Marc Chagall e la leggerezza delle cose

di Lara Aleotti

Ma però (5)

La casa del nonno la sentivo piena dei suoni e degli odori dell’arte.
Non erano che le pelli appese ad asciugare come il bucato.
Nel buio delle notti, mi pareva che non fossero solo gli odori, ma un intero gregge felice, a schiantare le assi, a volare nello spazio.
Si sgozzavano le vacche spietatamente. Io perdonavo tutto. Le pelli seccavano santamente, dicevano tenere preghiere, pregavano il cielo-soffitto per l’espiazione dei peccati dei loro carnefici.
La nonna mi nutriva sempre di carne stranamente arrostita, alla griglia o cotta. Cos’era? Non lo sapevo esattamente. Forse il ventre, il collo, oppure i fianchi, il fegato, i polmoni. Non lo sapevo.
E dunque, a quell’epoca, ero particolarmente ottuso e, mi sembra, felice.

Marc Chagall era un ometto basso, dalle mani tozze e consumate; a guardarne una fotografia ci si chiede quasi come tutte quelle case e vacche rosse, ebrei erranti e amanti abbracciati, potessero stare in una cosetta così. E’ stato chiamato in tanti modi: naïf, il poeta della leggerezza, il pittore della natura e dei colori, degli amanti che volano nel cielo. Per me Chagall è stato prima di tutto il pittore-poeta delle cose, della materia e del mondo.

Utile per non cadere nella trappola della leggerezza è la lettura della sua autobiografia giovanile, Ma vie: centottantatré pagine scritte in russo tra il 1921 e il 1922, dove la storia intima dell’artista e il suo errare tra la Russia e il mondo occidentale vengono snocciolati con potente economia di mezzi. In queste pagine c’è già tutto di Chagall, tanto che è impossibile non mescolare le parole scritte con le immagini dipinte, sentire l’odore delle pelli bruciate nel macello del nonno o della città che arde, percepire persino la dimensione del tempo e dello spazio che cambiano, la rugosità tipica dei ricordi: i dipinti, gli scritti, le poesie di Chagall sono tutti nutriti di questo incessante movimento sinestetico.

Moishe Segal nasce da una famiglia ebrea a Vitebsk, in Russia, nel luglio del 1887, il giorno stesso nel quale i cosacchi appiccano fuoco al paese, distruggendo la sinagoga.

La prima cosa che mi è saltata agli occhi è stata una tinozza.
Semplice, quadrata, semicava, semiovale. Una comunissima tinozza. Una volta dentro, la riempivo completamente,

scrive il pittore in apertura di Ma vie: poi vennero le aringhe nei barili del padre, lo scialletto intorno alla testa della nonna, le vacche panciute e le gocce di sangue sul pavimento della stalla del nonno; il libro di preghiere in mano nel giorno del sabbat, lo zio che suona il violino, la sinagoga e i mercanti, le strade di Vitebsk e i suoi abitanti.

La pittura di Chagall è proprio come una grande sineddoche, nella quale i singoli elementi definiscono l’insieme: la vita è declinata secondo le cose che l’hanno attraversata; per questo spesso le figure fluttuano nel cielo e le dimensioni spaziale e temporale sembrano confondersi, se non sparire completamente, nel non-luogo immaginario del ricordo. Mentre infatti un precetto del Talmud vieta severamente la raffigurazione umana, il mondo spirituale del pittore sembra essersi nutrito dei principi dell’Hassidismo, corrente mistica dell’ebraismo secondo la quale Dio trascende le cose del mondo e al contempo è in esse contenuto: le singole cose hanno in sé una scintilla divina, e come tale devono essere celebrate.

