Persecuzione

di Alberto Bergamini

Ma però (6)

Ovvero la bellezza del rancore. Uno sguardo a Il gabinetto del dottor Kafka di Francesco Permunian

“ma la pelle rigetta quel sorriso che
trapiantato da bocche riverenti, no
lo sai, non funziona su di me
ostinato a ripetere tra i denti:
brucia ancora, che prima o poi ritornerò”

Meganoidi – Zeta reticoli

Se fosse concesso proporre una nuova accezione del termine “perdono” che, prescindendo da qualsiasi implicazione del concetto di colpa, ponesse piuttosto l’accento sulla disponibilità a lasciar scivolare via ciò che è passato, si potrebbe dire che quello che colpisce nell’opera di Francesco Permunian è l’assoluta mancanza di perdono.
Il punto di partenza di Permunian, di tutta l’opera di Permunian, di cui Il gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti, 2013) rappresenta quasi una summa (in attesa della pubblicazione de La polvere dell’infanzia, prevista per fine maggio), sembra essere la negazione della tesi generalmente ritenuta valida secondo cui, fatta eccezione per alcuni eventi di eccezionale importanza, a una certa distanza è possibile e anzi doveroso perdonare il passato, nel senso che ho illustrato sopra, cioè lasciando perdere e riservando a ciò che è stato una malinconia tutt’al più elegiaca e comunque immune dall’accanimento del rancore.

Persecuzione

Permunian rigetta tutto questo. Nessun perdono è possibile, nessuna conciliazione è anche solo proponibile, né può esistere tonalità emotiva nel rapporto con il passato diversa dal rancore. Si tratta tuttavia di un rancore molto particolare, un rancore che specularmente alla nostra nuova nozione di perdono prescinde da qualsiasi riferimento alla colpa. Non è di colpa che si sta parlando, la relazione tra persecutore e perseguitato non è asimmetrica, lo scrittore non è meno perseguitato che persecutore del suo passato, e in questa sostanziale neutralità dei ruoli ciò che resta è solo la forma della persecuzione, che intravediamo già coincidere, nella concezione dello scrittore veneto, con la nozione stessa di letteratura.

Pur non amando l’abusatissima moda grafico-filosofica novecentesca (di matrice heideggeriana) che fa di improbabili scomposizioni morfologiche un momento esegetico, e premettendo quindi che quanto sto per proporre deve essere preso al massimo come un gioco di parole, non mi pare astruso pensare il rancore permuniano come r-ancòra, nel senso cioè che il rabbioso accanimento del persecutore e il delirio disperato del perseguitato, inscindibili nella figura dell’io narrante, si risolvono in un movimento costante di reiterazione e rimescolamento di ciò che è stato, un’eterna riproposizione del passato indipendentemente dal suo contenuto.
A conferma di questo, noto che la letteratura di Permunian è una letteratura del Ricordo ma quasi mai dei ricordi. Scrittore blasfemo e indiavolato, la cui prosa nei suoi momenti migliori è capace di rievocare il latrato furioso e impareggiabile di Bernhard e Céline, Permunian cade raramente nel clichè dei “cari ricordi”, frutto di misinterpretazioni post-proustiane con un pizzico di storielle della nonna, oggi tanto in voga presso certi menestrelli della propria terra arcana e misteriosa. La lotta del ricordo è presentata nel suo sforzo e mai nei suoi effetti, ossia non si abbassa mai a una aneddotica dei bei tempi che furono. Che anzi non furono, perché nessun tempo fu mai bello.
È la maledizione della malinconia fine a se stessa, della nostalgia di una giovinezza che si sa di non aver mai posseduto davvero e che proprio per questo si rimpiange il doppio… è la persecuzione di uno sciame di rimpianti talmente feroci e potenti da assumere la forma delle visioni e allucinazioni patologiche che letteralmente infestano le opere di Permunian, un’infestazione che si fa allegoria della infestazione che devasta la mente del narratore e che nel relegarlo nella dimensione esistenziale del ricordo gli preclude l’accesso a qualsiasi forma di contatto con il presente e dunque con il qui ed ora della vita; interdizione che producendo una schisi tra l’io e il suo presente (mai raggiunto) darà nuova materia al rimpianto in un infernale meccanismo che si autoalimenta.
A ben guardare infatti l’unica dimensione dell’autenticità in Permunian è il passato, ma proprio perché è l’unica autentica non è mai presente nella narrazione permuniana: l’occhio del narratore sa cogliere la bellezza e la profondità solo nella loro dolorosa assenza. Cioè che è presente, il Presente appunto, non è che un infinito campionario di bassezze e volgarità, contro cui la ferocia e l’aggressività verbale di Permunian si scagliano senza pietà, portando in luce il secondo grande nucleo della narrativa permuniana: la dimensione della provincia come metafora del capolinea dell’umanità.

