Terra rossa terra nera: viaggio nelle miniere dell’Isola d’Elba

di Veronica Galli

Ma però (8)

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo,
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi,
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.

[Cesare Pavese, da La terra e la morte]

Certamente Pavese si ispirò a ben altri luoghi scrivendo, rileggendo o correggendo questi versi; anzi, è probabile che nemmeno di veri e propri luoghi si trattasse, ma piuttosto della carne, delle mani, della conca del braciere di qualche amore finito male, diventato la terra e la morte al tempo stesso, ancora una volta.

Sta di fatto, però, che questi versi riaffiorano alla mia memoria ogni volta che, attraversando il canale di Piombino, navighiamo verso lo scoglio e, superato l’isolotto di Palmaiola, la nave si avvicina alla terra rossa terra nera delle miniere sulla costa orientale del tesoro dell’arcipelago toscano: l’Isola d’Elba.

A tutti gli amici milanesi in cerca di vacanze estive in Sardegna o in Salento, a volte troppo squattrinati per affrontare una traversata così lunga o la vita cara e frenetica delle mete turistiche più gettonate, continuo a ripetere che quest’Isola è sempre una buona idea. A parlare possono essere le radici che affondano qui, l’attaccamento alle sue spiagge e alle strade tortuose che legano una costa all’altra o, più probabilmente, un sano campanilismo da figlia di elbani, ma l’Elba offre, davvero, tutto ciò che si possa chiedere ad un’isola, quattro stagioni su quattro, a una decina di chilometri dal continente.

Cominciamo sfatando, intanto, il mito urbano del “Ma dài, non pensavo che all’Isola d’Elba vivesse qualcuno anche d’inverno”. Ebbene sì, signore e signori, più di trentamila abitanti, distribuiti su otto Comuni, trecentosessantacinque giorni l’anno.
Va da sé che l’isola sia famosa, innanzitutto, per la sua offerta turistica, prevalentemente nel periodo maggio-ottobre; i pro di una vacanza sullo scoglio, come chiamano l’Isola gli elbani – sono numerosi: la vicinanza al continente, che permette di trovarsi a destinazione in un’ora scarsa al massimo dal porto di Piombino, la varietà dei paesaggi e i costi piuttosto contenuti se raffrontati a quelli di altre mete turistiche in Italia. I 147 km di costa offrono, in effetti, panorami e spiagge ben diversi tra loro: i lunghi arenili di sabbia della Biodola e di Lacona, le scogliere bianchissime del Golfo dell’Enfola affacciate su un mare limpido come quello della spiaggia di Sansone, che nulla ha da invidiare alle chiarissime acque sarde, e quelle a picco sul mare delle calette di Nisporto e Nisportino, che tanto familiari appaiono ai Liguri. E, infine, le spiagge scavate nelle miniere della costa orientale di Rio Marina e Cavo, ultimamente nota anche come la costa che brilla, non un calco della forse più celebre Costa Smeralda ma piuttosto la descrizione veritiera dello spettacolo di quest’angolo di Isola. La promozione turistica, infatti, non è stata per anni la prima voce del bilancio di questo lembo dell’Elba, la cui storia, fino ai recenti anni Ottanta, è stata infatti per lungo tempo legata a doppio filo a quella delle miniere.

Difficile collocare con precisione l’origine dell’escavazione e della lavorazione del ferro sull’Isola d’Elba; quel che è certo è che la sua posizione strategica contribuì a renderla uno dei depositi più antichi del mondo e tra i primi ad essere sfruttati. L’estrazione del ferro e una primissima forma di attività siderurgica sull’Isola iniziarono già dall’VIII secolo a.C. con gli Etruschi. In epoca romana prima e nel Medioevo poi, l’attuale zona degli Spiazzi, nel Comune di Rio Marina, cominciò ad essere utilizzata per l’accumulo del minerale; a quel tempo, infatti, la popolazione si concentrava nel borgo di Rio Alto, oggi Rio Elba, prima che parte dei suoi abitanti si trasferisse nell’allora Marina di Rio – oggi conosciuta come Rio Marina – dando vita ad una comunità composta prevalentemente da costruttori navali, marinai e minatori. Lì questi ultimi rappresentarono, almeno fino alla fine del XIX secolo, una minoranza, confinata nel lavoro a cielo aperto o in galleria, al centro della terra, ben lontana dalla più prestigiosa e poetica ambientazione dei viaggi per mare. La gestione delle miniere dell’Elba passò in seguito di mano in mano ai diversi governi che si susseguirono nel controllo dell’Isola: la Repubblica Marinara di Pisa, Napoleone Bonaparte, il Granducato di Toscana e, infine, il neonato Regno d’Italia. Ciò non impedì all’isola del ferro e del fuoco di continuare instancabile il proprio lavoro di estrazione e lavorazione del minerale, fino ad arrivare alla moderna siderurgia di fine Ottocento che, proprio col minerale dell’Elba, ebbe l’occasione di vantare i propri fasti. Nel secondo dopoguerra, però, il boom economico e l’avvento del turismo innescarono la progressiva sospensione dell’attività mineraria, fino alla chiusura della Galleria del Ginevro – l’ultima ancora attiva – nel 1981.

