Mamoru Oshii: tra fantascienza e sogno

di Diego Marchi

Ma però (10)

Di animazione giapponese non si parla mai abbastanza: la produzione in questo settore dell’industria del Sol Levante è immensa. Ogni anno, tra serie tv anime e pellicole d’animazione, più di un centinaio di prodotti vengono distribuiti in tutto il mondo. Per farsene un’idea basti pensare all’affluenza sempre maggiore di queste opere sui mercati occidentali, ma soprattutto al numero di nuove leve che hanno l’opportunità di esprimersi nell’animazione.
Sebbene questi nuovi talenti emergano con prepotenza, resistono ancora dei maestri che hanno scritto la storia dell’animazione giapponese e che nonostante l’età avanzata continuano a influenzare le nuove generazioni con i loro capolavori.

Un nome che viene subito alla mente è quello del grande regista Mamoru Oshii.
Autore di opere cult che hanno plasmato interi immaginari cinematografici, uno su tutti quello dei fratelli Wachowski, gli autori di Matrix, prima di diventare regista si dedicò a diversi mestieri. Tuttavia la sua passione per il cinema prese presto il sopravvento e, dopo pochi anni di gavetta nei diversi studi d’animazione, Oshii ebbe la possibilità di esordire alla regia di alcune serie tv anime. Da lì a poco arrivò l’occasione della sua carriera: infatti nel 1981 gli viene affidata la regia generale della serie iconica Lamù – La Ragazza Dello Spazio. Il successo della serie è talmente grande da indurre a progettare subito una serie di lungometraggi dedicati alle avventure di Lamù e dei suoi compagni: la regia delle prime due pellicole è affidata proprio a Mamoru Oshii. Ed è soprattutto l’esperienza del secondo lungometraggio, Lamù – Beatiful Dreamer, che definisce la vera svolta per il giovane Oshii. Infatti per la prima volta gli viene lasciata mano libera in fase di scrittura del film, cosa che gli permette di creare una pellicola al di fuori dei canoni della serie.

La vicenda parte da una giornata di autogestione della scuola dove Lamù e i suoi amici lavorano, che tuttavia dà risultati disastrosi. La giornata dopo gli stessi problemi si manifestano, ma all’ora di ritornare a casa i giovani scoprono di essere bloccati all’interno della città senza motivo apparente. Da questo episodio partono una serie di eventi incredibili che portano i protagonisti al domandarsi il perché di questi avvenimenti e ad indagare.
Partendo da una situazione comica e da giornate spensierate e di divertimento, il film porta subito l’attenzione sull’elemento sovrannaturale e onirico. Questa componente lentamente si insinua nella storia portando la realtà in cui vivono i personaggi a mostrare delle pieghe nascoste, fino ad arrivare a un paesaggio post-apocalittico.
La commistione di elementi potrebbe creare dei problemi a livello narrativo, ma la geniale mente di Oshii riesce a tenere insieme la vicenda su un binario logico da cui si devia pochissime volte e allo stesso tempo ad affascinare lo spettatore con un immaginario degno del migliore David Lynch. Il ritmo si mantiene costante e incalzante, per culminare in un finale a sorpresa esplicativo dell’intera vicenda.
Va inoltre aggiunta la continua presenza di un risvolto comico nei personaggi che riesce a fondersi con l’atmosfera del film e l’utilizzo di una fotografia che gioca sulla luce del sole, sempre presente, in contrasto con alcune sequenze in cui i toni si fanno molto più cupi.

E sono proprio i toni cupi a dominare nella pellicola L’Uovo Dell’Angelo, del 1985, di cui Oshii cura la regia. La vicenda si svolge in un epoca, non meglio precisata, in cui l’umanità vive un mondo dominato dalla notte.
Una sera scende dal cielo un’enorme astronave al cui interno si scopre vivere una bambina. Bambina che decide di addentrarsi in questo tetro e desolante mondo portando con sé un misterioso uovo, e sulla strada incontrerà un uomo che l’accompagnerà in questo suo viaggio.
Qui proprio l’elemento narrativo diventa complementare allo straordinario apparato visivo dove la cura per ogni dettaglio diventa maniacale. L’ambientazione tetra, tramite i suoi colori scuri e le altre varietà utilizzate, riesce ad affascinare subito lo spettatore trasportandolo in un’atmosfera totalmente onirica. Ogni soggetto che appare assume un significato legato a citazioni bibliche, il tutto coadiuvato dai pochi e fondamentali dialoghi fra i due protagonisti. Un accenno merita anche l’ottima scelta delle musiche che riescono nell’obiettivo di accentuare i punti di forza della pellicola.

