«Il mio cuore è per la terra ma, per favore, nessuna barriera tra lei e me» – Uomini di Dio

di Veronica Galli

Ma però (10)

«Io ho detto: “Voi siete dèi,
siete tutti figli dell’Altissimo,
ma certo morirete come ogni uomo,
cadrete come tutti i potenti”»

dal Salmo 81 (82), 6-7

2015: l’anno di Charlie Hebdo e della libertà di espressione; l’anno delle immagini dell’Isis e di American Sniper, l’anno di EXPO, l’anno del terrorismo – psicologico – in preparazione alla data x di Maggio. Sarà forse l’anno della città blindata, della metro strapiena, delle misure di protezione, dello scontro culturale, del passo indietro nell’integrazione, del rischio della deriva xenofoba. Poi, forse, sarà anche l’anno della tolleranza, dell’apertura, della ricerca dell’equilibrio. Potrebbe anche sorprenderci, il 2015, ed essere l’anno della pax, finalmente.

Ma se davvero esistesse l’eterno ritorno dell’uguale, quante volte avremmo vissuto questo momento? Quante volte abbiamo visto torri crollare, edifici saltare in aria, comunità ghettizzate senza motivo, politiche di tolleranza zero, controlli eccessivi agli aeroporti? Quante volte abbiamo percepito l’aria pesante del sospetto, lo sguardo poco convinto del signore in metro, a seconda di chi gli si siede accanto in quel momento? Quanti American Sniper ci sono stati, prima che se ne scegliesse uno da accusare di apologia della guerra? Quante immagini sovrapponibili a quelle dell’Isis hanno trasmesso le nostre televisioni negli anni e quando abbiamo smesso di ricercare immagini di pace? E quando chi scrive, gira, compone, fotografa, ha smesso – soprattutto – di regalarcene?

Uno degli ultimi, magistrali, esempi che ricordo è un film altisonante già dal titolo: Des hommes et des dieux. Xavier Beauvois. Francia. 2010.

Siamo nella seconda metà degli anni Novanta e le premesse storiche, che il film non mostra, sono comunque importanti e affidate alla buona memoria dello spettatore – o della Storia. All’inizio del decennio l’Algeria vedeva fallito il proprio tentativo di modernizzazione, del quale non restavano che un ingente debito con l’estero e un forte disagio economico. Ed è proprio in questo momento che il Fln (Fronte di Liberazione Nazionale) comincia a perdere il proprio potere, lasciando campo libero al fondamentalismo. A fronte dell’annullamento delle elezioni del 1992, che videro una netta vittoria degli integralisti del Fronte islamico di salvezza (Fis) al primo turno, la reazione dei fondamentalisti fu senza eguali: uno sterminio che, protrattosi fino al 1997, portò alla morte di diecimila persone. La reazione del governo, per quanto forte, non riuscì a reprimere completamente le pulsioni integraliste e ad azzerare del tutto gli attacchi terroristici in Algeria, così come la cooperazione internazionale non fu in grado di arrestare il massacro.

Il set-up di Des hommes et des dieux è una specie di idillio: sette monaci cistercensi dell’Ordine della Stretta Osservanza convivono pacificamente con la locale comunità musulmana di Tibhirine, alla quale offrono assistenza. Lo scoppio della guerra civile in Algeria arriva però a rompere la quiete di Tibhirine e i nostri si trovano di fronte ad una scelta decisiva: accogliere le richieste delle autorità francesi a seguito delle minacce dei fondamentalisti e rientrare in Francia o restare in terra algerina per continuare la propria opera di assistenza. Dopo un lungo periodo di riflessione e confronto, Luc, Christophe, Célestin, Amédée, Jean-Pierre, Michel, Paul, Bruno e Christian decidono di rimanere a Tibhirine, per non venir meno al proprio dovere nei confronti di Dio e della comunità locale, a costo della vita.

Nella notte tra il 26 e il 27 Marzo 1996, i monaci vengono rapiti e tenuti in ostaggio per circa due mesi. La loro morte verrà annunciata soltanto il 21 Maggio 1996 e confermata dal solo ritrovamento delle teste qualche giorno dopo. L’esito del rapimento e le circostanze della morte hanno innescato un aspro dibattito, dal quale sono scaturite letture diverse della strage di Tibhirine, con diversi responsabili e diverse modalità. Ma non è questo il tema del film.

