In moto perpetuo

di Samuela Serri

Ma però (3)

Alzando gli occhi dal diluvio della cartellonistica mi accorgo di qualche casa con un balcone, o dipinta a colori accesi, di giallo per esempio. Ho sempre desiderato un balcone sufficientemente ampio da poterci infilare un tavolino e una sedia, anche solo per guardare le macchine che passano. E qualche casa qui attorno ha ancora enormi cancelli, residuo delle vecchie corti contadine, e finestre al primo piano munite di sbarre e inferriate colorate. Ipotizzando di stare su un treno e di alzare gli occhi dalla cartellonistica…

Milano Lambrate
Il mio binario è su un piano leggermente rialzato rispetto al piano stradale. Un balconcino scolorito delimita la banchina, come fosse una veranda affacciata sulla città, un prolungamento ideale del vetro del mio finestrino. Fuori il solito campetto parrocchiale che ormai ho imparato a conoscere, varie congregazioni di fedeli, diversi campi da tennis con giocatori vestiti di bianco. Intanto i corridoi della Centrale si allontanano sempre più.

Milano Rogoredo
L’assalto dei pendolari mi terrorizza. Guardo ostentatamente fuori dal finestrino per evitare di incrociare quello di un qualche passeggero. In basso, davanti a me, scarpe e conseguenti piedi si incrociano, si scambiano, si allungano. Gli scarponcini marroni da uomo si sostituiscono a stivali col pelo. Qualche chiacchiera sul senso di marcia. Continuo a guardare fuori dal finestrino.

Lodi
Comincia la lunga sequela di stazioni di provincia. So per esperienza che qualcuno – pochi – scende; qualcuno – pochi – sale. Questa mi sembra la stazione più trascurata di tutte quelle sul mio itinerario: non sufficientemente decorosa, non sufficientemente abbandonata per liquidarla come campagna. C’è sempre qualche ragazzo appollaiato sulle scale del sottopassaggio; fuori, avanti o indietro, a seconda, enormi capannoni abbandonati abbracciati dall’edera misericordiosa e file di colorati box auto. I postumi di Milano.

Piacenza
Cominciano gli addii. Piove. La pioggia riga il finestrino, cosicché guardar fuori si fa più difficile. Intanto i vetri si appannano: calore umano. Si tolgono e mettono guanti e cappelli; piedi scalpicciano; mani sudate si incontrano. Il grande fiume sotto di noi è placido fra i pioppi. Non va da nessuna parte, lui.
Qualche fila avanti a me il suono di un bacio.

Fiorenzuola
Il treno si ferma, a volte anche quindici minuti. Poi sfreccia accanto a noi il rapido, quello che parte da Milano mezz’ora dopo ed è perennemente in ritardo. I finestrini tremano. Il signore di fronte a me ha voglia di chiacchierare. Mento: gli dico che anche i miei genitori sono divorziati e vivo con mia madre a Milano e che lei non ha più avuto relazioni, contrariamente a lui, che in un quarto d’ora mi ha già raccontato delle sue tre mogli: rigorosamente straniere, molto belle e poco istruite. Parla al telefono con l’ultima, polacca, e si informa sui miei progressi con la musica. Rapidamente, mi invento una vita.

Fidenza
Comincio a contare i minuti. I piedi davanti a me si muovono di nuovo. Ora osservo i passeggeri e tiro a indovinare: chi fra i più maleducati scenderà con me? Un’enorme signora africana dalla pelle scura con un gesto fluido e naturale si avvolge il figlio sulla schiena, chinandosi in avanti. Il bimbo è tutto fasciato in uno scialle arancione, acceso, stampato a decori. Ha occhi grandi, liquidi, bellissimi.

Parma
Qui siamo nel futuro, come sarebbe il futuro se domani ci fosse impedito di portare a termine i progetti intrapresi. Una stazione che non dice nulla della città, non dice nulla dell’Emilia. Eppure qui è profonda, e odorosa. Mentre ci allontaniamo rivedo i campi, la nebbia che ne esala, il pomeriggio che si fa notte. Fra poco farà buio, e non si potrà più guardare fuori.

Sant’Ilario
Il pellegrinaggio giunge al termine. Eppure la penultima stazione è sempre quella dello sconforto. Qualche studente scende, qualche trolley appariscente fa la sua scomparsa oltre la zona cieca del finestrino.
Sarai ad aspettarmi?
Anche se non si rimpiange ciò che non si conosce…

E poi daccapo, e al contrario e ancora.


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