Senza dimenticare nulla

di Mara Giacalone

“Esaminando quel particolare fenomeno che fu Oświęcim, colpisce la lucidità con cui il sistema e la struttura di questo campo vennero adattati a una duplice finalità, politica ed economica o, si potrebbe dire, ideale e pratica”. (Z. Nałkowska)

Partirei proprio dagli aggettivi “ideale” e “pratico” per provare a raccontare ciò che è stata l’esperienza di Oświęcim (Auschwitz, in tedesco) e del suo affiliato, Birkenau. Era un giorno uggioso di agosto e mentre attraversavo la campagna polacca cercavo di liberare la mente da ciò che avevo imparato a scuola; cercavo di prepararmi mentalmente e psicologicamente. Faceva freddo, tanto freddo una volta arrivati! Subito a colpirmi fu la “musealità” di quel posto, ma tornerò su questo punto. Entrati da quel cancello, tristemente noto a tutti, iniziammo il tour, neanche fossimo ad un safari: stanze si susseguono a stanze, cartine, valige, capelli, giocattoli, occhiali… tutto ciò che rimane di quelle che furono le vittime. Ma quello che è davvero commovente è vedere le foto dei deportati: i primi anni tutti coloro che entravano nel campo venivano schedati, con tanto di foto; in una stanza è conservato parte di questo archivio. É più semplice pensare ai grandi numeri piuttosto che ad ogni singolo individuo che è stato ucciso, vederne il volto e sentirne lo sguardo su di sé.
Ma torniamo all’esterno: nel frattempo era arrivato il sole e un bellissimo cielo azzurro si stagliava sopra le nostre teste. L’erba verde estiva brillava, i mattoncini rossi dei “block” risaltavano, tutti in fila ordinati, le betulle frusciavano per la brezza, il sole ci scaldava… e la cosa più evidente era la geometria perfetta del luogo, l’ordine della disposizione delle baracche con i propri giardinetti, le vie, la praticità dei collegamenti. Tadeusz Borowski, nel suo testo Da questa parte, per il gas, usa il termine Betrugslager, ovvero “campo degli inganni”. Ad Auschwitz c’era una biblioteca, una sala da musica, si tenevano incontri di boxe, dal ’44 gli ariani potevano ricevere pacchi con generi alimentari. Insomma, con quel sole, davvero il posto trasmetteva una pace incredibile… la pace dell’inganno. A Birkenau invece non rimane nulla, qualche baracca, i resti dei quattro forni distrutti dai tedeschi stessi e le rotaie del treno. Ma anche qui la stessa immagine di pace, di ordine, di praticità…

A scuola, fin da piccoli, ci fanno celebrare la giornata della memoria senza nemmeno capire realmente cosa significhi. Non serve una giornata istituzionalizzata “per ricordare”, ogni giorno dovremmo essere chiamati a farlo (e soprattutto credo che si debbano ricordare anche altre cose, come per esempio il genocidio degli armeni, di cui nessuno parla…o altri). Ma quello su cui mi preme soffermarmi è che a scuola ci ripetono sempre le stesse cose: ci parlano di Anna Frank, delle deportazioni.. .Eppure queste sono solo la superficie, l’introduzione a quello che è un universo di testi e informazioni necessari per capire, o, perlomeno, provarci.

Il 20 gennaio 1942, a Wannsee, i nazisti decisero per quella che sarebbe diventata “la soluzione finale”, cioè la distruzione programmatica, ordinata e pratica, degli ebrei in primis (polacchi, ucraini, ungheresi…), ma anche di rom, sinti, omosessuali, testimoni di Geova, disabili e così via. Quello che non si dice, o che pochi sanno, è che non tutti gli ebrei si sono fatti portare via come carne da macello senza resistere. Nel testo di M. Edelman, Il ghetto di Varsavia: memoria e storia dell’insurrezione, egli racconta di come molti ebrei si siano consegnati ai nazisti, i quali, alla vigilia della liquidazione del ghetto di Varsavia nella primavera del ’43, promisero loro il pane: parte degli abitanti del ghetto si consegnò spontaneamente pensando che i tedeschi non avrebbero mai sprecato inutilmente il pane. Ma una parte degli ebrei si ribellò: Edelman stesso parteciperà alla rivolta del ghetto, iniziata il 19 aprile e conclusasi un mese dopo con scontri e guerriglia all’ultimo sangue: gli ebrei che rimasero nel ghetto combatterono fino all’ultimo e chi si salvò passò dalla parte “ariana” e prese parte, come l’autore, all’insurrezione di Varsavia il 1 agosto dell’anno seguente. Edelman è lapidario nel raccontare, e si sofferma nel ribadire e sottolineare l’incredulità del popolo circa quanto accadeva ai deportati, fino all’ultimo. Nessuno voleva vedere la realtà, una realtà difficile da essere pensata, figuriamoci ritenuta possibile.

