Pavimenti simili, pareti diverse. Brera.

di Giancarlo Pace

Ma però (5)

Spesso mi ritrovo a passeggiare per la città. La maggior parte delle volte procedo con passo veloce, senza fare particolare attenzione agli edifici, alle persone o alle luci. Semplicemente cammino per raggiungere una destinazione. Altre volte invece accade il contrario, scelgo una destinazione soltanto per camminare. Così, in un pomeriggio abbastanza privo di momenti emozionanti scelgo di raggiungere Brera, e una volta lì, decido che qualche altro passo non risulterebbe spiacevole. Così, oltrepassato il portone della pinacoteca, entro.

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Inizio la mia visita sperando che qualche personaggio racchiuso in una cornice mi suggerisca qualcosa da scrivere su quei quadri già visti decine di volte e logori di recensioni autorevoli. Trattare ancora una volta della collezione nella sua generalità, o analizzare ancora l’estetica e la tecnica sarebbe una perdita di tempo, sia per me che per gli eventuali lettori. Così provo a prestare particolare attenzione ai particolari dei grandi quadri. Intercetto i movimenti delle mani e la profondità degli sguardi nascosti finché le rughe di un vecchio gondoliere del Guardi attirano la mia attenzione. Dei solchi sul viso di un uomo di olio su tela sembrano un buon argomento per dare inizio a qualche riga. Ma proprio nell’istante in cui inizio a tracciare le prime parole sul foglio, un gruppo di visitatori si dispone tra me e il gondoliere.

È allora che noto un bambino: è assolutamente disinteressato alle opere, osserva i visitatori. Mentre tutti guardano in una direzione, lui guarda esattamente nella direzione opposta, come se durante la rappresentazione di un’opera al teatro guardasse la platea piuttosto che il palco. Ha un età imprecisata e quasi si perde nel suo maglione rosso. Quando gli chiedo come mai lui osservi le persone diventa tutto serio. Mi spiega che è molto più interessante guardare le reazioni sulle labbra delle persone piuttosto che le labbra immobili di un ritratto, per quanto belle. Rimango per un attimo in silenzio. Non sono del tutto convinto dell’affermazione ma potrebbe essere incredibilmente vera.

Allora anche io da questo momento in poi non posso che rivoluzionare il mio sguardo e spostarlo dalle tele dei grandi maestri alle reazioni del pubblico.

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Scopro un universo nuovo, forse ritrovato. Il piccoletto ha ragione. Il nucleo pulsante dell’arte, ossia la capacità di trasmettere un messaggio attraverso la creazione di un’immagine, è tutto racchiuso nell’istante esatto in cui lo sguardo del visitatore si posa sull’opera.

Le reazioni sono le più varie. Nei corridoi di Brera, un’anziana insegnante di storia dell’arte, ormai in pensione, si trova davanti al Cristo del Mantegna. Per la prima volta, dopo averlo spiegato con migliaia di parole a centinaia di ragazzi nella sua piccola scuola di provincia, può osservarlo di persona. L’espressione del suo viso è commovente: sembra che due amici di penna si siano incontrati dopo una vita intera e adesso abbiano bisogno di tempo per raccontarsi e osservare quelle espressioni solo immaginate tra le righe.

Proseguo tra pavimenti simili e pareti diverse, il Novecento fa rumore anche se dipinto. Boccioni e la sua Rissa in galleria colpiscono come un pugno dritto sul naso un signore piuttosto distinto. Osserva l’opera risistemandosi gli occhiali di osso, come se le lenti creassero una fastidiosa interferenza, ma anche dopo questo inutile tentativo i colori e i personaggi rimangono lì. Le figure sono immobili e in movimento al tempo stesso, e questo non deve piacergli molto, non rientra in una delle categorie con le quali era riuscito a domare le opere delle sale precedenti.

Così getta un ultimo sguardo impaurito, chiude gli occhi davanti alla Città che sale e con passo affrettato raggiunge l’Ottocento. Il passo rallenta, il polso per sua fortuna pure. Strana esperienza.

Non devo spostarmi molto. Una ragazza si ferma davanti a un Modigliani, ne è totalmente estasiata, ne decanta le lodi al ragazzo che si trascina accanto. Lui ormai arreso annuisce, getta uno sguardo supplichevole al segnale dell’uscita di emergenza, ma l’omino che corre verso l’ipotetica porta di un mondo verde sembra non ricambiare. Adesso nella piccola folla che si è creata davanti al lungo collo del Enfant gras arriva anche il bambino che ha reso possibile questa inconsueta visita della pinacoteca. Mi tira per la manica. Mi chiede se ho notato che le parole della ragazza e ciò che fa non coincidono affatto. Effettivamente solo adesso mi rendo conto che, nonostante la fiumana di parole che la ragazza spende sull’opera, non la degna di uno sguardo. Si limita a osservarla per un secondo. Quadratino da spuntare nella lista della spesa del supermercato artistico. Annuncia al malcapitato ragazzo che il prossimo obiettivo sarà un tale Hayez. Lui rassegnato trascina il corpo nella sala successiva. Lei con uno scintillio malsano negli occhi pregusta il prossimo scaffale da svuotare.
Quando, dopo qualche ora, arrivo all’ultima sala, mi accorgo di essere riuscito a cogliere la silenziosa vivacità delle opere mute: la vita che non scorre sulla tela ma come un abile equilibrista cammina inarrestabile sul filo di colori tra la superficie di un quadro e lo sguardo dei visitatori. Equilibrio destinato a spezzarsi quando scosso dall’indifferenza, dal falso interesse, dal consumismo artistico.

Forse solo con gli occhi di un bambino è possibile comprendere il sottile significato che si cela tra le pennellate di epoche a noi lontane per distanza, per tempo, o per pensiero. L’unico luogo nel quale possiamo cogliere la forza comunicativa dell’arte è negli occhi di chi guarda, perché negli impercettibili movimenti oculari si apprende senza filtri quanti significati abbiano attraversato il filo fino a rimanere per sempre impressi nelle pupille e quanti invece siano precipitati sul pavimento freddo e incomprensibile.

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Esco e resto per qualche minuto appoggiato sulla balaustra, guardo i passanti nel cortile sottostante. Da un piccolo gruppo si distacca il bambino che ho incontrato precedentemente. Tira fuori un vecchio rullino dalla tasca del cappotto, lo inserisce nella sua piccola macchina fotografica e scatta una foto nella mia direzione.

Ricordo la mia prima fotografia scattata a Milano, ormai qualche anno fa. Ritraeva un ragazzo appoggiato al parapetto di Brera e assorto nell’osservare i passanti del cortile.

Torno al presente, guardo ancora una volta quella piccola figura scomparire tra la folla.

Anche io, allora, indossavo un maglione rosso.


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