Satoshi Kon, l’animazione tra sogno e realtà

di Diego Marchi

image

Che l’animazione giapponese sia entrata nelle nostre vite è innegabile. Dai timidi inizi degli anni ’70 in cui i prodotti animati del Sol Levante erano conosciuti da pochi amatori, si è  passati all’esplosione degli anni ’80 (vedi alla voce Lamù o Mazinga). Proprio di questa generazione furono i primi bambini che crebbero con gli anime, interi immaginari riempiti di un nuovo tipo di personaggi e animazione, completamente diversi da quelli che il mercato occidentale aveva come modello. La conquista fu totale con gli anni ’90, quando ormai le nuove generazioni avevano come caposaldo dell’immaginario collettivo serie cult come Holly e Benji, ma anche anime con tematiche più  adulte come Ken Il Guerriero. Insieme a queste serie cult arrivarono i lungometraggi d’animazione, che nel nostro paese non erano mai stati distribuiti prima, e fu così che in tempi recenti è stato possibile vedere capolavori come Ghost In The Shell o i film di Hayao Myazaki. Ma purtroppo questa esplosione, pur così forte, non è riuscita a far emergere dall’oscurità uno degli autori più geniali che la recente storia dell’animazione mondiale abbia avuto, Satoshi Kon.

Satoshi Kon nasce nel 1963 a Kushiro e arriva a realizzare il suo primo manga dopo gli studi per diventare pittore. Il suo talento viene subito notato da Katsushiro Otomo (il regista di Akira), che lo prende sotto la sua ala coinvolgendolo in molti progetti e permettendogli  di sviluppare i suoi talenti di character design e sceneggiatore. Ma il salto qualità Kon lo compie creando la sua prima pellicola d’animazione nel 1997. In quell’anno viene distribuito Perfect Blue, di genere thriller psicologico. La vicenda parla di Mima Kirogoe, una giovane popstar che decide di lasciare la carriera musicale per dedicarsi a quella di attrice. La strada per la giovane si rivela non facile, venendo in contatto con le regole dello spettacolo, ma a peggiorare la sua situazione arriva un misterioso persecutore che su internet la segue ovunque. In questa situazione difficile la mente di Mima comincia a vacillare e ossessioni e realtà prendono a incrociarsi. Il primo lungometraggio di Kon espone subito uno dei fili conduttori della sua carriera: la sovrapposizione dei piani della realtà e dell’inconscio. La protagonista è immersa in un viaggio dentro la sua mente con effetti deleteri sulla sua percezione della realtà. Il tutto circondato dalla realtà del Giappone dell’epoca, in particolare grazie all’introduzione nella pellicola del fenomeno degli otaku. Questo contesto, associato a un ritmo sempre più crescente, risucchia lo spettatore nel mondo della protagonista creando una tensione senza pari.

Dopo il successo del primo lungometraggio, Kon si dedica a un altro lavoro che lo terrà impegnato per quattro anni. Il frutto sarà Millenium Actress. Qui Kon si distacca completamente dall’ambientazione del suo primo film per raccontare una storia meta-cinematografica. La vicenda parla di un giornalista e del suo operatore che vogliono girare un documentario sulla leggendaria attrice Chiyoko Fujiwara, ex diva del cinema in pensione. L’attrice durante l’intervista per il documentario racconterà la sua storia d’amore unica e infinita con un misterioso pittore di cui non conoscerà mai il nome. Questa storia d’amore attraversa la sua intera carriera cinematografica e con essa la storia del cinema giapponese. L’aspetto interessante sta proprio in quel filo conduttore cui mi riferivo, l’incrocio  di diversi piani di realtà e subconscio. A questo tema viene aggiunta poi la finzione del cinema: la stessa settima arte si fa carico di rappresentare le fasi della ricerca dell’amore tramite la memoria delle immagini dei vari film a cui ha partecipato la protagonista. Inoltre il piano della memoria si confronta e si confonde con la realtà nel personaggio dell’intervistatore, che interviene come protagonista delle memorie stesse assieme al suo maldestro e annoiato cameraman. Il tutto è portato al massimo grazie alla colonna sonora e a un ritmo di montaggio così coinvolgente che non fa mai perdere l’attenzione dello spettatore.

Dopo il suo secondo lungometraggio d’animazione Kon scrive e dirige Tokyo Godfathers. Quest’ultimo si discosta molto dalle prime due pellicole, soprattuto per storia e temi. La vicenda si ambienta durante la vigilia di natale, nella quale tre senzatetto trovano una neonata abbandonata. Quindi Hana, un travestito impoveritosi dopo aver perso il suo lavoro, Gen, un ubriaco ed ex-incallito di gioco d’azzardo che si è dato al vagabondaggio e la giovane Mizuki,scappata di casa, sono i tre protagonisti. Insieme decideranno di cercare i genitori della bambina, nel corso della settimana tra natale e capodanno, facendo un viaggio nella Tokyo dei poveri e incontrando persone emarginate o ignorate dalla società metropolitana. I tre protagonisti sono il simbolo del disagio sociale, ognuno nasconde una serie di errori commessi nella sua vita per cui sono stati condannati o si sono autocondannati. Il viaggio alla ricerca dei genitori della piccola diventa un viaggio nel loro passato e anche nella società moderna giapponese. Società di cui si nota il contrasto fra i cittadini della classe media, che non sopportano nemmeno la visione dei tre protagonisti, e all’esatto opposto l’umanità delle persone dei bassifondi o delle periferie. La regia di Kon stavolta non agisce sul piano della sovrapposizione del reale alla proiezione mentale del singolo, anzi gli elementi onirici in questa pellicola sono pochi, mentre l’autore si concentra più sul viaggio personale dei tre, dando alla sua opera un senso di speranza, perdono e redenzione. Difatti i protagonisti non fanno mai uso di qualsiasi tipo di violenza e proprio nella loro bontà e unità trovano la forza per compiere il viaggio. La figura della bambina diventa fondamentale simbolo di redenzione, un essere innocente che spinge i tre personaggi a riavvicinarsi al loro passato ma anche ad affrontare una società fredda e spietata che lascia indietro chi sbaglia.