Si può dunque immaginare cosa pensasse il pittore una volta arrivato a Parigi, nel 1910. Rapito da Rembrandt ed El Greco, dal Realismo e Romanticismo francese del Louvre, Chagall intrattiene fugaci rapporti con gli artisti che in quegli anni popolavano la città e che stavano scrivendo la grande storia dell’arte contemporanea:

«Che mangino pure a sazietà le loro pere quadrate sulle loro tavole triangolari! »
[…] Ma la mia arte, pensavo, è forse un’arte insensata, un mercurio fiammeggiante, un’anima azzurra, zampillante sulle mie tele.
E rimuginavo: « Abbasso il naturalismo, l’impressionismo e il cubismo realista!».
mi rendono triste e impacciato.
Tutti i problemi – volume, prospettiva, Cézanne, la scultura africana – sono di nuovo sul tappeto.
Dove andiamo? Cos’è mai quest’epoca, che canta inni all’arte tecnica, che divinizza il formalismo?
Che la nostra follia sia la benvenuta.
Un bagno espiatorio. Una rivoluzione di fondo, non soltanto di superficie.
Non chiamatemi lunatico! Al contrario, sono realista. Amo la terra.

In Francia arrivò e se ne andò più volte, prima per sfuggire alle persecuzioni razziali della Russia zarista, poi per distaccarsi dalla rigida e intollerante arte della Rivoluzione; fuggì infine in America per salvarsi dallo sterminio del popolo ebraico negli anni della guerra.
Il dispiacere e la delusione portano il pittore a profondi stati di depressione, che trovarono il loro culmine nel 1944 con la morte dell’amatissima moglie Bella. Da questi sentimenti nasce la serie dedicata ai martiri, forse il momento più alto della pittura di Chagall; veri urli di dolore, sintesi visiva della storia dell’Europa di metà Novecento. Il giorno stesso in cui Chagall sbarca in America, l’esercito tedesco invade e dà alle fiamme Vitebsk: ai Cristi pallidi si sostituisce il bue scuoiato: non è più il tempo della speranza e della redenzione; cos’è rimasto di quelle pelli che seccavano santamente, intonando tenere preghiere, invocando il perdono del mondo nella stalla del nonno di uno Chagall bambino?

Proprio come un angelo ribelle (La caduta dell’angelo, 1923-1933-1947), le parole di libertà, progresso e fratellanza di cui le grandi ideologie novecentesche si erano macchiate la bocca, le stesse che si celebravano come creature volanti capaci di far sollevare l’uomo dalle cose del mondo, ora precipitano in un cielo nero, macchiate di sangue.

«Al nemico non bastò la mia città nei miei quadri, il nemico arrivò per incendiare la mia casa e la mia città. I suoi “dottori di filosofia”, che mi avevano dedicato parole tanto profonde, adesso sono giunte da te, mia città, per gettare i miei fratelli giù da un ponte nelle acque della Dvina, per sparare, incendiare, e osservare tutto questo dai loro binocoli distorti».

Tornato in Europa negli anni ’50, finito l’incubo della guerra della Shoah, Chagall incontra quella che sarà la sua seconda moglie e ritrova una certa stabilità d’animo: risalgono a questi anni le famose coppie di amanti che si librano nel cielo, le opere di pura luce e puro colore, pura leggerezza. La sua pittura giunge a una sintesi.

In apertura delle sue famose Lezioni americane, Italo Calvino proponeva la Leggerezza come primo valore fondamentale da portare nel nuovo millennio; la leggerezza intesa come sottrazione di peso, come strumento attraverso il quale filtrare la realtà e non farsene schiacciare: non è quindi la leggerezza della piuma bensì quella dell’uccello, per citare un altro poeta.

Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica, scriveva Calvino.

Il sorriso di uno Chagall vestito di nero e coi piedi ben saldi a terra, che tiene per mano la sua musa che si libra nel cielo, ci parla proprio di questo; di una leggerezza possibile perché terrena, fugace, pienamente umana.

MARC CHAGALL. Quando vita e arte si incontrano.


Le citazioni sono tratte da M.Chagall, Ma vie, SE, Milano, 1998.
L’opera in chiusura è M. Chagall, La passeggiata, 1917-1918, olio su tela, 170×163,2 cm, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo.

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