Guida semiseria alle Gallerie d’Italia: cinque minuti per sei opere (più n)

di Lara Aleotti

Ma però (3)

Delle Gallerie d’Italia di piazza della Scala non si può che innamorarsi. Varcato l’ingresso ci si scrolla all’istante di dosso la confusione del tram, dei turisti in piazza Duomo e della Galleria: il Palazzo della Banca Commerciale Italiana, candido e luminosissimo, si mostra in tutta la sua rinnovata bellezza tra strutture neoclassiche e innesti liberty; si scivola da una sala a l’altra, da un palazzo all’altro, in spazi spesso vuoti, soprattutto di mattina: a tratti si ha l’impressione di trovarsi ancora all’interno degli appartamenti privati, ed è una favola.

Ma soprattutto, quanto di più apprezzabile, e per nulla scontato, è la gestione delle collezioni: un percorso espositivo brillante, associato a un’illuminazione impeccabile e alla sapiente disposizione delle opere, si pone a sublimazione di una collezione, quella di Fondazione Cariplo e Intesa San Paolo, che è una descrizione completa e puntuale (e bellissima) dell’ultima avventura artistica di questo nostro Paese. Il progetto si articola in due percorsi indipendenti ma connessi dalle Officine a Porta Romana di Umberto Boccioni, opera ancora divisionista ma che porta già in grembo il seme moderno del secolo nuovo.

A fronte di collezioni così ampie e complesse due in media sono le reazioni: ci facciamo prendere dall’ansia da prestazione e iniziamo a studiare ogni cartellino, analizzare ogni opera nel dettaglio, leggere ogni pieghevole, ché quando arriviamo a metà percorso iniziamo a sognare le panchine all’uscita ma ci sentiamo troppo in colpa per velocizzare il passo; la seconda, la più pericolosa per il fruitore nonché la più temuta dal management museale, la noia, che tipicamente ti porta a supplicare che la sala dopo quella in cui ti trovi sia l’ultima (ovviamente non lo è mai). E se a questo si aggiunge una buona dose d’arte contemporanea, l’attacco di panico è quasi assicurato.

Ho provato allora a scegliere sei opere che siano una sorta di bussola all’interno di questo meraviglioso tempio dell’arte milanese. Tre opere per il percorso dedicato all’Ottocento, che da Canova approda a Boccioni; tre per il Novecento, che va dallo Spazialismo agli ultimi anni: scelte più per gusto personale o per un dettaglio, che per rilevanza filologica. Questo non senza forzare la mano: siamo infatti di fronte a una di quelle gallerie nelle quali ogni opera si inserisce all’interno di un insieme compiuto dal quale acquista valore senza esserne oscurato.

La mia proposta è questa: attraversate senza timore la galleria alla ricerca di queste sei opere, dedicando a ognuna di esse cinque minuti. I casi sono due: alla fine avrete visitato indenni e in soli trenta minuti una collezioni d’arte tra le più belle, oppure, come credo, tra uno di questi quadri e l’altro e tra le tante opere che andava bene ignorare, ne avrete trovata qualche altra per la quale meritava invece la pena fermarsi.


Giovanni Carnovali, detto il Piccio, Ritratto di Pietro Ronzoni, 1825
Come non partire dal Piccio? Carnovali si conquistò questo nomignolo, “il piccolo”, perché il suo talento era tale che fu ammesso in accademia quando era poco più che un bambino: questo ritratto fu infatti dipinto quando l’artista aveva solo ventun’anni. A quel bambinetto l’arte italiana deve molto: pare che la sua pittura sia stata una delle fiamme che incendiarono l’animo dei giovani borghesi ribelli del gruppo degli Scapigliati: di lui amavano il carattere assolutamente bizzarro e fuori dagli schemi e la capacità di osservazione attenta della realtà che lo portò a quel particolare dissolvimento dei contorni e delle forme e a quell’impressione di non finito che rendono le sue opere assolutamente vive e moderne. Non potrete che credere a queste parole, di fronte a questa opera: solo un uomo intelligente e capace di lungimiranza può dipingere un ritratto così. Concedetevi due minuti per fissare quest’uomo negli occhi.

Luigi Rossi, Una via di Milano, 1881
Siamo nel quartiere di Porta Ticinese, è il 1881: sullo sfondo i palazzi si perdono divorati dalla nebbia e dalla nuova libertà d’uso della pennellata e del colore; in primo piano, un giovane borghese corteggia una signorina, che, compiacente, si schiaccia al muro e sorride maliziosa; due passi più indietro una ragazzetta col vestito stropicciato e i capelli raccolti in una pezza gialla osserva la scena con curiosità e, forse, una punta di invidia. Soltanto per questa cosetta abbandonata nel centro del dipinto, in Porta Ticinese, bisognerebbe tornare all’ingresso delle Gallerie e insistere con la signorina per pagare un biglietto (l’ingesso alle Gallerie è ancora per pochi giorni libero).