Nonostante queste note positive, Oshii e i suoi lavori non si erano ancora affermati davanti agli occhi del pubblico mondiale e soprattutto occidentale; ma il successo non tardò ad arrivare con quello che divenne il suo lavoro più conosciuto ed apprezzato, Ghost In The Shell.
La pellicola ebbe come ottima base di lavoro un team di collaboratori formatosi con la saga Patlabor, molti dei quali accompagneranno Oshii nei lavori successivi: il risultato raggiunse vette mai viste nell’ambito cyberpunk.
Il film si ambienta nelle Tokyo del 2029, dove il progresso è talmente avanzato da poter permettere agli androidi di avere un surrogato simile a un’anima, il Ghost. Proprio durante questa epoca d’oro della tecnologia fa la sua comparsa un hacker, denominato Il Burattinaio, che comincia a seminare caos nella città. Starà alla sezione 9, composta da androidi, occuparsi del caso e arrestare il criminale: ma più gli agenti si addentreranno nel caso, più verranno a scoprirsi segreti che coinvolgeranno tutte le istituzioni.

La pellicola si pone subito in maniera differente rispetto ad altre pellicole cyberpunk dell’epoca, infatti, sebbene vi sia una trama con molte scene d’azione, ad esse sono spesso sovrapposte sequenze in cui gli androidi riflettono sulla loro condizione esistenziale e sul concetto stesso di vita. Sono spesso frequenti citazioni di opere letterarie o film di fantascienza che abbiano già posto questo problema in maniera rilevante. Oltre a questo aspetto così preminente va evidenziata un animazione incredibile che non smette di stupire mai gli spettatori per la fluidità dei movimenti e la cura dei dettagli, a cui va aggiunta un’ottima sceneggiatura che sa calibrare i momenti d’azione e i momenti di riflessione dei personaggi, permettendone una caratterizzazione a tutto tondo.
In particolare vanno messi in luce i personaggi del maggiore Kusanagi e di Bateau, i quali dimostrano una parte decisa della personalità ma allo stesso le loro debolezze e i loro pensieri, sostenendosi a vicenda. E proprio tramite i loro pensieri il film parla degli anni ’90: mettendo in campo il concetto di rete e di tecnologia ormai imperante nelle nostre vite. Simbolo di queste conquiste sono gli androidi, che in quanto esseri senzienti si fanno carico dei dubbi primordiali della specie umana e in particolare di concetti di cui l’essere umano sembra essersi dimenticato. A valorizzare il messaggio viene sempre in aiuto l’ottima regia di Oshii, che proprio con questa sua immensa opera ispirerà uno dei maggiori film della storia recente, Matrix.

Un prodotto di così alto livello sembrava difficile da imitare perfino per lo stesso Oshii, che tuttavia raccolse la sfida e insieme ai suoi collaboratori riprende in mano la sua opera per farne un sequel, Ghost In The Shell: Innocence.
La vicenda riprende da dove il primo film aveva lasciato, e ancora una volta la sezione 9 è chiamata a un caso difficile: deve indagare su una serie di omicidi compiuti da Ginoidi con funzioni d’intrattenimento sessuale, le quali dopo aver commesso il reato si autodistruggono. Ad assumersi il caso sono Bateau e il giovane collega Togusa, i quali indagando verranno a conoscenza di aspetti terrificanti e pericolosi legati alla vicenda.
Questa volta Oshii, oltre a curare la regia, si occupa anche della fase di scrittura: se nella pellicola precedente vi era un equilibrio tra le sequenze d’azione e le sequenze oniriche e riflessive, in questo seguito l’equilibrio cade a favore delle seconde. Le atmosfere oniriche del primo qui sono sottolineate tramite l’utilizzo di un reparto d’animazione all’avanguardia, con l’inserimento di sequenze in cui vi è un forte uso di CGI e animazione al computer, di un livello incredibile per l’anno in cui il film uscì. A sottolineare questo aspetto concorrono le luci e l’utilizzo del colore oro in molte scenografie, specialmente nella celebre sequenza della parata.
Le sequenze d’azione rimangono tuttavia spettacolari e di grande effetto, riuscendo perfino ad ampliare la profondità dei personaggi. Va sottolineata una continuità anche nelle tematiche: se nel capitolo precedente si fa riferimento a una società in cui il computer cominciava ad avanzare, nell’anno in cui esce il secondo capitolo la società è già stata tecnologizzata e la differenza fra androidi ed umani sembra sparire. Infatti sono i primi a sembrare più simili a esseri umani: emerge qui il lato cinico e violento delle macchine che cominciano ad assumere proprio quegli aspetti negativi della personalità dei loro inventori. Va inoltre evidenziata, come nel primo capitolo, l’ottima scelta delle musiche da parte dello storico collaboratore Kenji Kawai.

