La morte può attendere

Due parole su Quasi arzilli, spumeggiante esordio di Simona Morani

 
di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Nel suo splendido Fisica della malinconia Georgi Gospodinov parla della diffusa e infondata opinione secondo cui la coscienza della morte sarebbe estranea alla giovinezza; infondata, perché in realtà mai quanto durante la giovinezza si è in stretto rapporto con la perfetta nozione dell’inevitabile. Ora, a patto di intendere questo stretto rapporto con un certo tatto letterario, non solo penso che tutto ciò sia assolutamente vero (almeno per me), ma anche che questa e simili considerazioni calzino a pennello a Quasi arzilli (Giunti, 2015), primo romanzo di Simona Morani.
Ma andiamo con ordine.

Quando l’autrice, che avevo da poco conosciuto, mi ha annunciato che stava lavorando a un romanzo ispirato agli anziani del borgo di primo Appennino in cui è cresciuta, tra me e me mi sono detto: ahi ahi, bordate di cliché sulla saggezza dei nostri nonni in arrivo. E non mi capacitavo di come una persona intelligente potesse scegliere proprio un campo minato di banalità e luoghi comuni.
Ma quando ho ricevuto in lettura il dattiloscritto, che all’epoca si chiamava ancora La Rambla e proprio in quel periodo riceveva l’attenzione di Giunti, ho dovuto pronunciare (sotto voce, si intende: non sono tipo da ammettere pubblicamente di essersi sbagliato) un solenne mea culpa. Perché di cliché e luoghi comuni non ce n’è neanche uno.

Siamo a Le Casette di Sopra, immaginario paesino paradigmatico dello sciame di piccoli villaggi che costellano l’Appennino reggiano, e che solo a cambiare dialetto e un paio di usi e costumi locali immagino possa adattarsi benissimo alla totalità delle realtà rurali, dall’Emilia all’Aspromonte. Un gruppetto di sei anziani, più il barista, tutti grosso modo prossimi all’estinzione, trascorre le sue giornate nel bar La Rambla, che più che un bar assomiglia a un circolo privato riservato ai nostri. Tra un caffè corretto sambuca e una partita a briscola, il tran tran prosegue sereno da circa una ventina d’anni, finché un giorno la scomparsa di uno dei sodali impone all’attenzione dei superstiti la sgradevole cognizione del prossimo avvento della Nera Signora. Accade quindi l’imprevisto: l’unità del gruppetto inizia a sfaldarsi nella solitudine della risposta che ognuno di loro pensa di dover dare alle circostanze. C’è chi è talmente prossimo a seguire il compagno che per esorcizzare il terrore deve inventarsi la capacità di ironizzare persino intorno a una situazione estrema e avvilente come la stomìa; c’è chi è più stanco degli altri e che quindi non è poi così restio all’idea di farla finita, posto che qualcuno si occupi della sue tre galline, uniche compagne nella malinconia del declino; c’è chi dall’esperienza della guerra ha tratto la volontà di lottare sempre fino all’ultimo; c’è ancora chi vorrebbe stabilire una volta per tutte se ha avuto senso o no passare tutta la vita accanto alla stessa persona (e i motivi per avere dei dubbi abbondano, impietosi e evidenti); e c’è infine chi non ha idea di niente perché questa cosa della morte è davvero troppo grande per lui, una domanda leviatanica a cui bisogna disperatamente rispondere nel poco tempo che resta.

Detta così, mi rendo conto, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un romanzo lento, intimista e triste fino all’inverosimile. Ma si tratta di un’impressione profondamente sbagliata, perché così non è: sono io che sono un cane a riassumere una vicenda in cui invece si ride, si ride a crepapelle dalla prima all’ultima pagina.

Quella che Simona Morani ci consegna è una commedia brillante che sa avvicinarsi al Problema per eccellenza con ironia e discrezione, attraverso una prosa fresca che dimostra il talento di chi sa cogliere fino in fondo la complessità di situazioni anche molto distanti dalla propria; un libro che per affinità di situazione mi ha ricordato Romanzo per signora di Piersandro Pallavicini, ma anche un classico cinematografico “sui generis” della fantascienza come Cocoon, e persino quel gioiello che era About Schmidt.

Un romanzo che si legge in un giorno, in un pomeriggio; che si legge tutto d’un fiato perché subito dopo qualche pagina è impossibile non simpatizzare con questi vecchi (persino per me, che i vecchi non li sopporto) alle prese con i tentativi più maldestri immaginabili per far quadrare un conto che non può quadrare del tutto; e che senza avere la pretesa di rivelare a nessuno il senso ultimo della vita (ammesso che ci sia) può dare qualche dritta, soprattutto emotiva, per la ricerca di chiunque.


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