Un altro testo degno di nota è La mia testimonianza davanti al mondo di Jan Karski, il quale lavorò per lo stato clandestino polacco, portando tutte le notizie al governo in esilio a Londra. Dopo l’invasione sia tedesca che sovietica, la Polonia divenne un Governatorato sotto le dipendenze tedesche, ma questo non bloccò il popolo polacco, già tanto abituato ad operare in clandestinità a causa delle varie dominazioni straniere. Il governo clandestino si strutturò in modo tale da riorganizzare la vita dello stato e resistere all’onda d’urto nazista che voleva l’eliminazione sistematica dei polacchi a livello sia biologico che culturale. Ma resistettero al colpo: si pensi che grazie alle scuole clandestine (tajne komplety) più di 6000 studenti riuscirono ad ottenere il diploma di maturità. La stampa clandestina raggiungeva tirature incredibili e la letteratura non morì: molte antologie poetiche uscirono, si ricordi la Pieśń niepodległa del futuro Nobel per la letteratura C. Miłosz.

Abbiamo già accennato a Da questa parte per il gas, di Tadeusz Borowski: poeta, venne deportato e riuscì a sopravvivere, ma si suicidò nel 1951 non potendo più sopportare ciò di cui aveva fatto esperienza. Il testo è una raccolta di racconti in cui il protagonista Tadek (lo scrittore stesso) riportala sua esperienza. Ciò che lo differenzia da altri è l’impersonalità del racconto: lo scrittore non utilizza metri di giudizio ma si limita ad esporre i fatti, senza cancellare, senza vergognarsi di dire ciò che ha fatto per sopravvivere. Quando si parla di questo mondo non si possono utilizzare le categorie di “Bene” e “Male”, perché non hanno consistenza, perché quanto successo, va, come si suol dire, “al di là del bene e del male”. Sulla stessa linea di questo racconti bisogna citare quelli di Zofia Nałkowska, Senza dimenticare nulla, esperienze fatte dalla stessa durante i lavori della Commissione d’inchiesta sui crimini nazisti in Polonia.

Altre mille parole andrebbero spese, ma ritengo più giusto che ognuno faccia una “personale” esperienza di questo tema orientandosi fra la letteratura esistente, perché il rischio di cadere nel non vero, nella finzione, è grande. In questi anni, abbiamo visto crescere un vero e proprio mercato, una musealizzazione di determinati argomenti il cui rischio è quello di banalizzare la situazione, banalizzare i trascorsi e le sofferenze dei morti e infangare, oltre che falsificare, la Memoria. Il nostro dovere è ricordare, non creare mercato, come sta invece avvenendo, intorno a queste cose.

“Occorre evitare che Auschwitz divenga un romanzo. Non facciamolo allontanare dal passato: facciamo che rimanga ciò che è, non perchè sia possibile trarne un ammaestramento, ma perché ognuno ricordi che questo É stato”. (L. Bernardini – Rappresentare la Shoah)

Bibliografia consigliata
Marek Edelman, Hanna Krall, Il ghetto di Varsavia : memoria e storia dell’insurrezione
Tadeusz Borowski, Da questa parte, per il gas
Henryk Grynberg, La guerra degli ebrei
Hanna Krall, Il re di cuori
Czesław Miłosz, Poesie
Zofia Nałkowska, Senza dimenticare nulla
Rappresentare la Shoah, a cura di Alessandro Costazza
Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo


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