Qualche chilometro più a valle.

di Giancarlo Pace

Ma però (9)

La storia di oggi inizia per caso e nasce, come spesso accade, da un viaggio.

Quando ero piccolo pensavo che la lunghezza di un viaggio fosse direttamente proporzionale allo stupore che avrei provato una volta giunto a destinazione, con gli anni (non troppi fortunatamente) ho imparato che dietro ogni singolo passo si cela qualcosa di misterioso e insondabile, e che ad ogni sguardo si apre un mondo che fino ad un attimo prima era difficilmente immaginabile. Così queste poche righe nascono in Sicilia, a pochi chilometri da luoghi che ho sempre visitato da bambino ma allo stesso tempo a molte ore dalla più vicina autostrada.

Quando chiedo a un amico in visita a Palermo cosa desideri vedere, nel novantanove per cento dei casi mi mostra un elenco di spiagge, monumenti e siti archeologici che immediatamente mi provoca una breve ma intensa emicrania. Del resto, superato lo scoramento iniziale causato dall’idea di dover affrontare ancora una volta l’estate siciliana visitando i luoghi più affollati dell’isola non posso che dare ragione all’amico/a di turno. Ci sono luoghi che vanno visti prima di ogni altra cosa, indipendentemente dal fatto che ad agosto ci sia una densità umana maggiore del quartiere più affollato di Mumbai durante il Deepawali.

La storia è stata diversa quando l’estate scorsa ho posto la stessa domanda agli amici d’infanzia, anzi, ancora meglio, di adolescenza. Anch’essi universitari dispersi in giro per l’Europa, sanno che nel breve periodo di libertà che intercorre tra una sessione e un’altra è meglio cercare qualcosa che non ravvivi lo stress delle pagine universitarie. Dunque in questi casi la proposta è solitamente ascetica e la prima ad emergere da due di noi è insperatamente identica: Groenlandia. Bastano pochi minuti per capire che dovremmo moltiplicare le monete nelle nostre tasche per permetterci un volo con destinazione Nuuk, dunque la proposta vincente è di un’altra amica, probabilmente con più raziocinio del sottoscritto e dell’altro propositore artico: Salemi.

Ora la domanda di tutti è: dove e cosa è Salemi? Non starò qui a raccontare la storia dalle origini a Garibaldi, basti sapere che si trova esattamente al centro della punta occidentale della Sicilia, praticamente equidistante dalle coste settentrionali, occidentali e meridionali, un punto ideale per esplorare una parte solitamente esclusa dalle rotte del turismo di massa.

A questo punto gli elementi necessari per un racconto sono tutti presenti: sei amici, due automobili, una macchina fotografica e qualche zaino. Così, poco meno di sei mesi fa, siamo partiti. Finestrini aperti, aria condizionata inesistente e un paio d’ore davanti a noi. Lungo la strada, il moto ondoso delle correnti marine viene sostituito dall’altalenante rotondità delle colline abbaglianti di grano, le automobili che percorrono la nostra stessa strada diminuiscono ad ogni chilometro, finché sulla carreggiata non rimangono che due vetture, le nostre. Quando il calore dell’asfalto inizia a distorcere la linea dell’orizzonte, un cartello ci informa che siamo giunti nei territori del Belice.

Il tempo gode di incredibili qualità di espansione e compressione, ma per quanto possa apparire eterno, Salemi non dista più di sessanta chilometri dal luogo in cui abbiamo salutato la costa, dunque è praticamente ovvio che prima o poi sarebbe comparsa, nascosta da un’ultima curva. Ed effettivamente eccola comparire, arroccata sul punto più alto, si staglia con i suoi tetti rossi e la torre circolare del castello sul quale per una delle prime volte sventolò la bandiera italiana ancor prima che l’Italia fosse unita. Superato il paese, S. ci guida fino a destinazione, un’affascinante villa settecentesca tra gli alberi da frutto nella quale passava le sue estati da bambina. Per quanto potrebbe sembrare un’idea più che sensata trascorrere l’intera durata del soggiorno sotto il portico, decidiamo di pianificare almeno un’escursione al giorno ed esplorare questa parte di Sicilia a noi sconosciuta. Nei giorni seguenti, raggiungiamo spiagge semideserte attraversando campi che si estendono a perdita d’occhio nei quali gli unici tratti riconoscitivi di umanità si estinguono nella presenza di alcuni trattori abbandonati all’ombra di vecchi casolari; ma la nostra non è solo una vacanza balneare, d’altronde se lo fosse stata non avremmo deciso di alloggiare nel bel mezzo delle campagne, così decidiamo di informarci maggiormente sulla valle e i suoi angoli nascosti. Il Belice è un fiume, né grande né impetuoso, che dà il nome all’omonima valle, ma per gran parte della popolazione siciliana il suo nome suona tetro, ricorda momenti spiacevoli di un tempo non troppo lontano. Per quanto ne fossimo a conoscenza, il nostro pensiero in vacanza non era fondamentalmente focalizzato sul terremoto del 1968 che provocò centinaia di vittime e decine di migliaia di sfollati; pensavamo di visitare qualche festival, qualche borgo dal fascino antico, ma è bastato poco per capire che nonostante sia passato quasi mezzo secolo, non si può guardare la valle evitando di incontrare le ombre e le macerie di cinquant’anni fa. Tutti i centri abitati della zona furono devastati dal movimento sussultorio della terra, e ancora oggi non ne esiste uno che non ne mostri i segni impressi sulle mura e nella memoria, ma esiste un luogo che più d’ogni altro permette di comprendere e sentire ancora il rumore della terra che si spezza e inghiotte ogni cosa: Poggioreale.

