Tulse Hill 35a, London.

di Giancarlo Pace

Ma però (9)

La posizione geografica di Londra è conosciuta dalla maggior parte della popolazione mondiale. Forse qualche persona in meno conosce la posizione o l’esistenza di Stansted. Fino a qualche anno fa era solamente un villaggio della campagna inglese con più comignoli che persone. Oggi, in realtà, i comignoli continuano a rimanere in superiorità numerica, ma a sole due miglia di distanza sorge l’omonimo aeroporto, uno dei più trafficati del Regno Unito. Ed è proprio nella grande sala d’attesa di questo scalo che ho deciso di iniziare a scrivere queste righe. L’aereo in partenza per Milano è in ritardo, almeno un paio d’ore, e io credo di avere la febbre. Tanto vale provare a non pensarci e concentrarsi sul fruscio della penna che lascia dietro di sé le parole che un attimo prima esistevano solo nella mia testa.

Sono arrivato a Londra a fine novembre. Qualche settimana prima avevo parlato con un amico che vive lì e, come spesso accade, la telefonata si era conclusa con il reciproco invito nelle rispettive città. Non che Milano sia esageratamente meno attrattiva di Londra, ma la realtà dei fatti è che dopo due settimane io cercavo di trovare il giusto bus per Victoria Station e ad oggi lui non ha mostrato la minima intenzione di approfittare del mio invito.
Così dopo quaranta miglia e l’ostentazione delle bellezze del lungo Tamigi attraverso i finestrini, le ruote del pullman si sono fermate.
Per la terza volta mi ritrovo nella capitale inglese, ma in questa occasione non solo in veste di turista. Il mio amico Gabriele mi ospiterà e sono arrivato con la precisa intenzione di trovare una storia da raccontare, magari su quello che lui sta facendo alla University of the Arts oppure chissà su che altro. Scambiati i saluti ci immergiamo immediatamente in quello che sarà il filo conduttore dell’intero soggiorno, ossia il perenne flusso di persone che ci avvolge come una corrente vociante. Ci immergiamo nella folla e incredibilmente sembra che tutti debbano andare nella nostra stessa direzione, compatti e coordinati come uno stormo in piena migrazione prendiamo la Victoria line. Dagli altoparlanti apprendo tutti i nomi delle fermate che dal centro della città conducono ai quartieri meno noti ai turisti, l’ultima fermata è la nostra.

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Brixton mi accoglie in cima alle scale mobili con un soffio gelido e qualche goccia di pioggia, del resto l’autunno londinese non è noto per le sue temperature tropicali. Dopo pochi minuti di cammino tra bassi edifici di mattoni rossi ci fermiamo al 35a di Tulse Hill, siamo arrivati a destinazione. Le scale scricchiolano e l’intera casa ha una pendenza propria, ma nella sua geometria poco euclidea racchiude una certa armonia di curve.

Girare per il centro di Londra è d’obbligo e visitare la National Gallery lo è di più, così dopo un tempo indecifrato trascorso tra l’assoluta atemporalità dei pennelli, torno al rumore della pioggia e alle mille voci di Londra. Decido di camminare senza una meta prefissata, seguendo le strade che con i loro colori riescono ad attrarre maggiormente la mia attenzione. Ricorrendo i riflessi che le insegne proiettano sul porfido delle strade arrivo nel punto in cui il l’Europa fluisce con naturalezza nella colorata vivacità dell’Asia. Una tipica cabina telefonica si staglia sullo sfondo degli ideogrammi fluorescenti di Chinatown. La condensa sulle vetrine vela il cibo crudamente esposto allo sguardo dei passanti che si fermano incuriositi e richiamati dagli odori che abilmente si insinuano nelle narici e nei desideri di chi ne sa cogliere il segreto.

Tornato a casa, in serata, mi accorgo che la differenza di temperatura tra la strada e la stanza in cui mi appresto a dormire è veramente minima, così per la prima volta nella mia vita mi ritrovo davanti a una distinzione categorica del bene e del male. Bene: ogni centimetro della mia pelle avvolto nei cinque strati di coperte. Male: ogni parte del mio corpo che per coraggio o per distrazione ne rimane fuori. Passa qualche ora e la luce della mattina viene a svegliarmi attraverso una sottile fenditura nel baluardo di trapunte che con grande impegno ho difeso dal freddo durante la notte. Mentre sorseggiamo il tè, discorrendo nel linguaggio dei sonnolenti, Gabriele mi comunica che di lì a poco dobbiamo prepararci per giocare una partita di calcio. La proposta non mi dispiace affatto, e sull’onda dell’entusiasmo dopo appena dieci minuti siamo già fuori, scarpe, maglietta e pantaloncini sono in perfetto ordine, l’unica cosa che sembra in disordine è il buonsenso. Forse un cappotto o una tuta sarebbero stati una buona idea, ma ormai siamo in marcia verso il Kennington park e la partita sta per cominciare. Il fatto che ci si incontri nel bel mezzo di un prato e un semplice pallone diventi un veicolo di superamento delle sovrastrutture sociali è qualcosa di affascinante e unico. La lingua universale dello sport prende in pochi minuti il sopravvento e le strette di mano alla fine della partita sono un epilogo felice che raramente ricordo nei tornei giocati in Italia, nei quali i saluti e le congratulazioni sono sostituiti da affermazioni di dubbia origine sulle ramificazioni osseo-craniali dei genitori e su presunte ricostruzioni genealogiche che fanno risalire la stirpe del giocatore ad un intensa attività vulvo-uterina delle antenate.

