Michael

di Giancarlo Pace

Ma però (9)

Sostiene Michael di essere tedesco o di esserlo stato. Sostiene che la mia barba abbia una parvenza simpatica e che sarebbe gentile se gli comprassi delle sigarette. Afferma di essere nato in una città sul mare e di essere stato capitano su diversi mercantili. Pare che Michael, in realtà, non sia nemmeno privo di risorse economiche. Questo non lo dice, ma spiega che ha deciso di abbandonare tutto e in un certo modo me lo fa intuire. Michael sostiene che la vita sia stata parecchio ingiusta nei confronti della sua persona. Ricorda commosso un particolare accadimento: un viaggio in macchina.

La sua voce si infrange, respira, cambia argomento. È convinto, Michael, che una sigaretta gli farebbe proprio bene e che fumandola sarebbe molto più sereno. Dalla sua casa di coperte e cartoni mi passa una manciata di monete di rame. Sorride al mio ritorno, è contento che la trasformazione del rame in nicotina sia riuscita. Fuma Michael, e pensa. Alle volte si esprime in italiano, altre volte in tedesco, dimenticandosi che non posso capirlo. Si lamenta che ogni tanto non riesca a trovare le parole nella mia lingua. Le cerchiamo insieme, mimando gli oggetti o i gesti che vogliamo trasformare in parole. Mi saluta Michael. Mi augura buona giornata.

Mi ferma Michael, afferma che quel giorno è da considerarsi buono perché il sole riscalda. Sono in ritardo per l’università. La metropolitana non aspetta. Corro via.

Nel pomeriggio Michael mi vede tornare, asserisce di non riuscire a camminare più agevolmente. Afferma che è colpa di un viaggio in macchina iniziato anni fa. Mi mostra la gamba, sostiene di custodire una protesi in ferro da qualche parte lì dentro. Nei giorni successivi, racconta che un amico è riuscito a trovargli una stampella e pensa che sia stato un bel gesto.

Grida Michael. È adirato, toccato nell’orgoglio. Ti sembra giusto. Mi chiede. Asserisce che qualcuno nella notte gli abbia rubato la stampella. Non riesce a perdonare il gesto. Pensa che sia un’ulteriore ingiustizia. Non bastava solo l’incidente durante il viaggio in macchina. Sostiene che il fato sia meschino. È convinto che il destino non abbia il diritto di rubare una stampella se ha già sottratto una moglie alla stessa persona. Mi chiede ancora una volta di comprargli le sigarette. Afferma che il tabaccaio rifiuta i suoi soldi perché è straniero e non vende ai barboni. Borbotta in tedesco Michael, si perde nei ricordi.

In un pomeriggio di ottobre Michael ha smesso di chiedermi di comprargli le sigarette. Ha iniziato ad affermare che i cartoni del vino celano più soddisfazioni e meno ricordi.

Michael ultimamente sostiene, farnetica, borbotta e addita i passanti. Qualche volta è lucido come i suoi occhi. Chissà se si è accorto che abbiamo iniziato a parlare sempre di meno. Sostiene di no.

Dicembre si avvicina, Michael barcollando mi si accosta. Mormora che non è giusto. Parliamo del Mare del Nord. Delle notti passate sul ponte a sentire le onde. Mi saluta, accenna qualcosa in tedesco. Sorseggia da un altro cartone.

Dicembre è arrivato. Chiede, Michael, se per natale sarò in città. No. Rispondo. Sorseggia pensoso. Ricorda di avermi visto con la valigia, pronto a lasciare la metropoli per le vacanze. Afferma di avermi salutato. Lo ricordo anche io.

Attesto che al mio ritorno la casa di coperte e cartone non esiste più. Il retro della banca è deserto. Sembra che sia rimasto solo il cartone di vino vuoto al bordo della strada.

La notte è gelida. Sosteneva Michael.


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