Di tristezze, biscotti e crocefissi

di Lara Aleotti

Ma però (3)

Ieri era una giornata di quelle che pare proprio che tutti si siano alzati da letto con il preciso intento di prenderti e accartocciarti. Così, approfittando di un timido sole di febbraio, ho deciso di seguire il consiglio di un film che mi piaceva molto: «hai cinque minuti per crogiolarti nelle deliziose voluttà della sofferenza: goditela, abbracciala, abbandonala, procedi»: eccomi per strada allora, a conquistarmi il lusso solitario di un intero attimo di infelicità.

La Città è sicuramente ideale: sarà molto difficile incontrare qualcuno che conosca; altrettanto difficilmente qualcuno vorrà attaccare bottone per strada; tutti, la commessa al supermercato, nel negozio, alle poste, non faranno che rassicurarmi del fatto che quel che sto provando è buono e giusto. Più incontro persone che Milano l’hanno scelta e non ci sono soltanto capitate, più mi rendo conto che dentro quei dolcevita di lana, dentro quei cinquanta metri quadrati del quinto piano, c’è una tristezza impalpabile, solitaria, molto abitudinaria, un poco compiacente.

Penso a questo, in una mattinata di febbraio dell’anno in cui diventerò una di quelle persone che Milano l’hanno scelta e non ci sono solo capitate (nonostante la connaturata avversione nei confronti dei dolcevita), quando arrivo a destinazione. E infatti, non riesco a nascondere un mezzo sorriso di compiacimento quando realizzo che la facciata di San Maurizio al Monastero Maggiore è completamente coperta da un’impalcatura bianca: è il sorriso maliziosamente innocuo di un bambino che nasconde i biscotti per non doverli condividere con nessuno.

San Maurizio è infatti un gioiello, un luogo ancora poco noto ai più, sul quale si inciampa immettendosi in Corso Magenta da Via Meravigli, stretto tra il Museo Archeologico e una delle tante boutique dorate; San Maurizio è però soprattutto uno di quei luoghi nei quali portare solo persone scelte con cura, in mattinata, durante la settimana, quando si ha la quasi certezza di poter rimanere soli, o, ancora, il luogo perfetto dove andare quando si è tristi e ci si vuole crogiolare nelle deliziose voluttà della sofferenza per un po’.

San Maurizio è infine una chiesa: comportamenti all’esterno ritenuti bizzarri non sono solo accettati ma anche raccomandati: restare in silenzio, camminare piano quasi si fosse in equilibrio su una corda, rimanere seduti a fissare il vuoto. È per questo che le Chiese sono aperte a tutti ed è per questo che, nella mia visione, dovrebbero essere frequentate anche dalle persone senza Dio. Così siedo un momento, come sempre, nella terz’ultima panca sulla destra.

San Maurizio al Monastero Maggiore, la Cappella Sistina di Milano, fu edificato sull’originale cappella paleocristiana nel Cinquecento con l’intento di ospitare l’ordine femminile delle monache benedettine; le sue mura vivono oggi di nuova forza e nuovo colore grazie a importanti cicli di restauro, intervenuti sui danneggiamenti dovuti alle destinazione ad usi non religiosi prima e ai bombardamenti poi.

Un tramezzo divide lo spazio dei fedeli da quello che fu un tempo delle monache: percorsa la breve navata ci si sposta sulla sinistra, dove si attraversano a capo chino due aperture: si entra così nella seconda navata, speculare alla prima. (Con passo cadenzato, con lo sguardo che corre da un viso all’altro, da una mano all’altra, su per le geometrie delle colonne e giù ancora per gli archi). Da questo lato si può avvicinare il naso agli affreschi del tramezzo: la tenerezza dei visi delle sante e degli angioletti tradisce la mano sicura di Bernardino Luini; molte delle cappelle laterali furono dipinte dai figli del pittore, in una sorta di commovente impresa famigliare.

Spingendosi ancora più in là, lungo il coro ligneo che avvolge la navata, lo sguardo si alza al soffitto e il corpo fa un giro su se stesso di centottanta gradi: in quel lungo, lunghissimo soffitto fintamente intarsiato si staglia immobile un crocefisso di legno. Ogni santa volta che compio questo movimento e mi trovo di fronte a quel crocefisso, mi viene in mente il protagonista di un racconto, Eduard e Dio, letto e riletto quando ero adolescente.

No, non temete, anche questa, come quella di Eduard, non è la storia di una conversione. Però sono pronta a giurare che, in piedi in mezzo a quel coro ligneo, sola sotto quel soffitto affrescato e davanti a quel crocefisso, qualsiasi croce diventa un poco più lieve. E si rinnova la fede stupida di affogare un giorno, chissà, tutta questa tristezza in un volto – emerso da uno dei tanti.

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Rincaso che il sole è orai sceso: non male in fondo, anche oggi ce l’ho fatta: anche oggi son sopravvissuta.


Il racconto Eduard e Dio, che le ultime righe traducono o tradiscono più o meno volontariamente, è il conclusivo della raccolta Amori ridicoli di Milan Kundera, la cui lettura vi consiglio vivamente.

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