Qualche tempo fa ho pubblicato su questo blog una riflessione su Meno di zero di Bret Easton Ellis incentrata sul ruolo di simbolo della fine della civiltà che lo scrittore americano assegna, implicitamente o meno, alla Los Angeles della MTV generation… ora, accostare Permunian a Bret Easton Ellis sarebbe quanto di più folle si possa immaginare, dal momento che non si possono pensare due scrittori radicati in contesti più differenti. Tuttavia a partire da questa assoluta antitesi di ispirazione si può istituire forse un’interessante relazione di complementarietà: se da un lato Ellis rintraccia nella realtà megalopolica (no, l’aggettivo megalopolico non esiste… portate pazienza: mi serve) e prossima all’universo di Blade Runner i sintomi dello sfacelo finale dell’umanità, dall’altro Permunian ci informa che in provincia, nella provincia italiana, cioè nella provincia più provinciale che esita sul terzo pianeta a partire dal sole, provincia che molti fan delle scelte “alternative” indicano come unico luogo in cui è possibile ritrovare una dimensione genuinamente umana; Permunian ci informa che qui le cose non vanno meglio.

A questo proposito vorrei citare un brano tratto da quell’autentico piccolo capolavoro che è Dalla stiva di una nave blasfema (Diabasis, 2009), brano che a mio parere non sfigurerebbe in A colpi d’ascia o Antichi maestri:

Uno di quei salotti di provincia abitualmente frequentati da aspiranti scrittori, da poeti fasulli che leggono con voce ispirata i loro versi facendo delle smorfie assurde – così la moglie del farmacista ha trasformato la sua casa in collina, illudendosi di aver compiuto chissà quale operazione culturale.
“Ho creato un giardino di Armida nell’operoso Nordest!” le piace sottolineare con orgoglio. Ne è risultato invece un autentico salon des refusés, una bolgia infernale che condensa in pochi metri quadrati tutto il ridicolo (e tutto il tragico) della condizione umana. Una perfetta roccaforte dell’idiozia.
E pensare che io ho passato la giovinezza a contatto con tali individui, arrabattandomi a insegnare ai loro figli per quattro soldi, al pari di un mendicante! Borghesi malati di sentimentalismo, i quali nel corso degli anni mi hanno completamente rovinato esibendo davanti ai miei occhi tutto il campionario della loro infamia, delle loro frustrazioni. Delle loro fottutissime perversioni.
E così per mia disgrazia, lo ripeto, sono stato costretto a vivere in balia di gente tremenda, dentro degli spaventosi tinelli di provincia da cui era impossibile evadere se non con il suicidio. E dal momento che non ho mai trovato il coraggio di sottrarmi a una simile melma facendomi saltare le cervella, è giusto che adesso io beva il calice del mio disonore scontando fino alla feccia il fallimento di una vita intera.

La persecuzione del passato che vieta l’accesso del narratore alla dimensione del presente fa sì che il suo sguardo sul presente assuma il taglio strabico e allucinato dell’aggressione a oltranza, aprendo (qui sì) lo spazio dell’aneddoto… ma quello che ne emerge, quello che esplode fuori è il circo grottesco e ripugnante di una provincia marcia, bigotta e sporcacciona, una realtà post-rurale non meno in putrefazione del suo corrispettivo urbano, un mondo insomma con la camicia pulita e le mutande sporche, molto sporche, e che dà l’impressione plastica dello sfacelo; paesaggio in effetti piuttosto familiare a chi abbia un po’ di dimestichezza con quella autentica «bolgia infernale» che è appunto la provincia italiana (su questo vi pregherei di credermi sulla fiducia… ne so qualcosa).