A questo punto della sua carriera Kon decide di dedicarsi a una serie animata per la televisione, di cui diventa autore e regista. La serie anime in questione è Paranoia Agent, del 2004. Paranoia agent si sviluppa attorno a un misterioso ragazzino, Shonen-bat, che tramortisce le persone con una mazza da baseball,in maniera seriale, senza che la polizia trovi un solo indizio su di lui. Le aggressioni cominciano a essere sempre di più e tra le persone la figura di Shonen-bat comincia a diventare leggenda e a trasformarsi in una psicosi comune. Anche la serie riporta il tema dell’incrocio tra realtà e sogno e subito si può notare come si ponga l’accento su una società giapponese oramai consumistica, ormai è costretta a tempi lavorativi frenetici. Proprio questi ritmi frenetici portano a una voglia di fuggire dalla realtà: lo stesso Kon accusa la produzione dell’animazione di essere una risorsa per questa voglia dell’uomo moderno. Infatti in una puntata ne vengono chiaramente mostrati i meccanismi di produzione, con tempi brevi e spesso con ritmi massacranti di lavoro. Infine si sottolinea la labilità della mente umana in un contesto urbano in cui domina la quotidianità e dove le sensazioni personali e i disagi dell’individuo vengono repressi, arrivando a distruggere l’individuo stesso. La regia mantiene durante ogni episodio ritmi serrati, fino ad arrivare al finale, in cui tutte le tematiche e le intenzioni dell’autore vengono dichiarate esplicitamente.

Dopo questa pausa televisiva il regista si concentra totalmente sul suo nuovo lungometraggio, che viene alla luce nel 2006. Il titolo è Paprika, e Kon oltre a curarne la regia ne cura pure la sceneggiatura. Il film si ambienta in un futuro Giappone dove viene creata la Dc Mini, un nuovo strumento attraverso cui gli psicoanalisti possono entrare nei sogni del singolo paziente per studiarli e curarne le patologie. Un giorno si viene a scoprire che qualcuno, rubando la Dc Mini, sta entrando nei sogni altrui creando caos nelle menti dei pazienti e degli psicoanalisti stessi, contaminando e unendo i diversi sogni. Sta alla dottoressa Chiba Atsuko scoprire il colpevole di questi attacchi alle menti dei cittadini tramite il suo alter ego Paprika, proiezione mentale della dottoressa nei sogni degli altri. In questa pellicola la sovrapposizione tra sogno e realtà è totale, infatti le sequenze oniriche si trasformano nella percezione della realtà dei personaggi. La stessa dottoressa Atsuko è soggetta a questa confusione. Questo aspetto, che può sembrare rischioso per la storia a livello narrativo, diventa al contrario un vantaggio: il continuo sovrapporsi delle dimensioni permette alla storia di evolversi e di diventare un vero e proprio viaggio nell’inconscio umano, laddove i  desideri e i sentimenti repressi regnano. La storia non assume i toni scuri di Perfect Blue, al contrario le atmosfere e le musiche tendono ad aver toni più allegri e gli stessi personaggi sono colorati e spesso creano momenti comici. Ma la genialità di Kon sta proprio in questo cambiamento, perché l’effetto di tensione nei momenti d’azione aumenta e lo spettatore si sente sempre più risucchiato in questo universo proprio per l’evidente contrasto che si viene a creare con una storia sempre più alienante e conturbante. Il regista amplifica al massimo la sua critica verso la società, mostrando le ansie umane in una società sempre più moderna e tecnologizzata dove perfino il subconscio può essere spiato e dove i sogni diventano vero e proprio terreno delle frustrazioni e, allo stesso tempo, delle fantasie più singolari.

Quest’ultima pellicola rappresentò l’ultima opera di questo genio visionario: il  24 agosto 2010 Kon si spegne a causa di un tumore al pancreas. In quel periodo stava lavorando al suo film successivo, e anche l’ultimo periodo di malattia fu dedicato ad esso. La sua morte ha portato via un grande talento della cinematografia mondiale e forse uno dei migliori cineasti che l’animazione mondiale abbia mai conosciuto. Proprio per questo la sua opera merita di essere conosciuta da tutti, a dispetto di ogni gusto personale, non solo tra chi è appassionato di animazione giapponese o tra chi nutre una certa cultura cinematografica. Perciò si auspica che le sue opere vengano diffuse a livello commerciale, specie in paesi come il nostro dove questo tipo di opere d’animazione fa ancora fatica ad arrivare al grande pubblico (vedi la distribuzione molto difficile  dei film dello studio Ghibli).


Lascia un commento