Vercors, Il silenzio del mare

di Linda Taietti

Ma però (6)

«È forse inumano rifiutargli l’obolo di una sola parola».
Mia nipote alzò il volto. Levava alte le sopracciglia, su degli occhi brillanti e indignati. Mi sentii quasi un poco arrossire.

I tedeschi nel 1940 occuparono la Francia. Molti scrittori protestarono contro il nemico invasore attraverso il silenzio.

Anche un disegnatore satirico, di nome Jean Bruller (Parigi 1902-1991), scelse inizialmente di tacere; successivamente però pensò che il miglior modo per manifestare l’indignazione del silenzio fosse mettere per iscritto un racconto il cui tema fosse l’emblema di un distacco scelto, di un voltare le spalle senza abbassare lo sguardo: il rifiuto della parola.
Così, assumendo lo pseudonimo Vercors, scrisse un racconto in 96 pagine, Il silenzio del mare. Pubblicato nel 1942 contemporaneamente alla fondazione – grazie ad alcune conoscenze nel campo della tipografia – delle Éditions de Minuit, una casa editrice clandestina a servizio della Resistenza francese, avrà un enorme successo.

Il testo è dedicato a Saint-Pol-Roux (1861-1940), poeta francese ideatore del magnificismo, morto di crepacuore dopo aver saputo che il suo castello era stato dato alle fiamme dai tedeschi insieme a molti manoscritti inediti.

La vicenda, scandita in otto tempi, è narrata da un uomo che vive con la nipote in una casa occupata durante la guerra da Werner von Ebrennac, un ufficiale tedesco con una gamba zoppa ma bello e fiero nel portamento, musicista e compositore durante la sua vita precedente, prima che la guerra sconvolgesse ogni abitudine ed equilibrio.
Werner si accosta agli ospiti loro malgrado con profondo rispetto e gentile discrezione, evitando in ogni modo di invadere la spiritualità domestica della casa che, sente, ha un’anima.
Ogni sera, per mesi, scende nella stanza in cui sono presenti il narratore della storia e la nipote e parla.
Parla del suo amore per la patria e anche per la Francia, sperando nel giorno in cui potranno unirsi come in matrimonio, apportandosi vicendevolmente del bene; parla della letteratura, che ritiene abbia raggiunto la massima elevazione nelle opere francesi, allo stesso modo in cui è stata la musica di terra tedesca a distinguersi per eccellenza; parla dell’amore e della sua potenzialità di vincere ogni discordia.
E mentre parla si aspetta già con rassegnazione il silenzio dei suoi interlocutori. L’assenza di ogni suono al di fuori della propria voce melodiosa e ronzante pervade ed oltrepassa le pagine, insieme alla musica che, per una sola volta, suona all’armonium.
E mentre parla cerca sempre lo sguardo della nipote, la ragazza dal profilo sottile e ostinato, chiusa nell’orgoglio patriottico, che mai corrisponde a parola alcuna, nemmeno alla frase quotidiana Vi auguro la buonanotte, mai volge i suoi smorti occhi grigi a quelli dorati del tedesco, del nemico, che a fatica appare tale, dal momento che si presenta sempre in veste borghese, mai militare.
Sempre tranne l’ultima sera, quando, dopo un soggiorno a Parigi e discorsi con altri soldati tedeschi, Werner von Ebrennac prenderà coscienza di aver vissuto in una poetica utopia. E dovrà andarsene, senza alcuna speranza nell’ideale pacificazione che aveva sognato fra due grandi popoli in lotta.
Sarà solo al momento del congedo per sempre che suonerà la voce tanto anelata della ragazza silenziosa a dire Addio, caricando di senso parole appartenenti a dialoghi mai pronunciati nel tempo di un respiro.

Il breve testo, tradotto con maestria da Natalia Ginzburg, è una rappresentazione emblematica dell’orgoglio e dell’amor di patria, una testimonianza pregnante del confronto storico fra popoli diversi al confine fra possibilità e impossibilità, una constatazione sottile e realistica del tesoro e del fardello che racchiudono in sé le parole, espresse o mai affiorate dal mare della coscienza umana, sia individuale che collettiva.

Vercors, Il silenzio del mare, introduzione di Gabriella Bosco, traduzione di Natalia Ginzburg, Torino, Einaudi, 1945. 51 pp.
Vercors, Il silenzio del mare


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