“La mia classe”: l’immigrazione e il senso di fare cinema

di Gaia Scolari

Ma però (10)

Ogni tanto bisogna fermarsi a riflettere su quello che si sta facendo e sul potere dei mezzi che si hanno a disposizione; ed è questo che succede nel film La mia classe.
In una delle prime scene ci troviamo in un’aula, dove un maestro (Valerio Mastandrea) insegna l’italiano a degli studenti “extracomunitari”. Eppure, da subito, veniamo avvisati del fatto che quello che abbiamo davanti agli occhi è una finzione: è verosimile, ma non reale. Infatti, in scena c’è anche la troupe cinematografica che sta sistemando i microfoni e dando indicazioni agli interpreti.
A recitare sono effettivamente degli immigrati, che realmente hanno seguito dei corsi di lingua italiana; l’unico attore professionista è Mastandrea. L’idea iniziale, secondo ciò che racconta lo stesso regista, Daniele Gaglianone, era quella di un film denuncia sulle condizioni di queste persone; ma presto le contraddizioni sorte dallo scontro tra questa difficile realtà e la pretesa di voler riassumere in un unico lungometraggio una situazione tanto complessa e difficile sono esplose. E da un’iniziale idea di rinuncia totale al progetto, il regista ha, invece, deciso di rivoluzionarlo totalmente. Così il cinema è entrato nel cinema: il regista, la troupe, le scene di prova, i dialoghi tra Gaglianone, Mastandrea e gli altri interpreti sono entrati nel film.

La mia classe può essere diviso sostanzialmente in due parti. Nella prima ci viene data l’illusione di stare guardando una specie di documentario, dove ci viene fatto vedere il lato allegro e comico delle lezioni e lo spettatore viene in qualche modo rassicurato da un clima che potremmo definire ottimista. Poi, di colpo, subentra la realtà: le lacrime che si nascondono dietro a quei sorrisi, le difficoltà concrete del lavoro e della sopravvivenza, che per alcuni significa anche non essere espulsi dall’Italia (ad un certo punto un personaggio arriverà a dire “se mi rimandano nel mio paese, io mi faccio morto da solo”). Infatti, se nella prima parte vediamo messa in scena la difficoltà di un ragazzo che non si vede rinnovato il permesso di soggiorno, ciò che nella realtà ha sconvolto le riprese del film è stato proprio il fatto che, mentre si metteva in scena questa finzione, uno degli interpreti si è realmente trovato davanti a un mancato rinnovo. Così vediamo la classe insorgere, chi a difesa del progetto filmico, chi invece in senso opposto tirando in ballo le responsabilità del regista stesso rispetto alla situazione di questa problematica in Italia.
Il film non parlerà più “solo” di immigrazione, ma anche dei limiti del cinema. Limiti che esistono e che è giusto analizzare: troppo facile sarebbe sentirsi a posto con la propria coscienza perché si è parlato in un film di un determinato argomento. Altro è necessario fare.
Ciò che tiene alta l’attenzione durante la visione di questo lungometraggio è anche il continuo tentativo di capire cosa sia “vero” nel film e cosa no, quali siano le parti recitate e quali quelle improvvisate. A fianco degli studenti che non recitano ma rappresentano semplicemente se stessi, troviamo Valerio Mastandrea che a un certo punto del film ci racconta una storia, una metafora, come solo un ottimo attore potrebbe fare. E ciò che alla fine si può concludere è che tutto nel film è, almeno di base, fondato se non su una sceneggiatura, su delle indicazioni del regista. Ma quanto più capiamo che tutto è finzione, tanto più ci rendiamo conto di quanto tutto ciò che è rappresentato sia drammaticamente reale. Come per esempio all’inizio e alla fine del film, dove si vedono dei carabinieri che camminano lungo un corridoio; senza voler anticipare troppo sulla conclusione, siete avvisati che questa sequenza, al cento per cento verosimile, per quanto riguarda il film (o meglio la storia di un personaggio del film) è completamente falsa.
La mia classe è un film che sorprende. Non perfetto, ma profondamente coraggioso: caratteristica rara nel cinema italiano di oggi.


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