Tra sangue, sudore e jazz: Whiplash

di Marta Nozza Bielli

Ma però (10)

Febbraio è il mese dei resoconti cinematografici: con l’assegnazione degli Oscar si chiude definitivamente la stagione e si volge lo sguardo alle pellicole del nuovo anno. Sembrerà strano ma questi resoconti riguardano anche me, che per dodici lunghi mesi ho seguito scrupolosamente ogni novità riguardante l’arte che più di tutte mi affascina, il cinema. Così, dopo ore trascorse online tra trailer e recensioni e offline comodamente seduta sulle poltroncine di un multisala, posso affermare senza paura che il 2014 è stato un anno incredibile per il cinema.

Dai ritorni alla regia più attesi – vedi Christopher Nolan e David Fincher – a Wes Anderson con il suo lavoro più maturo e geniale – il titolo Grand Budapest Hotel vi sarà familiare – i cinefili non possono certo ritenersi insoddisfatti. Le biografie hanno occupato un ruolo centrale: dalle personalità più conosciute come Stephen Hawkink, Alan Turing e il pittore William Turner, fino a quelle meno famose, almeno qui in Italia, come il cecchino Chris Kyle o l’erede John Du Pont (portato sullo schermo da un irriconoscibile Steve Carell in Foxcatcher), abbiamo potuto immergerci in storie commoventi, talvolta scioccanti ma soprattutto vere.
Nonostante la – oso dire – perfezione tecnica di Birdman mi abbia meravigliato e la storia di Boyhood mi abbia fatto capire che a volte basta un’idea semplice per creare qualcosa di unico e speciale, una sola pellicola è riuscita a rapirmi completamente. Sto parlando di Whiplash.

10967866_788832391195159_70190270_nQuesto nome ha raggiunto per la prima volta le mie orecchie, o meglio i miei occhi, a gennaio dello scorso anno, durante la mia quotidiana “rassegna stampa” di riviste specializzate sul web: Whiplash era il vincitore del premio della giuria e del pubblico al Sundance Festival, la kermesse che celebra il cinema indipendente. Quello che più mi incuriosiva, oltre la doppia vittoria ottenuta, era Miles Teller, già protagonista apprezzato qualche anno prima in Rabbit Hole, con Nicole Kidman, e in un’altra produzione indipendente, The spectacular now. Da quel momento è iniziata la mia “caccia” al film: ho monitorato ogni singolo articolo a riguardo, imbattendomi però solo in recensioni più che positive ed esaltanti dei critici – che avevano avuto l’opportunità di guardarlo ai Festival di Cannes, Londra e Torino – e mai in una data di uscita nelle sale; ad ottobre su Youtube sono state pubblicate finalmente alcune clip, le quali non hanno fatto altro che aumentare la trepidazione! Tutto è cambiato quando Whiplash è stato nominato in ben cinque categorie (compresa quella per miglio film) agli Oscar: in poche ore ne è stata annunciata la distribuzione in Italia, e dopo un anno di attesa ho sentito di aver raggiunto una piccola vittoria.

Ispirata all’adolescenza del regista, la trama è molto semplice: il giovane Andrew Neiman ha solo un obiettivo nella vita, vuole essere un batterista. Per farlo si iscrive al conservatorio più prestigioso di New York, dove durante un’esercitazione si imbatte in Terence Fletcher, il direttore d’orchestra che, reclutandolo nella sua band, gli cambierà la vita. Tra i due comincia un rapporto che sfocerà ben presto in odio: se all’inizio lo studente prova rispetto per il suo insegnante, in seguito lo vedrà solo come un figura spietata e senza rispetto.

10872702_788832397861825_359440819_nL’intera vicenda si presenta come un lungo dialogo fatto di botta e risposta tra i due protagonisti – evidenziato dal rimbalzo della cinepresa da uno all’altro nel finale – che ci permette di intraprendere un viaggio all’interno della personalità del giovane musicista: lo conosciamo come un ragazzo timido con lo sguardo basso e lo vediamo trasformarsi in un uomo disposto a perdere tutto, dalla famiglia alla fidanzata, per diventare il miglior batterista in circolazione. Motore di questo cambiamento è proprio Fletcher, anche lui disposto a tutto pur di scovare “il prossimo Charlie Parker”: utilizzando come arma insulti (alcuni davvero fantasiosi) e metodi decisamente poco ortodossi, spingerà Andrew fino ad un punto di non ritorno.
Centrali sono la musica jazz e la batteria, qui presenti non solo in veste di accompagnamento ma come vere e proprie protagoniste, sostituendo talvolta i dialoghi e dimostrando che spesso le parole non bastano per esprimere quello che proviamo. Gli stessi brani con cui la band di Fletcher deve esibirsi (“Whiplash”, da cui la pellicola prende il nome, e “Caravan”) assumono un ruolo chiave nella narrazione e ci portano fino al meraviglioso finale, dove per dieci minuti assistiamo, ma soprattutto ascoltiamo, a un vero e proprio concentrato di adrenalina e voglia di riscatto.

Miles Teller non ha deluso le mie aspettative, dimostrandosi nuovamente uno degli attori più promettenti della sua generazione. J.K. Simmons è il re indiscusso del film, riesce a trasmettere anche fisicamente il timore che accompagna dall’inizio alla fine non solo i suoi musicisti ma anche noi telespettatori. Nonostante questo, come capiamo durante un faccia a faccia tra lui e Andrew, la sua figura non risulta poi così malvagia: spiega che il suo compito è quello di spingere al massimo i suoi allievi per sviluppare completamente il loro talento, impedendo che si adagino sui complimenti gratuiti ricevuti da altri : «non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di “Bel lavoro!”»
Da apprezzare anche la fotografia di Sharon Meir focalizzata sui toni del giallo che, unita alla regia già matura di Damien Chazelle (al suo secondo lungometraggio), riesce a riprodurre l’ambiente jazz come noi tutti lo immaginiamo, un po’ cupo ma riscaldato dal calore della musica. Gli eventi si susseguono intelligentemente senza mai annoiare, coinvolgendo e permettendo di immedesimarci nell’esperienza colma di sudore e sangue – quello vero – di Andrew, accompagnati per tutta la durata da una percepibile sensazione di ansia pura. In questo caso posso solo dire grazie agli Oscar perché, nonostante alcuni li ritengano inutili e troppo commerciali, senza le loro candidature in Italia non avremmo mai potuto apprezzare questo splendido film indipendente (il pensiero che il nostro Paese sia ancora così attaccato al concetto di incassi al botteghino e non consideri la bellezza e, in questo caso, nemmeno gli apprezzamenti entusiasti della critica mi fa quasi male).

Dopo tutte queste parole, l’unica cosa che mi rimane da fare è consigliarvi di trovare due ore di tempo per vedere Whiplash, perché se vi piacerà anche solo la metà di quanto è piaciuto a me, vorrà dire che ne rimarrete ammaliati e uscirete dalla sala con lo stesso sorriso beffardo che compare sul volto di Fletcher nel finale!

P.S. Non lasciatevi scappare le clip in lingua originale e soprattutto la colonna sonora su Youtube!


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