano di Torino (Novembre 2010 – Gennaio 2011).

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