Psiche davanti al castello di Amore

di Linda Taietti

Ma però (5)

 
Psiche davanti al castello di Amore

Claude Lorrain, The Enchtanted Castle o Landscape with Psyche Outside the Palace of Cupid, 1664. Olio su tela. London, (UK), National Gallery.

 
Egli sognò d’aprire gli occhi, su dei soli
Che s’avvicinavano al porto, silenziosi
Ancora, fuochi sbiaditi; ma raddoppiati nell’acqua grigia
Di un’ombra, dove si addensava il futuro colore.

Poi si svegliò. Che cos’è la luce?
Che cosa dipingere qui, di notte? Intensificare
Il blu qui, gli ocra, tutti i rossi,
Non è la morte che giunge più ancora che prima?

Allora dipinse il porto ma lo fece in rovina,
S’udiva l’acqua battere al fianco della bellezza
E l’urlare dei bambini nelle stanze chiuse,
Le stelle scintillavano tra le pietre.

Ma il suo ultimo quadro, nient’altro che un abbozzo,
Sembra esser Psiche che, ritornata,
È crollata in lacrime o canticchia, nell’erba
Che s’inerpica alla soglia del castello d’Amore.1

 
* Nota alla poesia di Yves Bonnefoy (Tours, 1923) è che Claude Lorrain, pittore francese del ‘600 considerato il maestro del genere del “paesaggio ideale”, dipinse Psiche di fronte al castello d’Amore. Parole e colori eco di un antico mito, tramandato dal poeta latino Apuleio nella suo celebre romanzo Metamorfosi o L’asino d’oro.

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È il risveglio. Apro gli occhi di fronte al silenzio, su albe che giungono e non lasciano traccia, mi dicono solo del buio che era.
I soli si spengono, è tempo che torna, poi è ombra sbiadita, divenuta grigia, acqua che muore.
Dipingi ed è notte.
Tu, tu mi parli del colore. Posso credere che sia reale, vivo e, sebbene non lo veda, so che esiste, oltre la luce che manca.
Interrogo il mistero della luce ad occhi aperti, nel buio che invade e costringe a fidarsi senza vedere.
L’amore mio, Amore, non è cieco, io amo ad occhi aperti, accetto al buio una promessa d’eterna bellezza, di splendore in questo cielo che si specchia sull’acqua, mescolato al fango eppure rivelato puro.
Io scelgo di vivere senza essere in un luogo, di camminare senza riferimento nel bianco che anche tu sogni e di correre con te attraverso questo giorno che poi sarà già ieri. Giungo alle soglie del tuo castello, che mi sembra sempre lontano, alto e le mie gambe sono stanche, ma ho la forza di spingere ancora i miei passi fra i fili d’erba dei tuoi paesaggi tanto nitidi e chiari, come i cieli che conosci.
Canto e sorrido e piango e cambio, ma ciò ch’è fermo è la certezza della luce, l’ho vista reale in istante, l’ho vista con te, oltre le rovine di passati esausti, sulla soglia di quanto mai m’hai sussurrato.
La promessa esiste nel momento in cui varchiamo una soglia.


1Traduzione a cura di chi scrive della poesia di Yves Bonnefoy, Psyché devant le château d’Amour contenuta in Y. Bonnefoy, Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve, Torino, Einaudi, 2001.

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