Nelle ore seguenti su mia richiesta Gabriele mi procura un badge dell’università per visitare le strutture e i laboratori e per fortuna il tornello non possiede abbastanza intelligenza artificiale per capire che il mio viso non corrisponde a quello della piccola ragazza del tesserino. Dentro, ogni parete è ricoperta da un progetto o da qualche forma spontanea di espressione creativa, è permesso anche scrivere sui muri se la finalità è in qualche modo artistica. Viaggiamo di stanza in stanza e le sale per proiezioni e montaggio sono a completa disposizione degli studenti, non manca neanche un intero studio televisivo con oggetti di scena e quant’altro. Io sono parecchio colpito da tutta questa disponibilità di scelta e anche Gabriele sembra soddisfatto seppure con qualche critica che ovviamente avrà maturato frequentando quei luoghi quotidianamente e abituandosi a quella che per me rappresenta la novità. A quanto pare il principio della perfezionabilità del tutto resta in vigore anche tra queste pareti.
Saluto Gabriele che deve tenere un paio di provini per la protagonista del suo prossimo cortometraggio e mi avvio alla Tate Modern, dove ho appuntamento con Carol. Ci siamo conosciuti a Barcellona qualche anno fa e adesso nei suoi occhi vedo un mutamento: lo sguardo della ragazza con la quale passeggiavo tra gli edifici splendidamente impossibili di Gaudì ha lasciato il posto agli occhi profondi di una donna che ha deciso di vivere a Londra, almeno per un po’. Non ci vedevamo da qualche mese e tra i corridoi carichi di opere mi racconta la sua esperienza londinese senza filtri: i prezzi impossibili degli affitti, le stanze condivise con personaggi improbabili, i turni di lavoro che lasciano poco tempo per godersi una metropoli che ha così tanto da offrire, ma anche gli amici, le risate e la bellezza delle strade. I custodi ci annunciano che la Tate sta per chiudere e decidiamo di passeggiare lungo il Tamigi, e quando ci fermiamo ad ammirare la cupola di St.Paul riflessa nella corrente mi annuncia che ha deciso di trasferirsi in Australia. L’esito della sua esperienza londinese risulta comunque positivo, un punto fondamentale per costruire quello sguardo che ho notato appena l’ho rivista e la porterà più lontano di quanto potesse immaginare prima di possederlo.

Attraversando il Millennium Bridge rimango letteralmente sopraffatto dalla potenza devastante delle immagini e delle sensazioni che il panorama mi suscita e allo stesso tempo rimango colpito dal totale disinteresse che la maggior parte delle persone al mio fianco mostra. Molti camminano in linea retta come su un binario con destinazione ignota, altri guardano i propri piedi trasformare ogni metro in un passo, altri ancora hanno uno sguardo irrintracciabile che li conduce in una dimensione avulsa dallo spazio e dal tempo, come se camminassero tra una nebbia di pensieri e non potessero vedere al di là del parapetto. Attraversano Londra esattamente come se camminassero in un qualsiasi altro posto nel mondo, come se attorno ad essi non esistesse nulla degno di uno sguardo o nessuno meritevole di una parola, probabilmente fagocitati da ciò che più di ogni altra cosa ha la forza di affondare ogni scintillio di stupore: l’assuefazione incurante alla bellezza.

Nei giorni successivi il mio itinerario prosegue tra gli enormi edifici di Canary Wharf che riflettono l’eco di un imperialismo economico mai cessato e i piccoli pub di Greenwich, indifferenti alla fama che il meridiano gli ha imposto. Guardando degli avventori attraverso una finestra, mi rendo conto che anche loro meriterebbero di essere raccontati, così come il guardiano della Painted Hall che cammina avanti e indietro davanti agli enormi affreschi del Royal Naval College senza fare rumore, o ancora, le espressioni dei pattinatori un attimo prima di cadere rovinosamente sul ghiaccio dell’enorme pista nei pressi di Covent Garden.

Gli altoparlanti annunciano che l’imbarco del mio volo è finalmente attivo, rileggo le prime righe e leggo i buoni propositi del mio viaggio a Londra: arrivo con la precisa intenzione di trovare una storia da raccontare.
Non posso che sorridere divertito della mia stessa ingenuità. Pensare di poter racchiudere in un paio di pagine le sensazioni di un viaggio, per quanto breve e in una città già conosciuta, appare credibile come pensare di poter racchiudere in una valigia l’infinita diversità e magnificenza delle migliaia di opere che ho avuto la fortuna di ammirare nelle gallerie della Tate e della National. Ogni persona incontrata, citata o meno in queste righe, meriterebbe un romanzo interamente dedicato. Non è da tutti vivere a Londra, a tratti è necessario avere la forza di nuotare contro la corrente, che sia per girare un film o per affittare una camera, o semplicemente per arrivare a destinazione quando si cammina tra la folla, ma soprattutto, e forse questo è ancora più difficile, è imprescindibile avere il coraggio di abbandonarsi al flusso della vita e delle voci che affollano questa città. Un respiro profondo per non annegare e chiudere gli occhi, portando con sé la certezza che la prossima aria che sentiremo riempire il petto porterà il sapore della bellezza che Londra dona solo a chi ha l’audacia di diventare goccia invisibile e fondamentale, senza la quale i riflessi che scorgiamo nel Tamigi non racchiuderebbero la stessa meraviglia.

Ultima chiamata. Il mio posto è accanto al finestrino. Vedo le luci della città scomparire tra i riflessi della pioggia. Ancora gocce. Punto.


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