Negli anni seguenti Oshii non smette mai di lavorare e di ricercare sempre mezzi nuovi attraverso cui esprimersi, ma rimane sempre fissa la sua grande passione per il genere fantascientifico: nel 2008 riesce a produrre un altro gioiello dell’animazione, Sky Crawlers.
La vicenda ha luogo in un presente alternativo dove il mondo vive in pace, ma per soddisfare il bisogno di violenza due multinazionali creano i Kildren, cloni umani, che resteranno per sempre giovani, destinati a pilotare aerei e a combattersi fra loro in una guerra fra le due multinazionali. Un giorno giunge in una base aerea un giovane pilota che sembra destinato alla stessa sorte degli altri, ma risveglierà nei compagni la voglia di vivere e di combattere per una vita propria. L’aspetto che contraddistingue subito la pellicola è la tematica dell’inutilità della guerra e di come la tecnologia possa creare anche orrori e non solo progresso. La rapidità con cui ogni Kildren viene sostituito è da catena di montaggio e proprio gli stessi piloti vivono il dramma di una guerra continua e infinita, dovendo vivere ogni giorno come fosse l’ultimo. Proprio la reazione di una morte continua che può sopraggiungere ogni giorno motiva i Kildren a convivere col dolore e con la volontà di essere ricordati da qualcuno. Questa lotta per la vita, sebbene possa sembrare inutile, è una spinta che porta i protagonisti ad essere non solo soldati obbedienti, ma anche individui in cui scorre la vitalità di cogliere ogni attimo. Questo messaggio è veicolato da una regia che ancora una volta sa ben calibrare le sequenze d’azione con i momenti intimi, dando agli spettatori un senso di vicinanza con i personaggi. Ad aiutarla c’è poi un’animazione al computer che riesce a conciliare l’animazione 3D degli scontri aerei con l’animazione 2D tradizionale.
Il tutto viene coadiuvato ancora una volta dalle sempre incredibili musiche di Kenji Kawai, capace di colpire il cuore dello spettatore con suoni dolci e malinconici che ben si adattano all’atmosfera della pellicola, dando un qualcosa in più rispetto a film che affrontano le stesse tematiche.

Mamoru Oshii dagli anni’80 ad oggi ha saputo così creare un universo fantascientifico unico e totalmente originale, ma che ha saputo rinnovarsi con gli anni. Fin dalle sue prime opere ha saputo imporre la sua visione e la fantascienza è stata per lui il campo in cui esporre una poetica di riflessione sulla tecnologia e l’essere umani, sulla differenza tra anima e azioni meccaniche.
Questa poetica è stato il suo vero punto di forza e grazie ad essa è riuscito e riesce ad appassionare ancora oggi milioni di persone. Per questo vi è la speranza che il suo lavoro venga portato sulle scene, verso un pubblico che non riesce ad accedere a questo tipo di cinema così poco giustamente distribuito.


One thought on “Mamoru Oshii: tra fantascienza e sogno

  1. Questo si che è un articolo che da onore a Oshii. Di questi devo ancora vedere L’uovo dell’angelo di cui ho letto la trama ma che mi intriga parecchio.
    I miei complimenti!

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