A me, che non sono nata qui ma che conservo, sullo scoglio, i più dolci ricordi d’infanzia, ha sempre affascinato il legame esistente tra un’isola, i suoi abitanti e il mare che li circonda; visitando l’Elba – come, immagino, qualsiasi altra isola – si è portati a pensare che la stessa terra su cui si cammina sia il risultato dell’azione del mare, che sia stata l’acqua stessa a volerla, levigarla, a batterne le scogliere, a poterla separare dal continente, a suo piacimento, con una tempesta improvvisa, capace di far saltare tutti i collegamenti con la terraferma. L’acqua che circonda la costa a perdita d’occhio può diventare il simbolo di una dolcissima fuga dalla realtà e, al tempo stesso, un’angosciante distanza tra te e la terraferma, come spesso mi è capitato di pensare quando da troppo tempo non calpestavo il continente e come – ho capito – accade a chi, semplicemente, su un’isola non è nato e rischia, dopo qualche tempo, di vivere una sorta di condizione di isol-amento, appunto; qualcosa di simile a ciò che Napoleone dovette provare affacciandosi dalla sua abitazione portoferraiese, quando osservando due scogli vicini, abbracciati in mezzo al mare, finì per denominarli – così si dice – les frères, i fratelli.

Sulla costa orientale dell’Isola d’Elba, invece, se l’acqua conserva l’importanza che ha in tutto il resto dell’Isola, (il più forte degli elementi, il mare deserto risplendente e una cifra di cose che non sappiamo, per dirla alla Borges) anche la terra vuole la sua parte. In quest’angolo di Isola le miniere di ferro sembrano aver voluto strappare un pezzo di terra al mare, lasciando quell’indelebile brillio che fa luccicare le strade, le alture, i piedi sporchi di sabbia anche quando litri di acqua hanno cercato di lavare via pure l’ultima scintilla. Lo spettacolo è assolutamente unico: chilometri di terra rossa terra nera che si bagnano nell’acqua, intervallati qua e là da una sfrontata, testarda e verdissima vegetazione.

La cultura di questi luoghi è stata forgiata nelle miniere; nei miei ricordi d’infanzia si affastellano i racconti di uomini di mare e di riesi che in quelle acque persero i propri affetti; ma altrettanto prezioso è il patrimonio delle miniere e del tesoro di storia e cultura che quella terra rossa ha cullato per secoli: la fatica sanguigna di un lavoro infernale che, d’altra parte, ha contribuito ulteriormente a celebrare questa pezzo di Toscana e di Italia.

Oggi questa costa offre una nuova forma – esperienziale – di turismo, da associare o preferire a quella proposta da tutto il resto dell’isola. Il Parco Minerario dell’Elba è infatti nato con il chiaro intento di conservare e valorizzare il patrimonio di questa parte di Isola, fortemente segnata, tanto dal punto di vista naturale quanto da quello culturale, da quasi tre millenni di lavorazione del ferro.
Nel centro storico di Rio Marina, presso il palazzo del Burò, il Museo conserva una delle più importanti collezioni di minerali dell’Elba e ricostruisce fedelmente alcuni ambienti delle miniere, oltre ad un tratto di galleria a dimensioni reali. Partendo dal museo e ripercorrendo le strade che venivano un tempo utilizzate per il trasporto del minerale, si raggiungono i principali cantieri della miniera di Rio Marina: il Cantiere Bacino, noto per l’estrazione di ematite, pirite e quarzo; il Cantiere Valle Giove, alle pendici del monte omonimo, dove si sono estratte ematite, adularia, calcite, epidoto, fluorite, galena e quarzo, dagli anni Cinquanta fino alla chiusura delle miniere dell’Elba; il Cantiere Falcacci dove invece i lavori si protrassero per quasi due secoli, dall’inizio del XIX secolo fino al 1960, con l’estrazione di ematite, limonite, blenda, malachite, galena e bismutinite e, infine, il Cantiere Conche, dove l’estrazione di ematite, pirite e siderite avveniva tanto a cielo aperto quanto in galleria e dove ancora oggi si può ammirare il gioco di riflessi e colori di un piccolo lago rosso. I visitatori più appassionati, infine, avranno la possibilità di godere degli ultimi doni della terra rossa durante una delle numerose soste nel corso della visita agli ex cantieri minerari: è infatti possibile ricercare campioni di minerale, in particolare nella Valle Giove che, ancora oggi, regala la pirite e l’ematite del cantiere più grande dell’isola.

Virgilio, nella sua Eneide, descrisse l’Ilva – antico nome dell’Isola – come insula inexhaustis Chalybum generosa metallis, anticipando, in qualche modo, la famosa scelta napoleonica del simbolo della bandiera dell’Elba: tre api su sfondo rosso e bianco, a celebrare l’operosità degli elbani. Non resta che pensare, allora, che la ricchezza di questa terra rossa terra nera che tanto ha voluto regalare ai suoi isolani – miniera ricca non solo di ferro ma anche di storie di fatica e sudore che, nella cultura di questo lembo di arcipelago, hanno lasciato un segno indelebile – abbia finito per contagiare anche gli operosi e fortunati abitanti di quest’angolo di mare, terra e cielo dove è ancora possibile meravigliarsi della bellezza di ciò che la natura ha voluto regalarci – fortuna forse immeritata per noi uomini e donne del ventunesimo secolo.

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