Angelo Morbelli, Battello sul lago maggiore, 1915
Devo dire la verità, quest’opera non la volevo nella mia guida, si è scelta da sola. Quando son tornata nella sala XII, la mia preferita di tutte le Gallerie, ho pensato che non potevo non indicare una di quelle tele. Ma a questa sala ci sono troppo affezionata e a sceglierne una di opere, mi sembrava quasi di fare un torto alle altre. Non è stato quindi l’azzurro-cielo di questo lago a convincermi, né questo senso di calma disarmante e assolutamente commovente, ma la presenza di un ometto magro con la coda bianca che, mani dietro la schiena, ha trascorso almeno cinque minuti a osservare l’opera: da lontano, da vicino, poi ancora più da vicino e più da lontano. Se il signore ci ha trovato qualcosa di così realmente interessante, ho pensato, non me la sento di privare i lettori di questa stessa esperienza!

L’Officina di Porta Romana di Umberto Boccioni collega fisicamente e simbolicamente la prima sezione delle Gallerie alla seconda: osservate come quella pioggia di raggi di sole taglia in trasversale il cielo in direzione degli operai che entrano in fabbrica. La rottura è sul punto di compiersi, si entra nel Novecento.

Alberto Burri, Rosso nero, 1953
Alberto Burri iniziò a dipingere nei diciotto mesi di reclusione in Texas, tra il 1943 e il 1945, dove era stato condotto a seguito della resa italiana in Africa: stiamo parlando della Seconda guerra mondiale. Nonostante la laurea in medicina, una volta tornato decise di dedicarsi completamente alla carriera artistica. Di lì a pochi anni nelle sue opere scomparvero le figure e le tele iniziarono a coprirsi di catrame, muffe, pietra pomice, plastica, sabbie, smalti. Entriamo con Burri in una nuova stagione dell’Arte contemporanea: dopo quella guerra nulla del mondo di prima è più sopportabile.

Jannis Kounellis, Senza titolo, 1963
Nonostante Jannis Kounellis sia uno dei maestri dell’Arte Povera, all’apparenza pare esserci nulla di Povero in quest’opera: i materiali sono quelli della tradizione; forse solo quel “tecnica mista” allude all’inserimento di qualcosa di inusuale nel colore bianco, che copre tutta la tela. Eppure in quelle sottili linee ondulate e in quella barchetta che si intravede in primo piano c’è qualcosa di molto Povero: essi sono infatti archetipi, del viaggio (Kounellis è greco), del fascino della scoperta e dell’ignoto, del mare e della natura selvaggia. Kounellis par volerci portare nella dimensione del mito, delle storie fantastiche dei bambini quando giocano a inventare altri mondi. C’è quindi un ritorno indietro, in Senza titolo, una spogliazione delle sovrastrutture in favore di qualcosa di semplice e comune, povero appunto.

Gianni Colombo, Spazio elastico, 1970
Devo purtroppo concludere questa guida semiseria con un dispiacere molto molto serio: la grande assente del nuovo allestimento è l’arte cinetica; questa tela di Gianni Colombo è l’unica attualmente esposta delle nove opere di artisti cinetici italiani in possesso delle Gallerie. E’ un dispiacere reale, perché gli artisti del Gruppo T e del Gruppo N erano dei pazzi, dei meravigliosi utopisti, e perché la loro arte è seriamente divertente. Seppur intraprendendo strade diverse, questi artisti furono capaci di esperienze fattivamente collettive e di assoluta coerenza tra ricerca e obiettivo: creare relazioni inedite tra l’opera e lo spettatore. Le opere dell’arte cinetica sono complicatissimi e fragilissimi rompicapi cinesi, frutto di riunioni estenuanti tra uomini e donne che si preoccuparono con assoluta serietà di far sì che l’opera mutasse a ogni sguardo; per questo introdussero la quarta dimensione (T sta appunto per tempo), esplorando il movimento meccanico e il mondo delle illusioni ottiche.

I cinetici sono un ottimo espediente per concludere questa piccola guida senza grandi pretese; dimostrano che, come ci insegna Kundera, le cose ridicole sono in realtà serissime: l’importante è trattarle senza una sola parola seria.


2 thoughts on “Guida semiseria alle Gallerie d’Italia: cinque minuti per sei opere (più n)

  1. bellissimo Lara, come sempre!!
    Andarci sarà un piacere da soddisfare al più presto

  2. @Maura, grazie mille per la solita gentilezza! Sono sicura che non te ne pentirai! A presto

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