La strada per Poggioreale, per quanto sembri infinitamente comprensibile sulla carta geografica, è una scommessa. Ci perdiamo più volte: inizialmente seguiamo malauguratamente un navigatore, finiamo in una strada provinciale e la strada finisce con noi, le buche superano per numero la presenza di tratti asfaltati. La seconda volta va meglio, la strada è crollata per una frana qualche anno prima, ma almeno è asfaltata e riccamente abbellita con vegetazione selvatica che cresce tra le fessure della carreggiata. La terza volta attraversiamo campagne abitate solo da meloni gialli, unici padroni della terra bollente di agosto. Giungiamo così a un cancello sul lato di una collina. Incorniciata dalle colonne di cemento, si estende la via d’accesso della vecchia città. Il cartello appeso sul cancello consiglia di non entrare ma lascia aperta la possibilità di farlo nella consapevolezza che possano crollare degli edifici. Entriamo. Il tempo è assolutamente fermo, come se le lancette avessero smesso di girare improvvisamente. La città è immobile e carica di un silenzio sovrumano rotto solo dallo Scirocco che soffia con forza e conferisce alla città un aspetto ancora più grottesco. È come se il terremoto fosse appena cessato, e le gambe non si fossero ancora abituate alla quiete appena ristabilita. Gli stemmi nobiliari, le botteghe, i palchi del piccolo teatro sono ancora lì, nel momento esatto dell’instabilità. Pareti mute, assorte in pensieri di equilibrio, nell’eterna indecisione di resistere alla gravità o abbandonarsi ad essa, al tempo e alla natura. Altri mattoni invece sono sparsi per la strada, risoluti nella loro pesantezza, nel doppio ruolo di protettori del focolare e assassini incolpevoli. Il giallo del tufo sbriciolato regna sovrano e ricorda i campi di grano e la precarietà delle spighe pronte per essere colte. Continuando su quello che un tempo doveva essere il corso, incontriamo la scuola elementare, unico edificio in cemento armato. Inutilmente stoico e resistente. Il primo piano è praticamente vuoto, il secondo e il terzo conservano ancora banchi, sedie e lavagne. Piccoli oggetti riportano alla quotidianità spezzata. Un calamaio dimenticato su un banco ricorda che il tempo si è fermato. Ogni casa è aperta, privata dell’intimità che un tempo le era senza dubbio appartenuta, ognuna con la propria storia da raccontare. Nulla dalla notte del 14 gennaio del ’68 è cambiato, o almeno in apparenza. Le vittime non ci sono più, i soccorritori nemmeno, ma questo è ovvio. Ciò che è meno ovvio è che la vita sia scappata via e anche il tempo. Tutto si è spostato più in basso, la nuova Poggioreale sorge qualche chilometro più a valle. Le finestre delle nuove abitazioni dalle quali sarebbe possibile vedere i ruderi della vecchia città sono chiuse, come sono serrati gli occhi davanti a una cicatrice appariscente che si vuole dimenticare, ma si sente al tatto, aggirando la vista, e rendendo inutile quel gesto così infantile: chiudere gli occhi, non vedere.

Alcune vie sono totalmente inagibili a causa di enormi alberi di fico che con il tempo hanno ritrovato il loro spazio naturale, riconquistando ciò che per natura è proprio, la terra sulla quale sono nati. Quando, dopo qualche ora, per ultimo ho richiuso il cancello dell’antica Poggioreale, ho sentito per un’ultima volta l’odore denso dei fichi maturi. Ancora oggi, dopo decenni, gli abitanti del Belice portano le ferite di un evento catastrofico e violento. Non ci sono crepe nelle loro case, e non c’è nessun cartello che all’ingresso dei nuovi paesi dica che si può entrare solo a proprio rischio e pericolo, ma è negli sguardi che troviamo il peso di un macigno più opprimente di qualsiasi soffitto crollato. In ogni assenza cogliamo il suono della terra lacerata, nell’economia agonizzante le conseguenze di una terra colpita e mai del tutto risanata.

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Sulle rovine di una casa, qualche giorno dopo il sisma comparve una scritta: “La burocrazia uccide più del terremoto”. Penso che sia vero. Per fortuna nei gesti e negli sguardi della gente del Belice vedo anche altro; vedo la pazienza e la forza degli alberi di fichi che lentamente e con caparbietà riconquistano la terra che gli appartiene, riuscendo a rendere fertili le rovine e diffondere nell’aria l’odore dei nuovi frutti.


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