Crime, storia e tecniche di narrazione: Il caso Harry Quebert

di Federica Marelli

Ma però (6)

782590La verità sul caso Harry Quebert è un libro uscito in Francia nel 2012 e l’anno seguente in Italia, dove ha avuto un notevole successo, considerato il tempo che ho impiegato a trovarlo disponibile in biblioteca.
Si tratta essenzialmente di un giallo, una storia crime come ce ne sono molte in circolazione, che però sicuramente si distingue per alcuni dettagli. La trama non parte da un evento particolarmente originale: il protagonista è Marcus Goldman, ex studente dotato del liceo e poi dell’università che si è costruito negli anni l’immagine del signor Formidabile e che a fatica cerca di mantenerla dopo lo strepitoso successo del suo primo libro. Mentre tenta di superare il classico (fin troppo) blocco dello scrittore, si ritrova coinvolto in un’indagine di omicidio che riguarda il suo mentore e maestro di scrittura, l’Harry Quebert del titolo, il quale è accusato di avere ucciso circa trent’anni prima una ragazzina di quindici anni.
L’impianto è piuttosto tradizionale: indagini, sospetti, indizi, colpevoli che apparentemente lo sono ma forse no, e via di questo passo. La prima particolarità emerge invece vedendo la mole del romanzo, quasi ottocento pagine – caso piuttosto raro per essere l’opera seconda di un autore semisconosciuto, che per altro ha avuto diverse vicissitudini editoriali prima di essere finalmente pubblicato.
La seconda questione che lo distingue da altri romanzi dello stesso tipo è legata al contrasto fra l’ambientazione dell’opera – la classica cittadina di provincia americana, completa di vicini impiccioni, case con steccato bianco e giardino, bambini che girano per strada in bicicletta e tavole calde – e la lingua in cui essa è stata scritta: infatti l’autore è cresciuto a Ginevra e scrive in francese. La scelta di ambientare un intero romanzo negli Stati Uniti dà l’impressione che egli ne ammiri molto la cultura e presumibilmente ne condivida i valori; dall’altro però in alcuni punti personaggi, dialoghi, luoghi, accadimenti e situazioni risultano un po’ troppo forzati, macchiettistici quasi.
Una descrizione in particolare rende l’idea del tipo di linguaggio stereotipato utilizzato in alcuni casi dall’autore:

Gahalowood e io andammo al porto di Sagamore per buttare giù un boccone. C’era un molo minuscolo, con accanto un emporio e una rivendita di souvenir. Il tempo era bello, i colori vividi, l’oceano immenso. Tutt’intorno si scorgevano delle graziose casette colorate, alcune direttamente sulla riva, ciascuna con il suo giardinetto curato. Ordinammo birra e bistecche in un piccolo ristorante con una terrazza a palafitte che si sporgeva fin sopra l’oceano.

 
A proposito dei personaggi, un esempio su tanti: l’editore newyorkese è palesemente sopra le righe, cinico e materialista all’estremo, e con un linguaggio che ricorda il classico squalo della finanza (in questo caso dell’editoria) americano, votato esclusivamente a far soldi, dal perenne sigaro in bocca e piuttosto sboccato. Idem per quanto riguarda il burbero capitano di polizia, che utilizza per tutto il libro l’appellativo “Scrittore” nei confronti del protagonista, e che nulla aggiunge all’immagine stereotipata da telefilm crime che il grande pubblico (italiano, presumibilmente anche francofono) ha della polizia americana. Gli stessi dialoghi tra personaggi sottintendono un’indagine psicologica degli stessi non particolarmente approfondita.
Un esempio:

Ricordo il suo sguardo intenso, il suo impeto, i suoi gesti…C’era in lei una foga commovente. Ricordo che disse: ‘Rovineranno tutto, signor Quinn! La gente di questo paese è completamente pazza! Mi fa venire in mente quella pièce di Arthur Miller, Il crogiuolo, noto anche come Le streghe di Salem! Conosce Miller?’ I suoi occhi si riempirono di piccole perle di lacrime, pronte a traboccare e a precipitare giù lungo le guance.

