MM, metropolitane milanesi

di Samuela Serri

Ma però (3)

Ho salutato Milano come si salutano le città dove si è stati felici. Ma non era vero…

Sesto I maggio FS

In quattro anni e in circa quattrocento ore di metropolitana a un certo punto ho trovato il coraggio di alzare lo sguardo dalle mie scarpe. Al di là delle solite baggianate (quanti leggono contro quanti ascoltano musica o giocano con lo smartphone) prendere la metropolitana a Milano è sempre un’esperienza: dalla signora con il cane che ti fa le feste smagliandoti le calze a quella che sbirciando le tue letture ti impegna in un’emotiva conversazione riguardo la scelta migliore fra Lettere e Giurisprudenza (il marito ha costretto il figlio, appassionato di letteratura, a iscriversi a legge: gli ingredienti del dramma borghese ci sono tutti), al blogger che di fronte a te cerca compulsivamente di fotografare la copertina del tuo libro o chessò altro. L’altrieri un signore di colore si è seduto accanto a me e io ho osservato per l’ennesima volta la straordinaria mobilità delle mani dei neri d’Africa. Hanno mani quasi umane, dotate di una loro personalità, di generosità, nei gesti e nelle prese. Mani come uccelli. Morbide alla vista. Mani musicali, dentro e fuori dalle tasche, stringere e allentare.

La metropolitana striscia come un lombrico nei bassifondi della città. In poco più di venti minuti oltrepassa quattro o cinque quartieri, dallo squallore umido e grigiastro delle periferie del capolinea alla periferia storica di Precotto al canale della Martesana che scorre a Turro. Poi da un minuto all’altro si passa dal quartiere multietnico e popolare, africano, saporoso e variopinto di Via Padova a piazzale Loreto (l’appeso!), ai viali larghi e spaziosi di Porta Venezia, coi loro giardini e colonnati, silenti. Io mi diverto a indovinare le fermate in cui scenderanno i passeggeri: a Turro i giovani ben vestiti con cartellina di pelle al seguito, a Porta Venezia gruppi di ragazzi latini, a San Babila i bodyguard di colore in completo nero e camicia bianca. E poi, le storie: antologie di sospiri, nello spazio chiuso di qualche vagone, imbianchini con le tute sporche, anziani dalle mani ruvide, la signora col colbacco di pelo bianco. L’esile cinese col bimbo sul passeggino, la ragazza coi rasta sdraiata a terra con la testa del suo cane in grembo, la ragazzina con la valigia e la gabbia del canarino debitamente coperta. Il signore con soprabito lungo e cappello, è un Borsalino, lo vedo, le persone normali: uscire di casa, comprare il pane, prendere la metropolitana. Le pagine dei libri, il colore degli occhi, la santità delle mani.

Duomo

Scendo, anzi salgo, e respiro a pieni polmoni il buono smog di Milano.

Breve nota storica: la metropolitana di Milano nasce nel 1964. Dopo diversi progetti, che prevedevano la costruzione di una cintura di stazioni metropolitane di interscambio ferroviario con l’Italia e l’Europa, si decise per quattro linee che attraversassero variamente la città. La linea 5 (“la lilla”) è ancora in costruzione nei suoi prolungamenti cittadini (capolinea interno previsto: Porta Garibaldi). La costruzione della linea 4, di colore blu, è stata annunciata poche settimane fa: collegherà la città da est a ovest, da Linate a S.Cristoforo.
Vi stupirà saperlo, ma la segnaletica della metropolitana, progettata appositamente da Bob Noorda, ha vinto il Premio Compasso d’oro nel 1964. Appositamente studiato è quindi il carattere che segnala i nomi delle stazioni, così come studiato è l’orrendo pavimento in gomma nera a bolle: nonostante le scarsissime qualità estetiche, sembra essere il più longevo e resistente a sollecitazioni varie (tacchi a spillo inclusi).
Al momento la metropolitana è gestita dall’Azienda Trasporti Milanesi (ATM), ma fu costruita dalla società Metropolitana Milanese: MM, da cui il titolo.


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