“NYMPHOMANIAC” DI LARS VON TRIER ovvero il potere della critica

di Fabio Quartaroli

Ma però (10)

nymphomaniac_ver16_xlrgQuesto è un inizio per demotivare il lettore: non vale la pena di vedere il film di cui sto per parlare.
Avevamo lasciato Lars alla conferenza stampa per il suo precedente lavoro, “Melancholia”, quella in cui oltre a dire di provare simpatia per Hitler, propose a Kirsten Dunst un ruolo da protagonista in un suo futuro lungometraggio pornografico (la quale accettò, ma si sa che scherzando si può dire tutto, anche le bugie).
Proprio dai giornalisti nasce “Nymphomaniac”, dal personaggio che è stato costruito intorno al regista: anti-borghese (rievocando ancora il Dogma 95, manifesto di attacco alla Nouvelle vague, redatto insieme all’amico regista Thomas Vinterberg), scandaloso e misogino (anche se alla fine i caratteri femminili nelle sue opere sono sempre quelli meglio rappresentati, forti nella loro rassegnazione, spesso indicati come specchio dell’anima del regista).
Ed eccoci qui, abbiamo una donna dal viso tumescente che racconta in modo sfacciato la propria vita sessuale al suo soccorritore, casualmente vergine. In sintesi: una precoce vocazione (con apparizione divina, quasi una benedizione), il primo rapporto senza passione, le sfide sul treno con l’amica, la stessa con la quale fonda una società per donne emancipate, i vari amanti, il dolore per la morte del padre curato con il sesso e finalmente l’innamoramento, l’abbandono della vita dissipata per una certa stabilità, ma la monotonia le sta stretta, nemmeno un figlio la trattiene, dunque il ritorno al sesso occasionale nelle sue varianti più estreme, dall’umorismo nero dell’incomunicabilità con spacciatori africani al masochismo più violento, 10322859_10202898670422044_2071088766_nil rifiuto della terapia per continuare a sentirsi diversa, il degrado fino all’incontro con la malavita, una nuova temporanea stabilità in un rapporto saffico, poi il finale di tradimenti, proiettili non sparati e botte, per terminare il racconto in quella stanzetta spoglia in cui ha avuto inizio.A questi eventi devono aggiungersi le citazioni più o meno dotte disseminate nella narrazione, spunti per Joe, la protagonista, per dare titolo ai capitoli della sua vita: si spazia dalle esche da pesca e dalla botanica (un’esile filosofia paterna), alla sequenza di Fibonacci e alla sezione aurea; 10318822_10202898676142187_770995829_ndal cantus firmus di Bach (“Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ”, provocazione che passa quasi inosservata) a Beethoven; dalla Meretrice di Babilonia e
Messalina (credevate che fosse la Vergine col Bambino!) alla saga di James Bond, il tutto spiegato in modo didascalico e pedante da annoiare. Sì, un film lunghetto, uscito nei cinema diviso in due volumi (e censurato per ragioni di diffusione, con il consenso del regista, come ci ricorda una scritta all’inizio della proiezione), ma questo alleggerimento non toglie l’impressione di un progetto raffazzonato alla veloce, con un po’ di derisione nei confronti del voyeurismo del pubblico, in buona parte attirato da una pubblicità ingannevole.

Se nel film precedente abbiamo avuto la definitiva negazione “nella forma” della professione di fede del 1995, in questo abbiamo l’annullamento “nella sostanza”: “il cinema anti-borghese divenne borghese” e raggiunge l’apice nella morale finale, dove Joe viene eletta paladina delle donne indipendenti, riflessione quasi insulsa nella sua prevedibilità, in un certo senso anticipata dal rifiuto di negare la propria individualità davanti alla psicologa; un rifiuto della psicologia come cura alla depressione, di cui ha sofferto il regista stesso, presente già nel primo film di questa trilogia, “Antichrist” (a cui si fa riferimento con una autocitazione clamorosa), qui velatamente indicato anche dal nome del buon samaritano (Seligman, fondatore della “psicologia positiva”).
Per usare un termine antiquato, si può dire che di borghesia è pieno tutto il film: c’è l’uomo d’affari che viaggia in prima classe, che concede alla giovane Joe di praticargli del sesso orale (mi ha vagamente ricordato il medico fedifrago in “Breve incontro” di David Lean del 1945, sebbene in una situazione ovviamente diversa, ma chissà quanti altri personaggi nella letteratura), ci sono le donne in pelliccia che aspettano nella sala d’attesa prima delle frustate lussuriose, mentre il contatto con una diversa condizione (quale quella dei due fratelli immigrati) effettivamente non avviene. Una borghesia datata, insomma, che è contornata da riflessioni pacchiane, spesso forzate, una colonna sonora “pop” (i Rammstein per chiarire il titolo del film, Für Elise e il Requiem di Mozart da suoneria per il cellulare) e una recitazione veramente poco credibile, con riferimento principalmente alla Charlotte Gainsbourg narratrice (paradossalmente, questa collaborazione duratura tra attrice e regista è emblematica di un cambiamento, se paragonata alle precedenti, vedi Nicole Kidman e Björk).
Cosa rimane di questo film? L’idea di un regista privo di motivazione e di ricerca estetica (il massimo sembra essere una sequenza in bianco e nero e la camera dell’ “eremita”, onirica à la Lynch), che raggiunge il suo massimo in una scena veramente al limite del politicamente e socialmente corretto, quella in cui Joe ammette di aver provato compassione per un pedofilo “in potenza”, in quanto si riconosce nella sua condizione di prigioniero, nel doversi inibire per il bene comune (mentre la stampa si è focalizzata unicamente sull’imbarazzo provato dalla Gainsbourg nel praticare una fellatio).
Quanti hanno potuto apprezzare quel suo tocco nella ripresa a spalla, sempre equilibrata nella durata ed efficace nell’espressività (ecco cosa rimane del famoso dogma!), o quella cura del particolare nel meraviglioso “elogio della pioggia” dell’incipit?

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