In questi momenti, che a mio giudizio sono quelli in cui Permunian dà il meglio di sé, l’impressione plastica di cui parlavo suggerisce un paragone questa volta pittorico, che mentre leggevo mi è letteralmente saltato agli occhi. Mi riferisco a quel genio belga, misantropo e micidiale, che fu James Ensor, i cui quadri strabordanti di maschere spaventose, simbolo di un’umanità lurida e grottesca, si sposano perfettamente alle caricature di Permunian. Coincidenza tra le coincidenze (o se si preferisce affinità elettiva spinta fino alla fisionomia) l’autoritratto che Ensor ci consegna nel suo Il mio ritratto con maschere, quadro che potrebbe essere messo a epigrafe complessiva dell’opera di Permunian, è incredibilmente somigliante ad alcune fotografie dello scrittore veneto.

James Ensor - Il mio ritratto con maschere (1899)

James Ensor – Il mio ritratto con maschere (1899)

Il contesto preciso che Permunian prende di mira nel brano citato, vale a dire l’ambiente pseudo-culturale di provincia (molto pseudo. Fidatevi anche qui) ci offre lo spunto per introdurre l’ultimo nucleo intorno a cui si agglomera la narrazione permuniana e in cui la sua potenza di fuoco raggiunge il massimo, vale a dire lo sfregio dell’establishment culturale italiano, nazionale o provinciale che sia.

Fin dagli esordi era presente una vena polemica del tutto particolare e riservata esclusivamente ai passacarte e agli impostori che nel secondo novecento hanno trovato modo di imperare sempre più sulla scena culturale italiana, fino a arrivare alla fine anni ’80, inizio ’90 in cui, come dice lo stesso Permunian in una bella intervista1, «inizia l’epoca del Baricco, De Luca, cioè del televisivo, del marketing, e dopo sono arrivati i comici, i comicini, gli epigoni degli epigoni» e non oso immaginare quanti di voi leggono Gramellini, Carlotto, Carofiglio e allora addio.
Fin dall’inizio era dunque presente questo rabbioso ruggito di protesta contro chi ha sputtanato la letteratura prostituendola per il proprio successo mediatico, o prima ancora asservendola al sessantottismo, al femminismo (spettacolare ne Il gabinetto la scena con l’intellettuale lesbo-femminista e la prostituta) e a tutte le cause perse e autoparodiche possibili e immaginabili.
Ma è solo ne Il gabinetto del dottor Kafka che questo lavoro giunge a piena maturazione, raggiungendo la consapevolezza necessaria a trascendere il ruolo di parte nel tutto per assurgere a centro strutturale, dando vita al paradigma più compiuto che mi sia capitato leggere di un genere che personalmente amo molto, il romanzo-pamphlet.

Conservatore nella sensibilità, Permunian è invece arditissimo sperimentatore per quanto riguarda la forma: abbandonando qualsiasi intenzione di trama, il romanzo si costituisce di scene, frammenti, riflessioni, episodi, divagazioni quasi del tutto slegati gli uni dagli altri e polarizzati intorno al centro gravitazionale rappresentato del cesso della stazione di Desenzano del Garda, dove la mente diabolica di Permunian si immagina che Kafka (e più tardi Winfried Sebald) possa aver orinato, sciacquato il viso e per giunta lasciato una traccia del suo passaggio scritta su un muro, durante il suo viaggio sul lago nel 1909; cesso nel quale il narratore de Il gabinetto si vuole murare vivo per sfuggire definitivamente all’insostenibile presenza di chi ha fatto della letteratura un altro orinatoio, una latrina per la propria merda stampata su carta, latrina nella quale però, a differenza della prima, non sono passati né hanno lasciato un segno Kafka e Sebald.

Quasi a dire che, oggi come oggi, in un mondo alla fine del mondo, non ci si può illudere che la letteratura sia altro che un cesso in cui rinchiudersi per sfuggire almeno al desolante spettacolo dello sfacelo finale. Ma che c’è cesso e cesso, e si tratta di scegliere quello giusto.


1Disponibile qui.

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