di Fabio Quartaroli

Ma però (10)

Quest’articolo comincia da un filmetto di Özpetek trasmesso in seconda serata. Gli argomenti generali sono due: la libertà di espressione, molto gettonata in queste settimane, e il suo opposto, la censura.
Diciamo che il risultato è

Una personale polemica (piccina picciò).

 
E ora il contingente: un giovanissimo regista, non ancora 26enne, canadese di lingua francese, già arrivato al suo quinto film (quasi la rapidità di Fassbinder, ma gli auguriamo un destino non altrettanto tragico), tutti presentati ai principali festival europei (Cannes e Venezia), ma solo quest’ultimo arrivato nelle sale italiane.
Sbalorditivo come sia difficile trovare una qualche casa di distribuzione che faccia la grazia a registi talentuosi, ma senza nomi altisonanti alle spalle, quando tutta la merda evacuata dai produttori americani non subisce il minimo ritardo, anzi! (e la chiamano libertà!)
La mia ipotesi è che questa pellicola fortunata sia la meno queer del regista, dove per bizzarro si intende evidentemente una rappresentazione quanto più quotidiana e convenzionale dell’omosessualità, paradosso della modernità, senza scadere nella commedia demenziale o associarla ad una patologia a caso (forse il riferimento iniziale non è del tutto accidentale).
L’impressione è un po’ quella di uno Peter Schlemihl che offre la sua ombra in cambio della ricchezza senza fondo, ma non si può nemmeno pretendere da Xavier Dolan (svelato il nome!) un attaccamento alla causa, che rasenterebbe il ridicolo; e dunque accettiamo che l’ambiguo venga confinato ad uno scambio di sguardi au ralenti tra due ragazzi e valutiamo i pregi sempre presenti.

Innanzitutto il titolo, Mommy, come se avesse tirato una riga su quello del suo primo lungometraggio (J’ai tué ma mère), in particolare sul pronome, per farci capire che ora il soggetto è un altro ed esplicativa in tal senso è anche la breve sequenza del prologo, in cui vediamo Anne Dorval, la madre, raccogliere i frutti di un melo in un giardino luminoso e sfocato, nemmeno fosse l’Eden; sempre la stessa interprete, ormai più che una musa, una necessità per impersonare un ruolo così cafone (nei suoi jeans con paillettes, chewing gum sempre tra i denti, come quello strano slang del Québec) e al tempo stesso debole di una debolezza perfino fisica, stremata dall’adolescente complicato che si trova a carico.
10970340_10204817825599724_715874555_oIl ragazzo, infatti, soffre di ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, quindi neanche a parlarne di studiare, ma infantilità, educazione scarsissima e crisi incontrollate d’ira, che spingono la madre a rinchiuderlo in un centro di recupero, dove lo incontriamo per la prima volta (una nota informativa sullo schermo nero ci informa dell’approvazione di un decreto di legge in questo Canada distopico, che permette ai genitori di rinchiudere i figli più ingestibili in un istituto psichiatrico in via precauzionale).
Tuttavia la fantasia inizia e termina in quel momento, perché per quasi tutto il film ci ritroviamo in una periferia di città, a contatto con una donna che cerca di ricostruire la propria vita dopo la morte del marito, che l’ha arricchita grazie ad un’invenzione fruttuosa e impoverita per debiti; insieme a lei il figlio, con un’aura di iettatura che perseguita la madre ancora prima di vederli insieme, vittima di un incidente stradale sulla via dell’incontro; e infine, triade perfetta, la dirimpettaia, Suzanne Clément, anch’ella già apparsa nel primo film (amici e conoscenti), l’aiutante delle fiabe, che darà una mano al ragazzo nello studio in qualità di ex insegnante, silenziosa e riservata per la balbuzie che la affligge da pochi mesi a seguito di un terribile lutto, solo alluso in un colpo d’occhio, un punto grandissimo a favore della regia.
Insomma tutti con una buona dose di problemi e morbosi saranno i rapporti tra loro; così la trama procede coi suoi alti e bassi, soprattutto questi ultimi, dalla miriade dei quali risaltano momenti di felicità piena o soltanto sperata (Speranza è la parola chiave), ma sarà Diane a tirare le somme, con una decisione che lascia spiazzati per la sua incomprensibilità.
Bisogna riconoscere che a differenza di film precedenti, in cui lo sperimentalismo si bilanciava tra immagini (fotogrammi esteticamente ricercati, giochi di luce e d’inquadratura) e dialoghi con tanti, tantissimi, a volte troppi riferimenti culturali (da buon lettore qual è il giovane Xavier), qui predomina l’aspetto visivo, anche dal lato tecnico con l’utilizzo di un formato quadrato inferiore a 4:3, per “costringere gli attori a pigiarsi”, come alcuni hanno scritto, oltre ad essere un indicatore di felicità nella sua plasticità.

La scuola francese ha inoltre lasciato il segno nel gusto per il quotidiano, il genuino e in un certo senso anche il brutto (mi sovviene un altro ottimo film d’Oltralpe, Party girl), da cui però emergono immagini che sono opere d’arte, eteree perché fuoriuscite direttamente dalla testa del regista.
L’occhio, poi, è accompagnato dall’orecchio in quest’esperienza: la colonna sonora può spaziare da un componimento classico ricercato (a volte Bach, a volte Schönberg) ad un brano pop infimo, con un gusto particolare per le canzonette francesi degli anni ’60 e pure italiane (nella scena del karaoke, Steve dedica proprio Vivo per lei alla madre).
E allora perché dopo il riconoscimento ufficiale col Prix du jury a Cannes (a pari merito con Godard!) non organizzare una rassegna su Xavier Dolan, così da mostrare perlomeno che cinema impegnato non è sinonimo di noia mortale?
(Si accettano anche dialoghi in originale sottotitolati, in questi mesi una tendenza molto più salùbre del cosiddetto 3D.)


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