“Il sale della Terra”: viaggio alla scoperta di Sebastião Salgado

di Elena Fantuzzi

Ma però (5)

“Un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce, un uomo che descrive e ridisegna il mondo con luci e ombre.”

Qualche colpo di tosse nel buio della sala. Malanno di stagione o manifestazione di scetticismo: sì, forse un po’ da manuale sull’arte della fotografia, con – i più diffidenti potranno aggiungere – un dolciastro (“stucchevole”?) retrogusto di retorica. Ma bastano pochi istanti, anzi secondi, per zittire la platea e, soprattutto, per comprendere al volo che quelle parole non hanno in sé nulla di retorico, solo una profonda, tangibile verità.

Inizia così il documentario co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, applaudito (e premiato) al Festival di Cannes 2014, dedicato al fotografo brasiliano Sebastião Salgado. Ammetto che parlo di “documentario” non senza una certa difficoltà: più che un documentario, è un vero e proprio viaggio alla scoperta di un uomo, prima ancora che di un fotografo. Un uomo che ha fatto del viaggio il centro della propria vita, mosso da una insaziabile curiosità, dal bisogno di conoscere il mondo che ci circonda con coraggio, senza abbassare mai lo sguardo. Glielo si legge negli occhi, quegli occhi chiari e scintillanti che accompagnano parole sapientemente ponderate.

Inizia così il nostro viaggio alla scoperta di Salgado, da quel primo, casuale incontro in una galleria d’arte tra un noto regista di Düsseldorf, appassionato di fotografia, e un Ulisse moderno che da trent’anni gira e ridisegna il mondo con la sua inseparabile Leica. Come prevedibile, tutto è cominciato da uno scatto, quello posto in apertura per far tornare anche noi là, in quella galleria.

Un uomo, sull’orlo di un dirupo, le braccia conserte, osserva i compagni affaccendarsi in un continuo scendere e risalire: un momento di quiete in mezzo al caos. E poi altre fotografie sempre dello stesso dirupo, che ha un nome: Serra Pelada. Oggi è abbandonata, ma allora, nel 1986, era un’immensa miniera a cielo aperto, presto diventata la meta e il cimitero delle disperate speranze di migliaia di cercatori d’oro. O di “formigas” (formiche), come venivano soprannominati quegli uomini, proprio quelli che vediamo oggi nelle foto, che scelsero di diventare schiavi, arrampicandosi ininterrottamente su vertiginose scale con pesanti sacchi di terra e fango per inseguire un vano sogno di ricchezza. E vennero in tanti dalle campagne, così tanti da rendere quel buco un vero e proprio formicaio, uno scenario da Inferno dantesco reale, tangibile, che Salgado stesso commenta così:

“Quando sono arrivato sul ciglio di questo immenso buco, mi si è aperta davanti in una frazione di secondo la storia dell’umanità: la storia della costruzione delle piramidi, la torre di Babele, le miniere di Re Salomone.”

Questi scatti fanno parte di Workers (1986-1991), una serie di reportages sul tema del lavoro manuale col fine di dare un volto e dignità al mondo invisibile dei lavoratori dei vari paesi: dai raccoglitori di canna da zucchero di Cuba agli operai dei cantieri navali di Danzica e delle acciaierie russe, dai pescatori della Galizia ai demolitori di navi del Bangladesh.

Eppure non è questo l’inizio della carriera di Salgado, un fotografo dall’insolito curriculum. Nato nel 1944 ad Aimorés, Sebastião asseconda il volere del padre e si laurea in Economia, trovando presto impiego in un’importante azienda. Nei primi anni ’70 lascia il suo lavoro di economista a Londra, si trasferisce a Parigi (dove vive tuttora) con la moglie Lélia e comincia, quasi trentenne, la sua carriera da fotografo freelance, collaborando nel corso degli anni con agenzie quali Sygma, Gamma e Magnum Photos in progetti come Otras Amricas (Altre Americhe) sulla vita delle campagne in Sudamerica. Nel 1984 segue il team di Medici senza Frontiere per documentare il dramma di una siccità senza precedenti che si era abbattuta sul Sahel. Migliaia di profughi inziarono un disperato esodo in cerca della salvezza e in fuga dalla guerra, che ancora, nonostante tutto, imperversava in Ciad ed Etiopia. Salgado immortala quasi attonito frammenti di quella tragedia, e ancora oggi quegli scatti la raccontano con potenza lirica.

