Profondo blu.

“YVES KLEIN-LUCIO FONTANA. 1957-1962. PARIGI-MILANO”, MUSEO DEL NOVECENTO

di Gloria Immovilli

Ma però (5)

Suvvia, non sghignazzate, non è uno scherzo. La sapete tutti, anche se non vorreste. Vostra zia Pina si ostinava a intonarla con voce tutt’altro che sublime durante le sue sedute all’asse da stiro e voi, poveri bambini, a metà tra il divertito e l’imbarazzato, senza rendervene conto, assimilavate. Qualche solerte maestro di musica ve l’avrà fatta suonare col flauto alle medie. Ne avrete storpiato le parole allo stadio. La conoscono persino all’estero, ce la appiccicano addosso mentre ci immaginano veleggiare per le strade a cavallo di una Vespa o ingozzarci di pizza e spaghetti seduti a un tavolino con la tovaglia a quadrettoni.
Eppure questo pezzo irrinunciabile del nostro bagaglio nazionale, l’indistruttibile archetipo dell’italica canzonetta è anche il sottofondo ideale della mostra che vo or ora a presentarvi. Incredibile, vero?

Profondo blu.

Sulla facciata del Museo del Novecento di Milano campeggia (e campeggerà fino a metà marzo) la scritta al neon “Yves Klein. Lucio Fontana. Milano-Parigi. 1957-1962”. In altre parole, la storia di un fitto dialogo, un’amicizia vera e a tratti commovente se si pensa alla differenza d’età dei due artisti, alle loro comuni suggestioni e al periodo che li vede accostarsi l’uno all’altro.
Sono anni, infatti, quelli a cavallo tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60, in cui la tensione tra soluzioni “pesanti” e “leggere” in arte raggiunge l’apice. Esiste un movimento detto Nouveau Réalisme che presenta sostenitori di entrambi i partiti. Da un lato, César con le sue colate di poliuretano; Arman che a Parigi mette la spazzatura in vetrina; Jean Tinguely e i suoi macchinari da Wacky Race: sono la squadra degli artigiani, i rottamatori, quelli che non hanno paura di impastarsi le mani nel fango e nella materia. Tutti figliocci di uno strano individuo che oggi finirebbe dritto dritto in prima serata su Real Time come sovrano degli accumulatori seriali: Kurt Schwitters.

Dall’altro, invece, proprio lui, questo robusto ragazzetto dall’aria simpatica, di nome Yves Klein, un caso a sé. Innanzitutto perché, al contrario degli altri, è principalmente un pittore. In secondo luogo, è un pittore senza pennello: preferisce i bengala. I lanciafiamme. Questo quando non indossa guanti bianchi e non si mette a fare l’orchestrale con due-tre modelle nude e dipinte di blu che lasciano le loro impronte sulla tela. E qua è necessario fare subito una premessa: con Klein non si parla di uno scialbo bluetto qualunque, bensì di pigmento puro. Un blu talmente squillante che quasi acceca. Il suo intento è ambizioso: non solo sconvolgere i nostri sensi, solleticare la nostra fantasia, ma fare in modo che ci uniamo all’ambiente in un abbraccio indissolubile.
Afferma: “Non è con razzi che l’uomo realizzerà la conquista dello spazio, ma abitandolo con la propria sensibilità, impregnandosi di esso e facendo tutt’uno con la vita stessa che lo costituisce, dove risiede la forza tranquilla e straordinaria dell’immaginazione pura”.
Un’affermazione che verrà al contempo confermata e smentita. Due anni dopo queste parole, infatti, un certo Yuri Gagarin avrà modo di osservare il nostro pianeta da una posizione del tutto privilegiata. La leggenda narra che alla banale domanda: “Com’è la Terra, Yuri?”, lui da lassù abbia risposto di getto, prima di qualunque altro aggettivo: “Sinija”. Blu.
Sembra quasi fatto apposta.

Nel 1957 Yves Klein, fino a quel momento di stanza a Parigi, ha la sua prima personale alla Galleria Apollinaire di Milano. Fra i suoi acquirenti c’è proprio Lucio Fontana, uno che di cambiare la percezione dello spazio ha fatto una missione di vita. Risulta chiaro a tutti che sia scattato qualcosa, che egli veda qualcosa di straordinario in quel giovincello che espone il blu, ne riconosca, a distanza di cinquant’anni, un intento parecchio simile. È l’inizio di una serie di splendide convergenze tra Italia e Francia che durerà fino alla morte prematura di Klein, nel ’62. Cinque anni che vedono i due più che mai alle prese con la stessa missione:
Houston, c’è bisogno di leggerezza. Portiamo le persone a passeggiare nello spazio.

E finalmente eccoci, in un’altra Milano, in un altro tempo, un qualunque pomeriggio invernale, a toccare con mano i risultati del loro lavoro.
Ve lo dico subito, è una passeggiata che vale la pena di fare, anche con il/la vostro/a moroso/a, fratello/sorella, amico/a che studia ingegneria/di arte “non ci capisce un accidente”/”no, rinchiuderci in un museo no”. Si ricrederà. Capiterà persino che vi dimentichiate del Duomo fuori dalla vetrata, quando vi troverete di fronte al pezzo forte della mostra, il dialogo immaginario tra il segno al neon sospeso al soffitto di Fontana e il tappeto di pigmento puro di Klein. Per un attimo la terra sembrerà leggerissima, l’aria materia palpabile.
Massime filosofeggianti a parte, entrare da una porta e trovarsi letteralmente “il cielo in una stanza”, giusto per citare un altro successo nazionale, non è cosa da poco.

Racchiuso in piccole cornici, su una miniatura della Nike di Samotracia, su spugne simili a meteoriti, in uno scrigno offerto come ex-voto a santa Rita da Cascia, il blu è ovunque, occhieggia dalle pareti della galleria quando meno lo si aspetta e apre prospettive nuove. In tandem, Fontana immagina la superficie lunare, cosparge le tele di pittura pastosa e di porporina, ricrea costellazioni a nostra misura. È come vedere lo spazio attraverso, udite udite, mille e mille schermi televisivi disseminati lungo il percorso della mostra e no, a Fontana non sarebbe dispiaciuto. Non per niente ci ha scritto un manifesto sopra. E Klein, cos’ha da dire a riguardo? “Per me il blu è il colore del video, una nuova arena per l’arte. È il colore dello schermo vuoto e dello spazio nel quale è contenuto il nostro nuovo mondo elettronico”. Sul mondo elettronico e sulla possibilità di visitare luoghi anche molto lontani con un clic ci sarebbero ancora valanghe di cose da aggiungere, ma di sicuro non c’è bisogno di approfondire. In fondo, anch’io ora vi sto parlando attraverso uno schermo.
Ancora un’ultima cosa, prima di chiudere: la canzonetta, quella che ha affascinato generazioni e generazioni di persone, vostra zia compresa. Voi compresi. In fondo, chi non ha mai sognato di avere le ali? Guardate Klein. Guardatelo fare “un salto nel vuoto”, nel suo fotomontaggio del 1960. Vi sembra di sentirlo intonare le proverbiali parole? Avete ragione: era una delle sue canzoni preferite, tanto da conservarne il testo tra le sue carte.

Le Saut Dans le Vide © Harry Shunk

Le Saut Dans le Vide
© Harry Shunk

Volare, oh oh.


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