Des hommes et des dieux non è di certo un documentario; non è nemmeno – e soltanto – un film stilisticamente riuscito, per l’eleganza della fotografia, la cura à la française della scrittura e della messa in scena, la recitazione attenta e misurata degli attori o per il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Il quid di questo film sta nel messaggio di pace e umanità sotteso al sacrificio di questi monaci. Non la storia di un martirio, né l’elegia degli eroi della patria o di un Credo religioso. Piuttosto, la storia di sette personaggi che, loro malgrado e pur aspirando a Dio, si sono ritrovati ad essere uomini.

La genesi di Des hommes et des dieux sta nel desiderio di raccontare la storia di questi monaci, tacitamente condiviso da persone diverse che, per uno strano gioco del destino, si sono ritrovate a collaborare al medesimo e impegnativo progetto. Henry Quinson, consulente ecclesiastico del film oltre che scrittore, professore e traduttore francese, nutriva da tempo il desiderio di raccontare questa vicenda, iniziando a contemplare più concretamente questa ipotesi nell’estate del 2007, arrivando persino ad iniziare una sceneggiatura e a contattare qualche regista; già da questa primissima fase del percorso Quinson si rese conto del fatto che questo film si sarebbe dovuto concentrare sul cammino di riflessione che portò i monaci alla scelta di restare in terra algerina, rifiutando le offerte di rientro che pervenivano loro dalla Francia. Un paio di anni più tardi Quinson, demotivato da diversi rifiuti e quasi sul punto di abbandonare l’impresa, ricevette una mail di un produttore, Étienne Comar, che gli chiedeva di collaborare al progetto di un film – diretto da Xavier Beauvois – sulle vicende di Tibhirine e, in particolar modo, sulla lunga fase precedente la tragica fine dei monaci. Il cammino di questo film – come spesso accade – è stato lungo e tortuoso, ostacolato dalle osservazioni delle autorità cattoliche marocchine e dai familiari delle vittime, poco convinti del titolo, della narrazione proposta dagli autori e, nondimeno, dei rischi che si potevano correre con un’opera del genere. Quinson, Comar e Beauvois, però, non si diedero per vinti e il film vide la luce delle sale francesi l’8 settembre del 2010, restando primo in classifica per quattro settimane. Come giustificare un tale successo – tanto in Francia quanto all’estero – per un film che, oltre ad affrontare una tematica complessa come quella del fondamentalismo islamico, parla di religione e spiritualità?

Il titolo Des hommes et des dieux – che ha visto capovolto il proprio significato nella traduzione italiana Uomini di Dio – deriva da un bellissimo Salmo della Bibbia, il cui senso permane come fil rouge principale del film: siete tutti dèi, figli di Dio, ma anche destinati a morire, a cadere come tutti i potenti, in quanto uomini, cenere che ritorna cenere. La scelta di questo titolo conferma quindi, sin da subito, la volontà di portare sul grande schermo la vicenda umana e spirituale di sette uomini che, attraverso un lungo e difficile processo decisionale, sono chiamati a scegliere tra la salvezza terrena e la loro missione di carità. È poi interessante sottolineare come Beauvois abbia voluto che il termine hommes precedesse quello di dieux, come se il sacrificio dei monaci di Tibhirine dovesse essere speculare a quello compiuto da Gesù Cristo per l’essere umano («…morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti»). Questo film porta sullo schermo l’essere umano, complesso, plurale, difficile. L’uomo che non ha risposte ai propri dubbi, perduto nell’indecisione, imprigionato in quelle che fino ad un attimo prima erano certezze e che, di fronte alla difficoltà di una scelta, improvvisamente, si sbriciolano.

In una contemporaneità corrotta dal dubbio pesante del sospetto, dalla paura dell’altro e dalla sempre più evidente tendenza all’intolleranza Des hommes et des dieux rappresenta un bellissimo messaggio di pace e una meravigliosa testimonianza di fede, per qualsiasi accezione si voglia dare a questo termine.

Questa non è la storia di un sacrificio estremo, di un esempio ineguagliabile, di un martirio. Come lo stesso Padre Christophe sottolinea nel corso del film, i monaci, seriamente messi in crisi nelle loro convinzioni più intime e vitali, non vivono la propria morte come una punizione per il loro essere cristiani e, di conseguenza, il loro non è un martirio di fede. Il sacrificio di Tibhirine è un’altra cosa: è l’esito di una missione, il rifiuto di abbandonare la propria comunità, l’affermazione dell’amore nonostante tutto. Non un martirio di fede, ma un martirio d’amore, poiché è l’amore il motore immobile che muove l’Universo.


La citazione del titolo è tratta dal testamento di Christophe Lebreton.

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