Ma arrivano gli anni ’90, e Sebastião si rimette in viaggio per catturare con la propria Leica altri lavoratori: i pompieri inviati a spegnere la scia di fiamme dei pozzi petroliferi lasciata dietro di sé dall’esercito iracheno in Kuwait. Buio, fuoco e uomini ricoperti di petrolio da sembrare semplici uomini di latta.

Ma arrivano gli anni ’90, arriva il momento di Exodus (Esodo), un progetto che cerca di trasporre in immagini il cuore di tenebra della storia del mondo degli ultimi decenni. Sette anni e quaranta paesi per mostrare la ferocia dell’ animale uomo, della violenza, della guerra che lascia dietro di sé la scia di sangue degli innocenti e costringe a una disperata fuga donne e uomini straziati nel fisico e nell’anima. Dal genocidio in Rwanda del 1994 alla guerra in Bosnia Herzegovina un unico, assordante grido di dolore.

Lo stesso Sebastião uscì profondamente scosso da questa discesa agli Inferi.

“E’ stato il periodo più duro, ho raccontato storie orribili: quello che ho visto nei miei molti viaggi attraverso le conseguenze del genocidio ruandese mi ha fatto perdere la fede nell’ uomo e nel mondo. […] Alla fine di questo percorso stavo male, la mia salute era a pezzi. Ho girato molti medici, finché uno mi ha detto: “Il problema è che tu hai troppa morte dentro”. Così ho deciso che era tempo di cambiare vita e sono tornato nel paese dove sono nato, a casa dei miei vecchi genitori.”1

Accompagnato da moglie e figli, Sebastião ritorna in Brasile, nella fazenda dove è nato, al sicuro. La ritrova incolta, la foresta che la circondava quasi interamente disboscata. Un giorno Lélia propone di ripiantare quegli alberi e far tornare quel posto come lo si ricordava. Inizia così la cura, la catarsi attraverso il desiderio, o forse il bisogno, di ricostruire quell’ Eden che si è visto straziato e lacerato dall’ uomo. Ancora oggi c’è un filo di commozione nella sua voce, quando parla di come iniziò a ripiantare ogni albero, ogni pianta della sua infanzia e di come, qualche anno più tardi, decise di fondare insieme all’inseparabile Lélia “Istituto Terra”, uno dei più grandi progetti ambientali tuttora attivi in Brasile contro la devastazione e l’usurpazione del territorio.

Ma la riconoscenza di Sebastião nei confronti di questa natura che lo ha guarito non poteva – se un po’ abbiamo imparato a conoscerlo – limitarsi a questo. Diventa l’incipit di un nuovo viaggio di nome Genesis, inizio. É con questa Genesi anticonvenzionale, che segue l’Esodo invece di precederlo, che prende forma la rinascita non solamente di Salgado, ma di tutti attraverso la natura che ci circonda e dobbiamo preservare – stavolta sì – dalla follia umana. Si tratta di un reportage pluriennale in giro per il mondo, iniziato sulle orme di Darwin e la sua HMS Beagle, dalle Galapagos alla Papua Nuova Guinea, dalle tribù dell’entroterra brasiliano ai ghiacci artici, dalla Patagonia allo spettacolo degli oceani per aprire gli occhi alla meraviglia del creato. Perché è ancora possibile trovare quella bellezza incontaminata che sola può salvare l’uomo da sé stesso e i propri demoni. Perché solo osservando il mondo riusciamo a cogliere quel senso di appartenenza a qualcosa di più grande, a trovare la nostra origine guardando più da vicino un’iguana o una tartaruga di Darwin. Forse, con un po’ di fortuna, potremmo anche capire che, in fondo, è anche grazie a questo che siamo il sale della Terra.

 

Sito ufficiale Amazonas Images, agenzia fotografica fondata nel 1994 da Sebastião Salgado e Lélia Wanick

http://www.amazonasimages.com/accueil

Sito ufficiale di Istituto Terra
http://www.institutoterra.org/eng/index.php#.VPzyQtKG94I


1Mario Calabresi, A occhi aperti, Roma, Contrasto, 2013, p. 190

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