 
Considerato che in questa scena il personaggio, un uomo sulla quarantina, sta rievocando un dialogo avvenuto trent’anni prima con una ragazzina di quindici anni, mi pare un esempio di come a volte i dialoghi perdano di credibilità, utilizzando espressioni che non ricalcano il contesto, l’età e la posizione sociale dei personaggi.
Naturalmente ognuno di essi, come ogni romanzo americano che si rispetti, ha una propria motivazione esterna ed interna, ha una propria evoluzione, quasi tutte però basate su piccole varianti di pochi concetti: “il personaggio x deve imparare ad amare e lasciarsi amare”, “y deve imparare ad accettare la sconfitta”, “z deve imparare a esprimere i propri sentimenti”, “w deve fidarsi di sé stesso”, e via discorrendo… tali motivazioni non sembrano proprio brillare per originalità. Esistono alcuni grossi conflitti personali, ma paiono un po’ banalizzati: buoni sentimenti eccessivi e un po’ troppo in stile “romantica commedia americana”. L’amore vince su tutto. Non è mai troppo tardi per amare di nuovo, dice Marcus a un certo punto.
Per questo motivo non è possibile né consigliato per l’autore dilungarsi sul rapporto fra Harry e Nola Kellergan, presentato come una storia d’amore idilliaca con la donna angelicata (almeno per buona parte del romanzo). L’elemento sessuale deve per forza di cose essere assente, perché l’autore (rispecchiato perfettamente in questo dal suo protagonista) non potrebbe permettersi di insinuare un rapporto che ha tutte le caratteristiche per essere considerato pedofilo. Quindi egli aggira l’ostacolo, escludendo quasi completamente ogni riferimento sessuale tra i due, la cui relazione però risulta davvero troppo zuccherosa e priva di attinenza con la realtà di una relazione amorosa. Piuttosto banale (ma qui nel semplice senso di molto usato) è anche il riferimento neanche troppo velato allo stile e alle ambientazioni di Stephen King, lo “Zio Steve”, come spesso viene appellato dai suoi fan più accaniti. Il protagonista è uno scrittore, come moltissimi dei protagonisti di King; il romanzo è ambientato in una cittadina americana fittizia, molto classica, tranquilla, in riva al mare e che ricorda nei toni la Castle Rock immaginata dal maestro horror.
Al di là di questi difetti nell’ambientazione e costruzione dei personaggi, il tratto che più di tutti distingue l’opera dal trito e ritrito romanzo crime a mio parere è l’accavallarsi continuo di diversi piani di realtà. C’è il presente, le indagini che si svolgono nel 2008; c’è il passato, ciò che accadde (o ciò che i personaggi, non si sa quanto attendibili o meno, dicono che accadde) nel 1975, al momento dell’omicidio della ragazza; ma ci sono anche i diversi punti di vista sul presente e sul passato, e il costante riferimento all’abilità degli scrittori di inventare storie e personaggi, al punto tale che diventa impossibile distinguere i fatti dalle speculazioni, la realtà dalle fantasie, le confessioni dalle bugie. In questo senso tutto il romanzo si configura come una grande meta-narrazione, una storia sul modo di scrivere e costruire storie. Il suo valore come “manuale di uno scrittore per scrittori” si ritrova certamente nel fatto che tutti i capitoli – che curiosamente sono numerati al contrario – iniziano con un breve consiglio del personaggio di Harry Quebert su come scrivere, cosa, quando e con che fine.
Particolarmente interessanti sono i riferimenti dei due protagonisti – Harry e Marcus – al “paradiso degli scrittori”:

Harry Quebert: Vorrei andare nel paradiso degli scrittori.

Marcus: Il paradiso degli scrittori? Cos’è?

Harry: È il posto dove decidi di riscrivere la vita come avresti voluto viverla. Perché la forza degli scrittori, Marcus, sta nel fatto che possono decidere la fine della storia. Hanno il potere di far vivere o morire, hanno il potere di cambiare tutto- gli scrittori custodiscono nelle loro dita una forza che spesso non immaginano neppure. Gli basta chiudere gli occhi per invertire il corso di una vita.

[…]

Marcus: Questo libro è il paradiso degli scrittori. […] È quando il potere della scrittura ti si ritorce contro. Non riesci più a capire se i personaggi esistono solo nella tua fantasia o sono realmente vivi.

Il grosso pregio di questo romanzo è l’essere riuscito letteralmente a tenermi incollata alle pagine, soprattutto a causa dei numerosi colpi di scena che accadono nelle ultime cento pagine. Questo numero – rapportato alla lunghezza intera dell’opera – sarebbe lo spazio nel quale la storia è stata completamente dipanata e trova una sua conclusione, presumibilmente un classico happy ending. La regola generale qui viene sovvertita e invece che essere tutto chiarito, alla fine accadono eventi inaspettati (almeno per me) al ritmo di uno ogni pagina. Ho trovato inoltre curioso l’eccesso di ironia di queste stesse ultime pagine, come se l’autore volesse far credere al lettore di poter “tirare il fiato” con una risata qua e là, prima di sparare le ultime cartucce di suspense. Devo ammettere che ho persino pensato che i colpi di scena e i completi cambiamenti di scenario fossero troppi, e che il filo logico dell’indagine ne andasse a risentire.

In conclusione, il libro è abbastanza interessante e avvincente, considerato come una storia crime; ha una marcia in più nel suo essere un manuale di narrazione sotto forma di narrazione stessa.


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